Governo Meloni, 1.413 giorni a Palazzo Chigi: record di longevità

Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

Il record di longevità apre la fase decisiva della legislatura. Il record arriva in una fase nella quale il governo deve affrontare una serie di passaggi potenzialmente decisivi per il prosieguo della legislatura e per le prospettive politiche della presidente del Consiglio.


MADRID.- Quattro anni quasi senza interruzioni, una maggioranza che ha attraversato tensioni interne, sconfitte politiche, cambi di ministri e una lunga serie di dossier nazionali e internazionali. Con 1.413 giorni di vita, il governo guidato da Giorgia Meloni diventa oggi il più longevo nella storia della Repubblica, superando il precedente primato del secondo governo di Silvio Berlusconi, rimasto in carica per 1.412 giorni tra l’11 giugno 2001 e il 23 aprile 2005.

Entrato in carica il 22 ottobre 2022, il governo Meloni è il 68° esecutivo della Repubblica e il primo presieduto da una donna. Il dato sulla durata rappresenta un elemento rilevante in un sistema politico che, soprattutto nella Prima Repubblica, ha conosciuto una forte frequenza di cambi di governo. Ma la longevità, da sola, non equivale a un giudizio sull’efficacia dell’azione politica: il bilancio di questi quasi quattro anni resta legato alla lettura dei risultati economici e sociali, alle riforme realizzate e a quelle ancora incompiute.

Il record arriva inoltre in una fase nella quale il governo deve affrontare una serie di passaggi potenzialmente decisivi per il prosieguo della legislatura e per le prospettive politiche della presidente del Consiglio.

Una stabilità costruita anche attraverso le tensioni

Meloni ha fatto della stabilità uno degli elementi centrali della propria narrazione politica. In occasione del record, la premier ha sottolineato che la durata di un esecutivo non dovrebbe essere considerata un trofeo, ma la condizione necessaria per programmare, assumere decisioni e mantenere gli impegni internazionali.

La coalizione di governo, composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati, ha tuttavia attraversato nel corso della legislatura momenti di confronto anche aspro. Il rapporto con Silvio Berlusconi fu segnato, già nelle prime settimane, da una pubblica frizione destinata a diventare uno dei simboli delle difficoltà iniziali della maggioranza.

Successivamente, la collaborazione con Forza Italia si è stabilizzata sotto la leadership di Antonio Tajani, ma non sono mancati nuovi motivi di competizione tra gli alleati, in particolare sulla riforma della legge elettorale e sull’introduzione delle preferenze.

Anche nella Lega sono emerse differenze di impostazione e richieste di maggiore collegialità, mentre la presenza politica di Roberto Vannacci rappresenta uno degli elementi che potrebbero incidere sugli equilibri futuri del centrodestra.

La capacità della maggioranza di rimanere unita nonostante queste differenze costituisce, comunque, uno degli elementi distintivi dell’esecutivo rispetto a molte precedenti esperienze di governo.

Economia e lavoro: i dati rivendicati dalla maggioranza

Sul fronte economico il governo rivendica alcuni risultati considerati significativi.

Secondo i dati riportati nel bilancio diffuso da Fratelli d’Italia, tra il terzo trimestre del 2022 e il primo trimestre del 2026 gli occupati sono aumentati di circa 1,1 milioni, mentre il numero dei disoccupati è diminuito di circa 670 mila unità.

Anche i mercati finanziari hanno registrato un andamento favorevole: nello stesso periodo il FTSE MIB ha segnato una forte crescita e lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi si è sensibilmente ridotto rispetto ai livelli dell’inizio della legislatura.

Più complesso è il quadro relativo alla crescita. Secondo i dati indicati nel materiale, il Pil italiano è aumentato dell’1,9% nel periodo considerato, un risultato superiore a quello della Germania, ma inferiore alla media dell’Unione europea e alla crescita registrata da economie come Spagna e Portogallo.

Il governo considera inoltre strutturale il taglio del cuneo fiscale e la riforma dell’Irpef, con il passaggio da quattro a tre aliquote per i redditi delle persone fisiche.

Il bilancio delle promesse elettorali, tuttavia, non è uniforme. Se il taglio del cuneo fiscale può essere considerato una promessa realizzata, più controverso è il capitolo della pressione fiscale. Dopo una riduzione iniziale, il rapporto tra entrate fiscali e Pil è tornato a crescere, raggiungendo livelli superiori a quelli del 2022.

Anche l’obiettivo di portare la spesa pubblica per infanzia e famiglia verso la media europea non risulta, secondo i dati forniti, ancora pienamente raggiunto.

Reddito di cittadinanza, Superbonus e politiche sociali

Tra le scelte più nette del governo figurano l’abolizione del Reddito di cittadinanza e la riduzione progressiva del Superbonus edilizio.

Si tratta di due provvedimenti che hanno rappresentato una discontinuità rispetto alle politiche dei governi precedenti e che hanno avuto una forte valenza politica. La maggioranza li ha presentati come interventi necessari per ridurre distorsioni nella spesa pubblica e concentrare maggiormente le risorse sul lavoro e sulla crescita.

Sul fronte delle pensioni minime, il governo rivendica invece l’aumento degli assegni destinati agli over 75, passati dai livelli del 2022 a circa 614 euro.

Il capitolo della famiglia rimane però uno dei terreni sui quali la valutazione è più complessa: le risorse destinate al sostegno alla natalità e alle famiglie sono aumentate, ma il livello complessivo della spesa rimane, secondo i dati disponibili, al di sotto della media europea.

Sicurezza e immigrazione tra le priorità dell’esecutivo

Sicurezza e immigrazione sono state due delle principali direttrici dell’azione politica del governo fin dai primi giorni.

Il primo decreto-legge dell’esecutivo intervenne sui rave party e sull’ergastolo ostativo. Successivamente sono arrivati il decreto Caivano, rivolto in particolare alla criminalità giovanile, alla dispersione scolastica e alle periferie, e ulteriori provvedimenti in materia di sicurezza.

Il governo ha inoltre concentrato una parte rilevante della propria politica migratoria sul protocollo con l’Albania e sul rafforzamento del controllo delle frontiere esterne dell’Unione europea.

Su questo terreno, però, il confronto con la magistratura e con le istituzioni europee è stato particolarmente intenso. L’applicazione concreta del modello albanese è stata condizionata anche da decisioni giudiziarie e da successive modifiche normative.

Meloni ha interpretato queste difficoltà come parte di un più ampio conflitto istituzionale, mentre le opposizioni hanno denunciato un approccio eccessivamente securitario e una gestione giudicata inefficace dei problemi migratori.

Giustizia: una delle partite più difficili

La riforma della giustizia è uno dei dossier sui quali il governo ha incontrato le maggiori difficoltà.

Il referendum sulla giustizia del 2026 ha rappresentato una battuta d’arresto politica per la maggioranza, mentre il rapporto tra governo e magistratura si è progressivamente irrigidito.

Il premierato e l’autonomia differenziata, altre due grandi riforme annunciate dal centrodestra, hanno seguito percorsi differenti: la prima appare sostanzialmente arenata, mentre la seconda procede tra difficoltà e contestazioni.

Il risultato è un quadro nel quale la stabilità dell’esecutivo non coincide necessariamente con la capacità di completare tutte le riforme promesse.

Una politica estera fortemente atlantista

Sul piano internazionale, la linea del governo è rimasta saldamente atlantista.

Meloni ha sostenuto l’Ucraina fin dall’inizio dell’invasione russa e ha cercato contemporaneamente di rafforzare il ruolo dell’Italia all’interno dell’Unione europea e il rapporto con gli Stati Uniti.

La relazione con Joe Biden è stata generalmente positiva. Anche con Donald Trump Meloni ha costruito inizialmente un rapporto considerato privilegiato, ma il quadro è diventato più complesso dopo le divergenze sull’intervento statunitense contro l’Iran.

Parallelamente, l’Italia ha cercato di rafforzare la propria proiezione verso il Mediterraneo, il Golfo, l’India e il continente africano. Il Piano Mattei rappresenta uno dei principali strumenti di questa strategia.

Il G7 organizzato in Puglia ha costituito uno dei momenti di maggiore visibilità internazionale del governo, mentre la politica verso il Medio Oriente ha progressivamente dovuto confrontarsi con la crescente pressione legata alla guerra a Gaza.

I conti pubblici e lo spread

Tra gli argomenti utilizzati dalla maggioranza per rivendicare una gestione prudente dell’economia figurano anche l’andamento dello spread e il miglioramento dei conti pubblici.

Secondo i dati citati dal governo, lo spread è passato da circa 220 punti a un livello vicino agli 80, mentre il rapporto deficit/Pil è sceso dall’8% a poco più del 3%.

Si tratta di un miglioramento significativo rispetto alla situazione ereditata, anche se il debito pubblico resta uno dei principali vincoli strutturali dell’economia italiana e la crescita rimane relativamente contenuta nel confronto europeo.

Il governo punta ora a uscire dalla procedura per deficit eccessivo dell’Unione europea, un passaggio che potrebbe rappresentare un importante risultato sul piano della credibilità finanziaria.

Il controcanto dell’opposizione

Il quadro presentato dalla maggioranza viene contestato dalle opposizioni.

La segretaria del Partito democratico Elly Schlein sostiene che la stabilità non possa essere valutata separatamente dalle condizioni materiali del Paese e accusa il governo di aver prodotto una crescita insufficiente, salari troppo bassi e un aumento dei costi energetici.

Anche il Movimento 5 Stelle giudica negativamente il bilancio della legislatura, sostenendo che la durata dell’esecutivo non sia accompagnata da riforme strutturali adeguate.

Alleanza Verdi e Sinistra ha concentrato le proprie critiche soprattutto sull’aumento del costo della vita, sulla povertà, sulla sanità e sulle politiche ambientali.

Dalla parte sindacale, la valutazione di Maurizio Landini si concentra invece sulla condizione dei redditi e dei salari: la durata di un governo, secondo il segretario della Cgil, non rappresenta di per sé un indicatore sufficiente per stabilire se il Paese stia meglio o peggio.

Il vero test comincia adesso

Il record di longevità consegna dunque a Giorgia Meloni un dato politico difficilmente contestabile: il suo governo ha raggiunto una continuità che nessun altro esecutivo della Repubblica era riuscito a mantenere.

Ma proprio questa durata aumenta anche la responsabilità politica della maggioranza. Dopo quasi quattro anni, il governo non può più essere valutato soltanto sulla base delle intenzioni o della stabilità della coalizione: il confronto si sposta inevitabilmente sui risultati concreti e sulla capacità di affrontare le questioni ancora irrisolte.

Le prossime settimane saranno particolarmente importanti. Tra i dossier più delicati figurano la legge elettorale, le misure contro il caro carburanti, la prossima legge di bilancio, gli investimenti per la difesa, l’eventuale uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo e il futuro delle principali riforme istituzionali.

A questi si aggiungono le tensioni interne ai partiti della maggioranza e il rapporto con Roberto Vannacci, che potrebbe diventare uno dei fattori di maggiore competizione all’interno del centrodestra.

Dal record alla prospettiva del 2027

Il governo Meloni entra così nella parte conclusiva della legislatura con un doppio elemento di forza e di rischio.

La forza è rappresentata dalla durata, dalla coesione complessiva della maggioranza e dalla possibilità di presentarsi agli elettori con un bilancio di quattro anni di governo.

Il rischio è che proprio la stabilità renda più evidente il peso delle questioni ancora aperte: crescita economica, salari, produttività, sanità, pressione fiscale, debito pubblico, energia, immigrazione e riforme istituzionali.

Il 2027 sarà inoltre un anno politicamente intenso, con importanti elezioni amministrative e, salvo scioglimento anticipato delle Camere, la conclusione naturale della legislatura.

Meloni ha già indicato la propria intenzione di sottoporre il lavoro del governo al giudizio degli elettori. Il record di 1.413 giorni, quindi, non chiude una fase: ne apre una nuova.

La domanda decisiva non sarà più soltanto quanto a lungo il governo sia riuscito a rimanere in carica, ma che cosa sarà riuscito a realizzare durante questo tempo e quale progetto proporrà agli italiani per il dopo-2027.

La longevità rappresenta un dato storico. Il giudizio politico, invece, resta affidato ai risultati.

(Redazione)

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