Trump minaccia nuovi attacchi, l’Iran risponde: missili e droni contro basi Usa


Il presidente americano rivendica il pesante raid contro le infrastrutture iraniane nello Stretto di Hormuz e assicura che Washington è pronta a colpire ancora. Teheran reagisce con missili e droni contro basi Usa in Kuwait e negli Emirati. I Pasdaran promettono vendetta e il conflitto rischia una nuova escalation.


NEW YORK. – La tensione tra Stati Uniti e Iran torna a salire e il confronto militare si allarga ancora una volta oltre i confini iraniani. Da Washington, Donald Trump rivendica la durezza dell’ultimo attacco americano e avverte Teheran che gli Stati Uniti sono pronti a colpire nuovamente «in qualsiasi momento» lo ritengano necessario.

Dall’altra parte, la risposta iraniana non si è fatta attendere. L’esercito di Teheran ha rivendicato attacchi con missili e droni contro strutture utilizzate dalle forze statunitensi in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti, mentre i vertici politici e militari della Repubblica islamica promettono una reazione sempre più dura.

Il nuovo scambio di attacchi conferma che la crisi, anziché avviarsi verso una de-escalation, rischia di trasformarsi in un conflitto sempre più lungo e regionale.

Trump: «Li abbiamo colpiti duramente»

Parlando con i giornalisti nello Studio Ovale, Trump ha descritto come «molto pesante» l’attacco americano della notte precedente contro obiettivi iraniani.

Secondo il presidente statunitense, le forze americane hanno distrutto nuove infrastrutture che Teheran avrebbe cercato di costruire lungo lo strategico Stretto di Hormuz.

«Li abbiamo colpiti duramente ieri sera», ha dichiarato Trump, aggiungendo che Washington è pronta a ordinare nuove operazioni militari «in qualsiasi momento lo riterremo necessario».

Trump ha tuttavia sostenuto di non ritenere che la nuova fase della campagna militare debba necessariamente protrarsi a lungo, ribadendo la convinzione americana di avere il controllo della situazione nello Stretto di Hormuz.

Le parole del presidente arrivano in una fase in cui il passaggio marittimo tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman è tornato al centro dello scontro. Lo Stretto di Hormuz rappresenta infatti uno dei punti strategici più delicati del pianeta per il commercio energetico e per il transito delle petroliere.

L’Iran colpisce basi Usa in Kuwait e negli Emirati

La risposta iraniana è arrivata nelle prime ore di oggi.

L’esercito di Teheran ha annunciato di aver colpito con missili e droni strutture militari statunitensi presso la base aerea Ahmad al Jaber, in Kuwait, e presso la base di al Minhad, negli Emirati Arabi Uniti.

Secondo la versione iraniana, gli attacchi hanno preso di mira sistemi di comunicazione satellitare, depositi di equipaggiamento e hangar per aerei da combattimento in Kuwait, oltre a postazioni militari e sistemi radar negli Emirati.

Le autorità del Kuwait hanno confermato l’attivazione delle difese aeree per contrastare missili e droni iraniani, condannando l’attacco come una violazione della propria sovranità. Le informazioni sui danni effettivamente provocati alle strutture militari restano tuttavia difficili da verificare in modo indipendente.

L’attacco rappresenta comunque un ulteriore passo nell’allargamento geografico del conflitto e conferma la volontà di Teheran di rispondere agli Stati Uniti colpendo interessi e installazioni militari americane nella regione.

Sei ufficiali della Marina iraniana uccisi

Il nuovo ciclo di violenze ha avuto anche conseguenze pesanti sul territorio iraniano.

Secondo i media di Teheran, sei ufficiali della Marina iraniana sono rimasti uccisi negli attacchi statunitensi lanciati martedì lungo la costa meridionale del Paese.

Le autorità iraniane hanno inoltre denunciato vittime civili. Al centro delle accuse di Teheran vi è anche un attacco che avrebbe colpito una cerimonia nuziale nella provincia meridionale di Hormozgan, provocando la morte di quattro persone.

Il capo dei Guardiani della Rivoluzione islamica, Ahmad Vahidi, ha promesso che quelle morti non resteranno senza risposta.

«Il sangue di questi martiri non resterà impunito e sarà certamente vendicato», ha dichiarato il comandante, secondo quanto riferito dalla televisione di Stato iraniana.

La vicenda della cerimonia nuziale è diventata uno dei simboli della nuova fase della guerra. Teheran accusa Washington di avere colpito civili, mentre gli Stati Uniti sostengono che le proprie operazioni siano rivolte contro obiettivi militari iraniani. La dinamica esatta dell’attacco resta al centro di versioni contrapposte.

«Risposta asimmetrica e su più livelli»

La posizione iraniana è stata ulteriormente chiarita dal primo vicepresidente Mohammad Reza Aref.

Secondo Aref, i recenti attacchi americani avrebbero costretto Teheran a rivedere i propri calcoli sulla sicurezza e persino la propria dottrina difensiva.

La futura risposta dell’Iran, ha annunciato, sarà «asimmetrica», «su più livelli» e orientata a privare l’avversario della propria sicurezza.

Si tratta di una formula che lascia intendere una strategia basata non soltanto su attacchi diretti, ma anche su una molteplicità di strumenti militari, economici e indiretti.

Aref ha anche lanciato un avvertimento agli Stati Uniti sulle conseguenze economiche del conflitto, sostenendo che mesi difficili potrebbero attendere l’economia americana.

Le parole del vicepresidente iraniano confermano la scelta di Teheran di non rispondere necessariamente agli attacchi americani con una semplice azione speculare, ma di cercare nuovi punti di pressione sugli interessi di Washington e dei suoi alleati.

I Pasdaran promettono vendetta

Il messaggio dei vertici iraniani appare dunque duplice.

Da una parte c’è la risposta militare immediata, con missili e droni diretti contro basi e installazioni americane nella regione. Dall’altra, c’è la promessa di una strategia più ampia e difficile da prevedere.

I Guardiani della Rivoluzione, pilastro dell’apparato militare e politico iraniano, restano al centro della risposta di Teheran.

La promessa di vendetta formulata da Ahmad Vahidi dopo la morte dei civili nella cerimonia nuziale aggiunge inoltre un elemento emotivo e politico alla crisi, rendendo ancora più difficile immaginare una rapida riduzione delle tensioni.

Per l’Iran, gli attacchi americani rappresentano una nuova prova della volontà di Washington di colpire direttamente la Repubblica islamica. Per gli Stati Uniti, invece, l’azione militare viene presentata come necessaria per impedire all’Iran di minacciare la navigazione e le infrastrutture strategiche nello Stretto di Hormuz.

Washington prepara una presenza militare più lunga

Dietro le dichiarazioni di Trump e gli ultimi attacchi emerge però un dato significativo: il conflitto potrebbe durare più a lungo di quanto inizialmente previsto.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il Pentagono ha deciso di prolungare alcuni dispiegamenti di truppe, navi e sistemi di difesa aerea in Medio Oriente, con alcune unità che potrebbero restare operative nella regione fino al 2027.

Gli Stati Uniti mantengono attualmente circa 50 mila militari nell’area. Il dispositivo comprende, secondo il quotidiano americano, 19 navi da guerra, tra cui due portaerei e 13 cacciatorpediniere lanciamissili.

Le missioni comprendono la difesa contro missili e droni iraniani, la protezione della navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz e la possibilità di lanciare operazioni offensive più vaste nel caso Trump decidesse di intensificare ulteriormente la guerra.

Il prolungamento delle missioni sta però aumentando la pressione su uomini e mezzi, con equipaggi navali e unità di difesa aerea costretti a permanenze molto più lunghe del previsto.

La guerra rischia di allargarsi ancora

Il quadro che emerge dalle ultime ore è quello di una pericolosa spirale.

Trump insiste sul fatto che gli Stati Uniti sono pronti a colpire ancora. L’Iran risponde con attacchi contro strutture americane e con la promessa di una strategia asimmetrica. I Pasdaran promettono vendetta per le vittime iraniane.

In mezzo resta lo Stretto di Hormuz, una delle aree più sensibili per l’economia mondiale e per il mercato del petrolio.

Ogni nuovo attacco rischia di provocare una risposta ancora più forte. E ogni risposta aumenta la possibilità che altri Paesi della regione vengano coinvolti direttamente nel conflitto.

Trump continua a sostenere che la campagna militare non durerà a lungo. Ma la decisione di Washington di prolungare la presenza delle proprie forze in Medio Oriente e la determinazione mostrata da Teheran raccontano una realtà più complessa.

Per il momento, nessuna delle due parti sembra intenzionata a fare un passo indietro. E la minaccia di una nuova escalation resta più concreta che mai.

(Redazione)

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