Dopo settimane di apparente tregua, Washington colpisce l’isola strategica nel Golfo. Teheran risponde con missili sulle basi Usa, ricorre al Consiglio di Sicurezza Onu e abbatte un drone MQ-9 Reaper.
NEW YORK. – La fragile tregua nel Golfo Persico si è spezzata. Nel corso della notte, un attacco condotto dagli Stati Uniti contro l’isola iraniana di Larak, situata nello Stretto di Hormuz, ha riaperto le ostilità dirette tra Washington e Teheran. L’operazione militare americana, la prima di rilievo da circa un mese, ha innescato una rapida reazione a catena con attacchi incrociati, ricorsi diplomatici alle Nazioni Unite e l’abbattimento di un ulteriore drone statunitense da parte delle forze di Teheran.
Il raid a Larak e la tesi del Centcom
Secondo quanto confermato dal Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), il raid sull’isola di Larak ha distrutto due lanciarazzi appartenenti ai Guardiani della Rivoluzione Islamica (Pasdaran). Washington ha motivato l’azione definendola un’operazione “limitata e precisa” volta a sventare una minaccia imminente: il posizionamento di mine navali lungo le rotte commerciali dello Stretto di Hormuz. L’agenzia iraniana Tasnim ha riferito di un bilancio di almeno due morti e due feriti.
L’attacco giunge a termine di una fase di stallo negoziale. Lo scorso giugno era stato sottoscritto un memorandum d’intesa che prevedeva la cessazione dei combattimenti e l’avvio di trattative per la fine del blocco navale. La scadenza dei 60 giorni fissata per la sigla di un accordo definitivo è tuttavia passata senza esito, spingendo il presidente statunitense Donald Trump ad annunciare nuove sanzioni economiche e riaccendendo il confronto sul campo.
La rappresaglia iraniana e la denuncia all’Onu
La contromossa di Teheran non si è fatta attendere. Il portavoce dei Pasdaran, Hossein Mohebi, ha definito l’attacco su Larak un “errore strategico e fatale” destinato a spostare gli equilibri regionali a sfavore degli Stati Uniti. Nel giro di poche ore, l’Iran ha sferrato attacchi con missili e droni diretti contro l’area di Hormuz e contro installazioni che ospitano forze americane in Medio Oriente, tra cui la base aerea di Al Minhad negli Emirati Arabi Uniti e strutture in Giordania.
Parallelamente alla risposta militare, il ministero degli Esteri iraniano ha formalmente adito il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, accusando Washington di “flagrante violazione della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale”. Secondo Teheran, il blocco navale e la presenza americana rappresentano la primaria fonte di insicurezza per la navigazione nel Golfo.
Guerra dei cieli e logoramento militare
A testimoniare l’elevata intensità dello scontro, l’emittente Press TV ha reso nota la distruzione di un drone MQ-9 Reaper statunitense sopra lo Stretto di Hormuz per mano delle difese aeree dei Pasdaran. L’episodio si inserisce in un quadro di pesanti perdite di assetti aerei per gli Stati Uniti: stime recenti indicano la perdita di circa il 25% dell’intera flotta americana di Reaper dall’inizio del conflitto.
Mentre la retorica politica si inasprisce – accompagnata da provocazioni social della Casa Bianca –, emergono forte preoccupazioni dai vertici militari del Pentagono. Secondo report interni stilati per il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, diversi comandanti americani avrebbero espresso riserve sulla sostenibilità prolungata del conflitto. L’impegno nel Golfo sta infatti consumando importanti scorte di munizioni di precisione e riducendo il tasso di operatività della Marina, ponendo interrogativi sulla capacità di risposta degli Stati Uniti su altri scacchieri strategici globali.
(Redazione)
