Usa e Regno Unito contro Palestine Action, l’Onu critica il bando

(Por Alisdare Hickson from Woolwich, United Kingdom - Gaza Ceasefire Now #2, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=147455624)

L’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani critica la decisione di Washington di inserire il gruppo nella lista delle organizzazioni terroristiche. Per l’Onu la misura rischia di comprimere libertà di espressione, associazione e protesta. Il Regno Unito aveva già imposto il divieto


NEW YORK. – La decisione degli Stati Uniti di designare Palestine Action come organizzazione terroristica apre un nuovo fronte di scontro politico e giuridico sul confine tra lotta al terrorismo, protesta politica e libertà civili.

L’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha criticato la scelta dell’amministrazione del presidente Donald Trump, giudicando la misura una restrizione «sproporzionata e non necessaria» dei diritti alla libertà di espressione, di riunione pacifica e di associazione.

La presa di posizione dell’Onu arriva dopo che Washington ha inserito Palestine Action nella lista delle organizzazioni terroristiche, sostenendo che la decisione rientra nella più ampia strategia dell’amministrazione Trump contro i gruppi ritenuti responsabili di azioni estremiste e di sabotaggio.

Una scelta accolta favorevolmente dal ministero degli Esteri israeliano, ma che ha immediatamente suscitato critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani e di quanti ritengono che la definizione di terrorismo venga applicata in modo troppo estensivo.

L’Onu: «Una misura sproporzionata»

Secondo l’ufficio guidato dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, la designazione di Palestine Action rischia di avere conseguenze che vanno oltre il singolo movimento.

«La designazione sembra costituire una restrizione sproporzionata e non necessaria dei diritti alla libertà di espressione, di riunione pacifica e di associazione, nonché del diritto a partecipare alla vita pubblica», ha affermato l’Ufficio dell’Alto commissario.

La preoccupazione delle Nazioni Unite riguarda soprattutto il possibile effetto di intimidazione sullo spazio civico e sulle forme di protesta politica.

«L’uso estensivo del termine “terrorismo” ha dimostrato di avere un effetto intimidatorio sullo spazio civico», è stato il monito dell’organismo delle Nazioni Unite.

Una posizione che non equivale a un’approvazione delle azioni compiute dal gruppo, ma mette in discussione la proporzionalità della risposta adottata dalle autorità e il possibile impatto della designazione sui diritti fondamentali.

Le azioni contro aziende della difesa

Palestine Action si è fatta conoscere soprattutto per le sue campagne contro aziende britanniche della difesa e imprese considerate legate all’industria militare israeliana.

Tra gli obiettivi principali del movimento figura Elbit Systems, azienda israeliana del settore della difesa con attività e strutture anche nel Regno Unito. Gli attivisti hanno organizzato blocchi degli ingressi, occupazioni e azioni di protesta, in alcuni casi imbrattando edifici e strutture con vernice rossa.

Il gruppo sostiene che le proprie iniziative abbiano l’obiettivo di interrompere il funzionamento di quelle che definisce componenti della «macchina da guerra israeliana».

Secondo Palestine Action, le sue azioni sarebbero state «sempre finalizzate a salvare vite» e farebbero ricorso a «tattiche di disturbo» contro imprese accusate dal movimento di sostenere il complesso militare-industriale israeliano.

La natura delle iniziative del gruppo è però al centro della controversia: per i suoi sostenitori si tratta di azioni dirette e di disobbedienza civile contro obiettivi industriali; per le autorità che ne hanno disposto il divieto, alcune azioni hanno superato il limite della protesta politica, configurando atti di danneggiamento e sabotaggio.

Il precedente britannico e il raid a Brize Norton

Prima degli Stati Uniti era stato il Regno Unito a vietare Palestine Action e a inserirla tra le organizzazioni terroristiche.

La decisione era arrivata poco dopo l’irruzione di alcuni attivisti nella base della Royal Air Force di Brize Norton, nel giugno del 2025. Durante l’azione erano stati danneggiati due velivoli militari, episodio che aveva contribuito ad accelerare la scelta del governo britannico di mettere fuori legge il movimento.

Il divieto ha provocato una lunga serie di proteste nel Regno Unito. Secondo i dati riportati dalle agenzie, nel corso delle manifestazioni e delle iniziative organizzate contro il bando sono state arrestate circa 3 mila persone.

La questione è ora arrivata anche sul piano giudiziario. La Corte suprema britannica ha annunciato l’esame di un ricorso contro una precedente sentenza che aveva ritenuto legittima la decisione di vietare il gruppo.

Washington segue Londra, Israele approva

La scelta americana rappresenta un ulteriore passo nell’inasprimento della posizione contro Palestine Action.

L’amministrazione Trump ha inserito il movimento tra le organizzazioni terroristiche, collegando la decisione alla politica di contrasto ai gruppi di estrema sinistra e alle organizzazioni accusate di ricorrere alla violenza o al sabotaggio.

Il governo israeliano ha accolto positivamente la misura, considerandola coerente con la propria posizione nei confronti di un movimento che ha preso di mira aziende e strutture collegate all’industria della difesa israeliana.

La vicenda si inserisce in un clima internazionale già fortemente polarizzato dalla guerra in Medio Oriente e dalle profonde divisioni sulle proteste contro Israele e sulla solidarietà alla popolazione palestinese.

Il nodo: terrorismo, sabotaggio o protesta politica?

È proprio questa la questione centrale che ora divide governi, organismi internazionali e associazioni per i diritti civili.

Le autorità britanniche e statunitensi hanno adottato o sostenuto provvedimenti che qualificano Palestine Action nell’ambito della legislazione antiterrorismo, facendo riferimento alle azioni di sabotaggio e danneggiamento attribuite al movimento.

Dall’altra parte, l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani teme che il ricorso alla legislazione antiterrorismo possa essere utilizzato in maniera troppo ampia, con il rischio di colpire non soltanto comportamenti illegali specifici, ma anche forme di dissenso e mobilitazione politica.

Il dibattito, dunque, non riguarda soltanto Palestine Action. Sullo sfondo emerge una questione più generale: fino a che punto uno Stato possa utilizzare gli strumenti dell’antiterrorismo contro movimenti che ricorrono a danneggiamenti e sabotaggi senza che vi sia necessariamente un’attività armata diretta contro la popolazione civile.

Sarà anche il confronto nelle aule giudiziarie, soprattutto nel Regno Unito, a contribuire a definire i confini di questa controversia. Per il momento, però, la distanza tra Washington e Londra da una parte e le Nazioni Unite dall’altra appare netta.

Mentre Stati Uniti e Regno Unito ritengono che le attività di Palestine Action giustifichino l’applicazione di misure previste dalla legislazione antiterrorismo, l’Onu avverte che l’uso troppo esteso dell’etichetta di «terrorismo» può produrre conseguenze profonde sulla libertà di protesta e sullo spazio democratico.

(Redazione)

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