Il mistero dell’alluvione sull’Himalaya: un ghiacciaio collassato dietro la catastrofe

(Photo by Prabin RANABHAT / AFP)

La catastrofe lungo il confine himalayano ha travolto villaggi, strade e infrastrutture, coinvolgendo anche numerosi turisti stranieri. Le prime analisi indicano che all’origine dell’onda di acqua, fango e detriti potrebbe esserci stato il distacco di una gigantesca massa di ghiaccio e roccia, ma gli esperti invitano ancora alla prudenza.


MADRID. – È una delle più gravi catastrofi naturali degli ultimi anni nella regione himalayana. Le violente inondazioni e le colate di fango che hanno colpito il confine tra Nepal e Tibet hanno provocato almeno 160 morti e lasciato centinaia di persone disperse. Il bilancio, tuttavia, continua a cambiare con il passare delle ore e le autorità temono che possa aggravarsi ulteriormente.

Sul versante nepalese, le operazioni di recupero hanno restituito decine di corpi, mentre centinaia di persone risultano ancora irreperibili. Tra loro vi sono numerosi turisti e pellegrini stranieri, presenti in una zona molto frequentata per le escursioni e per i percorsi diretti verso alcune delle più importanti mete religiose dell’Himalaya. I dati diffusi dalle autorità dei due Paesi devono inoltre essere interpretati con cautela, perché non è escluso che alcune segnalazioni di dispersi possano sovrapporsi.

Le ultime informazioni disponibili parlano di almeno 165 vittime e di quasi 1.500 persone ancora disperse complessivamente nell’area colpita, comprese centinaia di cittadini stranieri. Le squadre di soccorso stanno lavorando in condizioni estremamente difficili, tra strade distrutte, comunicazioni interrotte e grandi quantità di fango e detriti che rendono complicato raggiungere le località più isolate.

La montagna che è crollata nel fondovalle

La ricostruzione della dinamica della tragedia si sta facendo più chiara grazie alle immagini satellitari e alle analisi degli esperti. Secondo le prime valutazioni, una parte consistente di un ghiacciaio situato ad alta quota si sarebbe staccata, precipitando verso il fondovalle insieme a rocce e detriti.

L’enorme massa avrebbe quindi investito il sistema fluviale della zona, generando una violentissima colata di acqua, ghiaccio, fango e massi. Il flusso si sarebbe propagato lungo il Lhende Khola e poi verso il sistema del Bhote Koshi, trasformandosi in un’onda distruttiva capace di travolgere abitazioni, ponti, strade e impianti energetici.

Le analisi preliminari riportate dagli esperti indicano che un grande blocco di ghiaccio, largo centinaia di metri, potrebbe essersi staccato da una quota superiore ai 5.000 metri, precipitando per oltre un chilometro. L’impatto avrebbe frantumato il ghiaccio e mobilitato enormi quantità di materiale, dando origine a una sorta di valanga che, una volta incanalata nelle strette valli montane, ha acquistato ulteriore forza e velocità.

Il terremoto? Un’ipotesi iniziale poi ridimensionata

Nelle prime ore dopo il disastro era circolata l’ipotesi che un terremoto avesse provocato la frana e il successivo collasso del ghiacciaio. Ma le verifiche successive hanno cambiato la ricostruzione.

Il Servizio geologico degli Stati Uniti, l’USGS, aveva inizialmente rilevato un segnale sismico nell’area. Le analisi successive hanno però indicato che quel segnale non sarebbe stato la causa dell’evento: sarebbe stato invece prodotto dal violentissimo movimento della massa di ghiaccio, roccia e detriti durante il collasso. In sostanza, sarebbe stata la frana a generare una scossa registrata dagli strumenti, e non il contrario.

Resta comunque da chiarire con precisione quale sia stato il fattore iniziale capace di destabilizzare il ghiacciaio.

Temperature più alte e cambiamento climatico: il possibile fattore di fondo

Tra le ipotesi al vaglio degli scienziati vi è anche il ruolo delle temperature insolitamente elevate e del progressivo riscaldamento della regione himalayana. Le immagini satellitari avrebbero mostrato una riduzione della copertura nevosa nelle ore precedenti alla catastrofe, un elemento che potrebbe indicare condizioni favorevoli alla fusione e all’indebolimento della massa glaciale.

Gli esperti, tuttavia, invitano a non trarre conclusioni affrettate. Stabilire un collegamento diretto tra il cambiamento climatico e un singolo evento naturale richiede analisi approfondite. È quindi ancora troppo presto per affermare che il riscaldamento globale sia la causa diretta della tragedia.

Il quadro generale, però, è preoccupante. Nell’intera regione dell’Himalaya l’aumento delle temperature sta accelerando il ritiro dei ghiacciai e modificando profondamente l’equilibrio delle montagne. Questo processo può aumentare il rischio di frane, valanghe di ghiaccio e roccia e improvvise inondazioni provocate dal cedimento di dighe naturali o dallo svuotamento di laghi glaciali.

Il pericolo di una seconda ondata

Mentre proseguono le ricerche dei dispersi, le autorità devono affrontare anche un nuovo pericolo. Sul versante tibetano è stata individuata a monte una massa di detriti che ha ostruito un corso d’acqua, favorendo la formazione di un bacino naturale.

Il timore è che un eventuale cedimento di questa barriera possa provocare una nuova ondata di acqua e fango verso valle, mettendo ulteriormente a rischio le popolazioni e complicando le operazioni di soccorso. Le autorità cinesi hanno rafforzato il monitoraggio dell’area e mobilitato squadre specializzate per valutare la stabilità del bacino e prevenire eventuali disastri secondari.

Nel frattempo, migliaia di soccorritori, militari e agenti di polizia sono impegnati sui due lati del confine. Elicotteri, droni e mezzi pesanti vengono utilizzati per cercare superstiti e portare aiuti nelle comunità rimaste isolate.

Una tragedia che riporta l’Himalaya sotto osservazione

La catastrofe tra Nepal e Tibet mette nuovamente in evidenza la fragilità di una delle regioni più spettacolari ma anche più vulnerabili del pianeta. In queste montagne, dove ghiacciai, fiumi e versanti ripidi convivono in un equilibrio delicato, il crollo di una massa di ghiaccio o di roccia può trasformarsi in pochi minuti in una devastante piena capace di percorrere decine di chilometri.

La causa immediata dell’alluvione sembra ormai sempre più legata al collasso di una grande massa glaciale e rocciosa. Rimane invece aperta la domanda su che cosa abbia provocato quel cedimento: condizioni meteorologiche, temperature elevate, caratteristiche geologiche del versante o una combinazione di più fattori.

Saranno le indagini degli scienziati e l’analisi delle immagini satellitari a fornire una risposta più precisa. Per il momento, mentre il bilancio umano resta ancora provvisorio, la priorità è una sola: raggiungere le zone isolate e trovare il maggior numero possibile di superstiti.

(Redazione)

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