CEPAL: il petrolio spinge il Venezuela, ma la regione cresce poco


Le proiezioni dell’organismo internazionale evidenziano l’accelerazione di Caracas, a fronte di un contesto latinoamericano penalizzato da bassi investimenti e incertezze geopolitiche globali


CARACAS – Nel suo ultimo Studio Economico relativo ad America Latina e Caraibi, la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) dipinge un quadro di marcata eterogeneità, dove spicca la singolare accelerazione dell’economia venezuelana. A fronte di un panorama regionale caratterizzato da una moderata debolezza, le proiezioni per Caracas mostrano un’espansione del PIL pari al 6,5% sia per il 2026 che per il 2027. Questo risultato colloca la nazione sudamericana tra i motori più dinamici dell’intero continente, sostenuto in modo determinante dalla progressiva riattivazione del settore petrolifero e delle attività estrattive.

La rilevante ripresa del Venezuela trova una spiegazione fondamentale sia nel graduale sblocco delle esportazioni energetiche sia nel sensibile incremento della produzione nazionale di idrocarburi. Va tuttavia sottolineato come questo balzo percentuale muova da una base di confronto eccezionalmente compressa, esito della severissima crisi recessiva degli anni passati. La riapertura dei canali commerciali e l’afflusso di nuovi capitali nel comparto energetico consentono al Paese di mantenere un ritmo di espansione nettamente superiore alla media dell’area. Ciò avviene in un contesto globale pur contraddistinto da forte volatilita geopolitica. Ciononostante, gli analisti dell’organismo internazionale evidenziano che, per stabilizzare questa traiettoria nel lungo periodo, Caracas dovra attrarre consistenti e continuativi investimenti diretti.

Al di fuori dell’eccezione venezuelana, la performance complessiva dell’America Latina e dei Caraibi appare decisamente più contenuta. La CEPAL stima per la regione una crescita del 2,2% nel 2026, segnando un lieve ridimensionamento rispetto alle rilevazioni precedenti e consolidando un ciclo quinquennale con una media di espansione media annua vicina al 2,3%. Il segretariato generale della CEPAL avverte espressamente che un simile tasso risulta del tutto insufficiente per affrontare le nodali urgenze sociali e strutturali del continente. In particolare, tali ritmi non consentono di incrementare significativamente il reddito pro capite, né di “colmare i divari di sviluppo o ampliare in modo significativo gli spazi di politica”.

Sullo scenario macroeconomico pesano le incertezze del quadro internazionale, esposto a forti tensioni geopolitiche, alle fluttuazioni dei prezzi energetici e alla rigidità delle condizioni finanziarie globali. Ciononostante, le proiezioni indicano una parziale ripresa nel 2027, anno in cui la crescita regionale dovrebbe toccare il 2,5%, confidando in una graduale attenuazione dei fattori di instabilità estera.

Il documento della CEPAL evidenzia comunque marcate differenze tra le singole economie dell’area. La Guyana guida l’intera classifica continentale grazie al boom petrolifero del bacino offshore, con stime di espansione straordinarie che superano il 16% nel 2026 e sfiorano il 20% nel 2027. Nel cono sud, dietro al primato del Venezuela, si attesta il Paraguay con una previsione del 4,3%, seguito dall’Argentina, la cui ripresa stimata si attesta al 3,3%.

Le principali economie dell’America Latina mostrano invece un andamento assai più prudente. Il Perù è accreditato di un incremento del 3,2%, la Colombia del 2,6% e il Brasile si ferma a un modesto 2,2%, mentre il Cile registra una previsione dell’1,6%. All’estremità inferiore della classifica sudamericana si posiziona la Bolivia, la cui crescita stenta a superare lo 0,5%. Nell’area centroamericana e caraibica si distinguono le buone prestazioni di Nicaragua (4,5%), Panama (4,4%) e Repubblica Dominicana (4,0%), quest’ultima trainata dal solido dinamismo del turismo e dei servizi avanzati.

All’opposto, la fotografia dell’organismo delle Nazioni Unite rivela le drammatiche contrazioni di alcune realtà regionali. Cuba appare segnata dalla crisi più acuta, con una stimata riduzione del PIL pari al 10,3% nel 2026, mentre Haiti e la Giamaica registrano flessioni rispettivamente dell’1,9% e dell’1,2%.

A prescindere dai singoli tassi nazionali, il report della CEPAL rimarca la persistenza di ostacoli storici che frenano il potenziale del continente. Come ribadito nel testo, «rimangono vincoli strutturali che continueranno a limitare la capacità di crescita delle economie della regione». Tra i fattori critici emergono l’annoso deficit di investimenti pubblici e privati, la stagnazione della produttività globale, la lentezza nella creazione di posti di lavoro formali e la vastità del settore informale.

In sede di analisi istituzionale, il segretario esecutivo José Manuel Salazar-Xirinachs ha ricordato le linee guida indispensabili per un cambio di passo.

“Per superare la trappola della bassa capacità di crescita – ha detto -, dobbiamo aumentare gli investimenti e la produttività e, al tempo stesso, avanzare verso una formalizzazione produttiva che rafforzi le capacità delle persone e delle imprese”.

Per José Manuel Salazar-Xirinachs solo attraverso una combinazione di riforme strutturali, investimenti strategici e rafforzamento delle reti di protezione sociale sarà possibile convertire i picchi di crescita congiunturali in un modello di sviluppo equo e sostenibile.

Redazione Caracas

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