Milioni di cittadini ricorrono al privato perché non trovano nel sistema pubblico una risposta sufficientemente rapida alle proprie necessità. Un fenomeno che rischia di produrre una conseguenza socialmente delicata: la possibilità di accedere rapidamente alle cure può dipendere sempre più dalla capacità economica individuale.
MADRID.- La sanità privata non è più una componente marginale del sistema italiano. Quasi 27 euro ogni 100 spesi per la salute provengono infatti da fonti private, una quota sensibilmente superiore alla media dell’Unione europea, che si aggira intorno al 20%. Un dato che racconta un cambiamento profondo nelle modalità con cui gli italiani accedono alle cure e che riapre il confronto sul rapporto tra Servizio sanitario nazionale e offerta privata.
A fornire questa fotografia è un’indagine dell’AISI – Associazione Imprese Sanitarie Indipendenti, realizzata sulla base degli ultimi dati comparabili di OECD, Commissione europea, European Observatory on Health Systems and Policies e IVASS.
La questione, secondo l’associazione, non dovrebbe essere affrontata attraverso la tradizionale contrapposizione ideologica tra pubblico e privato. “Non vogliamo costruire una contrapposizione tra pubblico e privato, perché sarebbe una lettura vecchia e inutile”, sostiene la presidente AISI Karin Saccomanno. Il punto, secondo l’associazione, è riconoscere che una parte ormai consistente della domanda sanitaria degli italiani passa attraverso strutture private, soprattutto nei settori della specialistica, della diagnostica e della prevenzione.
Quasi un quarto della spesa è pagato direttamente dalle famiglie
I numeri evidenziano soprattutto il peso della spesa sostenuta direttamente dai cittadini. Circa il 24% della spesa sanitaria complessiva italiana è costituito da pagamenti diretti delle famiglie, mentre un ulteriore 3% circa passa attraverso assicurazioni sanitarie volontarie.
In altre parole, quasi nove euro su dieci della componente privata della spesa sanitaria vengono pagati direttamente dai cittadini.
E non si tratta prevalentemente di ticket. Secondo i dati europei utilizzati dall’AISI, le compartecipazioni obbligatorie rappresentano appena il 7,4% della spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie.
“I numeri mostrano una scelta precisa”, osserva il segretario generale AISI Giovanni Onesti. Una quota importante della popolazione paga infatti direttamente visite, esami e altre prestazioni rivolgendosi al privato. “Non è più un fenomeno marginale, ma una componente concreta del modo in cui gli italiani accedono oggi alle cure”.
Il nodo delle liste d’attesa
Uno dei fattori che contribuiscono a spiegare il ricorso alla sanità privata è rappresentato dai tempi di attesa.
Nell’assistenza ambulatoriale, secondo i dati citati dall’AISI, soltanto il 58% dei costi è finanziato pubblicamente in Italia, contro il 77% della media europea.
Le analisi dell’OECD e dell’European Observatory collegano una parte di questa differenza proprio alle difficoltà di accesso alle prestazioni specialistiche. Quando una visita o un esame viene rinviato per settimane o mesi, una parte dei cittadini che può permetterselo sceglie di pagare direttamente per ottenere una prestazione in tempi più brevi.
Un fenomeno che rischia però di produrre una conseguenza socialmente delicata: la possibilità di accedere rapidamente alle cure può dipendere sempre più dalla capacità economica individuale.
È questo uno degli aspetti che rende il tema del rapporto tra pubblico e privato particolarmente sensibile. Se il privato diventa la risposta alle inefficienze del sistema pubblico, il rischio è che si consolidi una sanità a due velocità: da una parte chi può acquistare rapidamente una prestazione, dall’altra chi deve necessariamente affidarsi ai tempi del Servizio sanitario nazionale.
Crescono anche le assicurazioni sanitarie
Un altro indicatore del cambiamento è rappresentato dalla crescita delle assicurazioni.
Nel 2024 la raccolta premi del ramo malattia ha raggiunto 4,403 miliardi di euro, con un incremento del 12,1%rispetto all’anno precedente. Nei primi nove mesi del 2025 la crescita è proseguita, con un ulteriore +12,7%.
Nel 2024 quasi la metà dei premi, il 49,5%, proveniva da polizze collettive collegate a fondi sanitari; il 12,8% da altre forme collettive e il 37,8% da polizze individuali. Proprio queste ultime hanno registrato un incremento, passando dal 36,7% dell’anno precedente al 37,8%.
Il dato suggerisce che una parte della popolazione non si limita più a sostenere occasionalmente il costo di una visita o di un esame, ma cerca strumenti per programmare e proteggere nel tempo il proprio accesso alle cure.
Uno studio pubblicato nel 2025 su Health Policy, citato dall’AISI, ha inoltre rilevato un’associazione tra la disponibilità di un’assicurazione sanitaria volontaria e una maggiore probabilità di ricorrere privatamente alle visite specialistiche e alla diagnostica.
Pubblico e privato non sono però la stessa cosa
L’AISI sottolinea una distinzione importante. Il privato accreditato opera all’interno della programmazione sanitaria pubblica e sulla base di accordi con i sistemi regionali. La pura solvenza, invece, riguarda prestazioni pagate direttamente dal cittadino oppure attraverso fondi e assicurazioni.
Sono quindi modelli diversi per finanziamento, regolazione e modalità di accesso.
Ma entrambi rappresentano una parte della capacità sanitaria complessiva del Paese, attraverso strutture, professionisti, tecnologie, diagnostica, prevenzione e riabilitazione.
“Distinguerli è necessario, ignorarne il peso complessivo sarebbe un errore”, sostiene Saccomanno. Una politica sanitaria moderna, aggiunge, dovrebbe sapere “quanta capacità esiste, dove si trova e quali bisogni può soddisfare”.
La sfida è evitare una sanità per chi può pagare
È proprio qui che si concentra il nodo politico e sociale della questione.
Sostenere che il privato possa contribuire alla capacità complessiva del sistema sanitario non significa automaticamente sostenere che debba sostituire il pubblico. Al contrario, la presenza di un Servizio sanitario nazionale universalistico rimane fondamentale per garantire l’accesso alle cure indipendentemente dal reddito.
Ma altrettanto difficile è ignorare che milioni di cittadini già oggi ricorrono al privato, spesso perché non trovano nel sistema pubblico una risposta sufficientemente rapida alle proprie necessità.
La vera domanda, dunque, non è necessariamente pubblico contro privato, ma come impedire che il privato diventi l’unica soluzione per chi dispone di risorse economiche.
“Sostenere il privato non significa indebolire il pubblico”, afferma il direttore generale AISI Fabio Vivaldi. Può, secondo l’associazione, significare mettere a disposizione del Paese “più capacità assistenziale, tecnologia e possibilità di accesso”.
Ma perché ciò avvenga senza compromettere l’universalità delle cure, servono regole chiare, controlli, trasparenza e soprattutto una programmazione capace di stabilire quali prestazioni il sistema pubblico non riesce a garantire nei tempi necessari.
La questione non è più ideologica, ma riguarda il futuro della sanità
I dati descrivono quindi una trasformazione che sarebbe difficile continuare a ignorare. Il privato è già profondamente presente nella sanità italiana, sia attraverso le strutture accreditate sia attraverso la spesa sostenuta direttamente dalle famiglie e il crescente ricorso alle assicurazioni.
La sfida per la politica sanitaria è trasformare questa realtà in una risorsa senza permettere che le differenze economiche si traducano in differenze nell’accesso alle cure.
“Non chiediamo privilegi né scorciatoie”, conclude Saccomanno. Il privato, sostiene, “è già parte delle scelte sanitarie degli italiani e non deve essere demonizzato”.
Il punto, tuttavia, resta quello essenziale: valorizzare tutte le risorse disponibili senza smantellare il principio secondo cui la salute non dovrebbe dipendere dalla disponibilità del portafoglio. È su questo equilibrio, più che sulla contrapposizione tra pubblico e privato, che si giocherà una parte importante del futuro della sanità italiana.
(Redazione)
