È la conseguenza delle nuove regole europee, ma anche il segnale di un sistema che continua a spostare responsabilità da uno Stato all’altro, mentre al centro dovrebbero esserci persone, diritti e vite. L’Europa non può pretendere di essere una comunità fondata sui diritti se, quando affronta una delle sue questioni più difficili, finisce per vedere soprattutto frontiere, competenze territoriali e responsabilità finanziarie.
MADRID.- La parola utilizzata dalle istituzioni è “trasferimento”. Il linguaggio amministrativo parla di procedure, competenze, primo Paese di ingresso, quote, riammissioni. Ma dietro queste formule ci sono persone in carne e ossa, uomini e donne che hanno attraversato guerre, persecuzioni, povertà, violenze e viaggi spesso drammatici per arrivare in Europa.
Ed è difficile non provare indignazione quando la gestione della loro vita sembra trasformarsi, ancora una volta, in una partita a scacchi tra governi.
Dopo quasi quattro anni di blocco, la Svizzera ha annunciato che riprenderà dalla fine di agosto i trasferimenti verso l’Italia dei cosiddetti “dublinanti”, cioè dei richiedenti asilo che, secondo le regole europee, dovrebbero vedere esaminata la propria domanda dal primo Paese dell’Unione nel quale sono entrati.
La decisione segue quella già annunciata dalla Germania. La portavoce della Segreteria di Stato della migrazione svizzera, Magdalena Baker, ha confermato che i primi voli sono già stati prenotati e che la ripresa avverrà inizialmente attraverso un numero limitato di casi, in modo graduale e coordinato con le autorità italiane.
La motivazione è quella di far funzionare nuovamente il sistema. Ma la domanda che inevitabilmente si pone è: far funzionare per chi?
Un sistema che sposta le persone, non risolve il problema
Il meccanismo di Dublino nasce con un obiettivo preciso: stabilire quale Stato sia responsabile dell’esame di una domanda di protezione internazionale. In linea generale, la responsabilità ricade sul Paese di primo ingresso.
Un principio apparentemente semplice che, nella realtà, ha prodotto negli anni una distribuzione profondamente squilibrata delle responsabilità. I Paesi situati alle frontiere esterne dell’Europa, come l’Italia, sono esposti in misura maggiore agli arrivi e devono affrontare l’impatto iniziale dei flussi.
Nel dicembre 2022 l’Italia aveva sospeso le riammissioni dei richiedenti asilo provenienti da altri Paesi europei. La conseguenza è stata che Stati come la Svizzera hanno dovuto farsi carico di persone che, secondo le regole di Dublino, avrebbero dovuto essere trasferite in Italia.
Secondo i dati della Segreteria di Stato della migrazione, dal dicembre 2022 sono stati 3.784 i casi che avrebbero potuto comportare un trasferimento verso l’Italia. Nel frattempo, però, le situazioni sono cambiate: una parte dei richiedenti ha ottenuto una forma di protezione, altri hanno ancora la procedura in corso e soltanto 652 persone potrebbero oggi essere effettivamente trasferite.
Numeri che mostrano quanto sia complesso trasformare una persona in una pratica amministrativa.
La nuova partita europea
La situazione è cambiata con l’entrata in vigore, il 12 giugno scorso, del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo.
Il principio della responsabilità del Paese di primo ingresso resta sostanzialmente in piedi, ma viene accompagnato da meccanismi di solidarietà e compensazione destinati soprattutto agli Stati sottoposti a maggiore pressione migratoria.
L’Italia dovrebbe dunque ricevere sostegno finanziario e altre forme di assistenza, ma in cambio è chiamata a rispettare gli obblighi previsti dal nuovo sistema, compreso quello relativo alla gestione delle domande dei cosiddetti dublinanti.
Ed è qui che emerge una delle contraddizioni più profonde.
L’Europa parla di solidarietà, ma continua a costruire un sistema nel quale la solidarietà viene spesso misurata in trasferimenti, compensazioni economiche e accordi tra governi.
Le persone rischiano di diventare l’oggetto di una contabilità politica: oggi spettano all’Italia, domani alla Germania, dopodomani alla Svizzera. Un meccanismo nel quale la domanda fondamentale — di quale protezione ha bisogno questa persona? — rischia di essere subordinata alla domanda burocratica: quale Stato è responsabile di lei?
Il caso di Faduma
La vicenda della giovane somala Faduma Abdirisaq Warsame rende ancora più evidente la dimensione umana che si nasconde dietro le procedure.
La giovane, destinata a essere trasferita dalla Germania all’Italia, è stata accolta a Norimberga attraverso il cosiddetto “Kirchenasyl”, l’asilo ecclesiastico, una forma di protezione garantita dalle comunità religiose tedesche in determinate circostanze.
La sua storia è diventata simbolica proprio perché dietro il provvedimento di trasferimento non c’è una pratica astratta, ma una giovane donna che racconta di avere paura e di essere finalmente al sicuro.
Le organizzazioni che la stanno assistendo chiedono a Berlino di rinunciare alla procedura.
Non è questo il momento di stabilire, senza conoscere tutti gli elementi del caso, quale debba essere necessariamente la decisione finale delle autorità tedesche. È però il momento di ricordare che ogni procedura migratoria riguarda una persona e non un pacco da consegnare al destinatario corretto.
Anche la Svizzera riapre i trasferimenti
Ora la stessa dinamica si prepara a ripartire dalla Svizzera.
Berna parla prudentemente di una ripresa graduale e sostenibile, sottolineando la necessità di evitare di sovraccaricare il sistema italiano. Per il momento i trasferimenti dovrebbero riguardare soprattutto persone arrivate dopo il 12 giugno, data di entrata in vigore del nuovo Patto europeo.
Resta tuttavia aperta una questione delicatissima: che cosa accadrà a coloro che sono entrati in Europa prima di quella data?
Proprio su questo punto emergono interpretazioni differenti. E il fallimento del primo tentativo tedesco di trasferire tre richiedenti asilo in Italia, proprio perché entrati in Germania prima del 12 giugno, dimostra quanto il nuovo quadro sia ancora tutt’altro che semplice.
La questione non è soltanto giuridica. È soprattutto politica e umana.
L’Europa deve smettere di contendersi le persone
Non si tratta di negare la necessità di regole.
Un sistema europeo comune ha bisogno di procedure chiare. Gli Stati devono sapere quali sono le proprie responsabilità e devono rispettare gli accordi sottoscritti. Anche l’Italia, naturalmente, deve rispettare gli obblighi europei.
Ma il rispetto delle regole non può diventare un alibi per dimenticare il motivo per cui quelle regole esistono: proteggere persone che chiedono protezione.
Se l’unico obiettivo è stabilire chi debba farsene carico, l’Europa rischia di costruire una macchina burocratica perfettamente funzionante e, nello stesso tempo, politicamente e moralmente fallimentare.
La questione migratoria non può essere affrontata soltanto attraverso respingimenti, trasferimenti, accordi bilaterali e compensazioni finanziarie. Occorre una vera politica europea dell’asilo, capace di distribuire le responsabilità senza trasformare i richiedenti protezione in una sorta di merce di scambio tra Stati.
Non possono essere le persone a pagare il prezzo delle difficoltà degli accordi europei.
Prima dei numeri vengono le vite
I 652 possibili trasferimenti dalla Svizzera possono apparire, in una tabella amministrativa, come un numero relativamente piccolo. Ma 652 non è soltanto una cifra.
Sono 652 storie, 652 paure, 652 percorsi personali. Sono persone che hanno già affrontato un viaggio difficile e che rischiano ora di essere sottoposte a un’altra forma di precarietà: essere trasferite da un Paese all’altro mentre la loro richiesta di protezione continua a essere valutata.
E dietro ciascuna di quelle persone ci sono spesso famiglie, legami, traumi e speranze.
L’Europa non può pretendere di essere una comunità fondata sui diritti se, quando affronta una delle sue questioni più difficili, finisce per vedere soprattutto frontiere, competenze territoriali e responsabilità finanziarie.
La vera solidarietà europea dovrebbe essere un’altra cosa.
Dovrebbe significare che l’Italia non viene lasciata sola davanti agli arrivi, che Germania e Svizzera non sono costrette a gestire unilateralmente migliaia di domande, e soprattutto che nessun richiedente asilo diventa il protagonista involontario di una trattativa tra governi.
Perché una persona che chiede protezione non è un pacco da rispedire al primo mittente.
È una persona. E l’Europa, prima ancora di decidere dove debba essere trasferita, dovrebbe ricordarselo.
(Redazione)
