Chiese nel mirino di vandali e incursioni

La Messa nella basilica di Santa Maria Ausiliatrice a Torino durante la pandemia Covid-19..
La Messa nella basilica di Santa Maria Ausiliatrice a Torino. ANSA/TINO ROMANO

Da Lugo a Cattolica, da Roma a Frosinone fino a Medjugorje, una serie di episodi riaccendono il tema della tutela di chiese, opere d’arte e simboli religiosi. Ma dietro i vandalismi c’è anche una questione più ampia: come proteggere un patrimonio immenso senza trasformare i luoghi di culto in spazi blindati


MADRID.- A Lugo il portone della Collegiata dei Santi Francesco e Ilaro si chiude dopo la messa del mattino. Non è una modifica dell’orario estivo né una scelta dettata dalla minore affluenza dei fedeli. È una misura di sicurezza. La chiesa più grande della cittadina ravennate resterà infatti chiusa nelle ore diurne fino all’installazione di un sistema d’allarme nel presbiterio.

La decisione è arrivata dopo una serie di incursioni e, in particolare, dopo quanto accaduto il 31 luglio, quando il parroco, don Leonardo Poli, ha sorpreso intorno all’altare cinque ragazzi tra i 12 e i 15 anni. I giovani avevano forzato alcune cassette delle offerte, danneggiato le candele di plastica e rovinato, anche con sputi, un candelabro acquistato da poco e del valore di circa duemila euro. Alla vista del sacerdote sono fuggiti.

Le telecamere avevano già documentato altri episodi e le immagini sono state consegnate alla polizia. La conseguenza è stata la chiusura del portone che collega il parcheggio con piazza Savonarola: la Collegiata rimane accessibile soltanto in occasione delle funzioni.

È un episodio che si inserisce in una sequenza di fatti diversi per modalità e gravità, ma accomunati dalla violazione di luoghi destinati al culto e alla preghiera.

Tabernacoli, statue e altari violati

Pochi giorni prima, a Cattolica, era stato divelto e portato via il tabernacolo della chiesa di San Giorgio in Conca. Le ostie consacrate contenute all’interno erano state abbandonate nell’area verde circostante. Il furto è stato scoperto la sera del 7 agosto, al momento della chiusura della chiesa, e denunciato ai carabinieri.

Un episodio analogo era avvenuto il 16 giugno nella cappella dell’Aurelia Hospital di Roma. Anche in quel caso era stato sottratto un tabernacolo, pesante e ancorato al piedistallo, contenente particole consacrate. Dalla cappella erano state portate via anche le offerte dei candelieri votivi: poche decine di euro lasciate soprattutto dai pazienti e dai loro familiari.

Ad aprile, a Frosinone, erano state invece decapitate due immagini sacre nel giro di pochi giorni: prima una statua di Padre Pio nella chiesa abbaziale di San Benedetto, poi una Madonna di Lourdes collocata in una nicchia pubblica. Le teste erano state lasciate ai piedi delle statue. I carabinieri avevano acquisito le immagini delle telecamere, ipotizzando anche una possibile matrice comune.

Sono episodi che rendono evidente la vulnerabilità di un patrimonio religioso disseminato sul territorio e spesso accessibile senza particolari sistemi di controllo.

Dalla provocazione al vandalismo

In alcuni casi la violazione assume caratteristiche ancora più gravi.

Nel febbraio 2025, nella basilica di San Pietro, un uomo era salito sull’Altare della Confessione e aveva scaraventato a terra sei candelabri ottocenteschi, per un valore complessivo stimato in circa 30 mila euro. Fu fermato e denunciato.

Nel maggio 2024, nella chiesa di Sant’Angelo Magno ad Ascoli Piceno, chiusa dal terremoto del 2016, gli intrusi avevano distrutto paramenti, un crocifisso e una statua, danneggiato un organo del Seicento e scoperchiato alcune tombe.

A Montecilfone, in provincia di Campobasso, nell’agosto dello stesso anno, una statua della Madonna di Medjugorje era stata gettata a terra e frantumata insieme ad altri oggetti sacri.

A Torino, nel febbraio 2025, il parroco della chiesa di San Pietro in Vincoli, nel quartiere Cavoretto, aveva deciso di limitare l’apertura alle sole ore delle funzioni dopo ripetuti episodi di degrado all’interno dell’edificio. Un uomo senza fissa dimora aveva utilizzato il luogo di culto per compiere i propri bisogni, arrivando a urinare nel fonte battesimale e a lasciare carta sporca di escrementi sull’altare.

Anche la cappella della stazione Termini a Roma era stata costretta a ridurre l’accessibilità negli orari privi di sorveglianza a causa di episodi analoghi.

Quando il vandalismo diventa spettacolo

C’è poi un fenomeno più recente: il gesto compiuto non soltanto per danneggiare, ma per essere filmato e condiviso sui social.

Nell’ottobre 2023, nella chiesa del Carmine di Noci, in Puglia, quattro studenti tra gli 11 e i 12 anni, ancora con le divise scolastiche, avevano sradicato le porticine dei tabernacoli, manomesso l’organo, gettato rifiuti e tentato di appiccare il fuoco con i ceri votivi.

Le telecamere permisero di identificarli. I ragazzi incontrarono il custode della chiesa, la dirigente scolastica e i genitori e presentarono le loro scuse.

L’episodio pone una questione che va oltre la sicurezza degli edifici. Come ha osservato il cardinale Marcello Semeraro, quando i responsabili sono adolescenti, prima ancora della dimensione religiosa del gesto occorre interrogarsi sull’emergenza educativa.

Nel caso di Lugo, don Leonardo Poli ha parlato di noia e di famiglie assenti. È un’interpretazione che non può naturalmente spiegare ogni episodio, ma che introduce una domanda inevitabile: quanto di questi comportamenti nasce dalla volontà di colpire un simbolo religioso e quanto, invece, dalla ricerca di una trasgressione, di una provocazione o di una visibilità immediata sui social?

Medjugorje: l’incendio all’altare esterno

Un grave atto vandalico ha intanto colpito anche il santuario di Medjugorje, in Bosnia ed Erzegovina.

Nella notte tra lunedì e martedì una persona non ancora identificata ha cosparso di liquido infiammabile e dato fuoco all’altare esterno della parrocchia di San Giacomo, provocando ingenti danni. La stessa persona avrebbe imbrattato una statua della Madonna e vergato scritte offensive.

L’ufficio parrocchiale ha immediatamente avviato le operazioni di pulizia e riparazione, comunicando che gli spazi sono nuovamente idonei alla preghiera e che il santuario rimane aperto ai pellegrini.

La risposta scelta dalla parrocchia è significativa: preghiera, digiuno e perdono per chi ha commesso l’atto vandalico. Un modo per ribadire la natura del santuario come luogo di pace senza rinunciare alla necessità di riparare concretamente i danni.

Un fenomeno in aumento?

Stabilire se gli attacchi alle chiese siano realmente in aumento in Italia è più difficile di quanto possa sembrare.

Non esiste infatti una statistica nazionale omogenea che raccolga contemporaneamente furti, vandalismi, profanazioni e altri atti contro i luoghi di culto, distinguendone sistematicamente natura, motivazioni e autori.

Il rapporto Osce relativo al 2024 registra in Italia 893 reati d’odio segnalati dalle forze di polizia. Tra questi figurano 59 attacchi contro luoghi di culto e 27 episodi classificati come vandalismo. Si tratta però di dati relativi ai reati d’odio nel loro complesso e non consentono di stabilire quanti episodi abbiano riguardato specificamente chiese cristiane.

A livello europeo, l’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani ha contato 2.211 reati anticristiani nel 2024, compresi 94 incendi contro chiese o altri siti cristiani. Anche in questo caso, tuttavia, le modalità di raccolta dei dati nei diversi Paesi non consentono di trasferire automaticamente quei numeri alla realtà italiana.

La cautela statistica è dunque necessaria. Ma la successione degli episodi, dalle piccole parrocchie ai grandi luoghi di culto, impone comunque una riflessione sulla vulnerabilità di un patrimonio straordinariamente diffuso.

Il paradosso di San Pietro: proteggere senza militarizzare

È proprio San Pietro a rappresentare forse il dilemma nella sua forma più evidente.

Dopo alcune intrusioni e atti vandalici, il Vaticano ha deciso di rafforzare la protezione di alcune aree della basilica. Ma il cardinale Mauro Gambetti, arciprete di San Pietro, ha sottolineato la necessità di non trasformare la basilica in una struttura militarizzata.

L’idea è quella di conservare un “sapore di libertà”: un principio difficile da conciliare con l’esigenza di proteggere opere d’arte, altari, tabernacoli e persone.

Nel corso di un anno sono oltre venti milioni le persone che attraversano San Pietro. In rapporto a una simile quantità di visitatori, gli episodi problematici restano numericamente limitati. Ma il valore delle opere e soprattutto la funzione religiosa del luogo rendono ogni intrusione particolarmente delicata.

L’Umbria e un patrimonio difficile da sorvegliare

Il problema assume dimensioni ancora più complesse in regioni come l’Umbria, dove il patrimonio religioso è disseminato tra città, borghi, campagne e montagne: chiese, cappelle, eremi, monasteri, santuari, edicole, statue e piccoli luoghi di culto.

Molti di questi edifici custodiscono opere di grande valore, ma sono affidati alla presenza quotidiana di comunità religiose ridotte all’osso. Piccoli monasteri abitati talvolta da appena due o tre religiosi, spesso anziani, continuano a garantire l’apertura di luoghi che possono risalire al Medioevo.

Pensare di dotare ogni struttura di videosorveglianza, allarmi e sistemi di controllo significa affrontare costi e problemi organizzativi enormi. La tecnologia può certamente contribuire al monitoraggio, anche attraverso sistemi intelligenti di analisi delle immagini, ma rimangono fondamentali la manutenzione degli impianti e soprattutto la presenza umana.

Gli episodi umbri degli ultimi anni mostrano quanto il problema sia concreto.

Nel 2016 fu devastata la cappella degli Infermi dell’ex ospedale di Monteluce, a Perugia. Nel 2019 la chiesa di San Girolamo a Narni fu messa a soqquadro: statue, panche e inginocchiatoi furono danneggiati, insieme agli arredi della sacrestia e ai locali parrocchiali.

Nel gennaio 2021, nella chiesa di Sant’Andrea a Orvieto, il parroco trovò resti di un pasto sull’altare, vicino al tabernacolo, oltre a danni al sagrato.

Nel novembre 2022, nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Monterone, a Perugia, furono spezzati un crocifisso del Settecento e altri oggetti sacri. Il crocifisso venne poi ritrovato in un cassonetto del vicino cimitero.

Sono episodi diversi, alcuni riconducibili al vandalismo, altri al degrado o alla ricerca di oggetti di valore. Non possono essere automaticamente inseriti in un’unica categoria. Ma raccontano tutti la fragilità di luoghi che, per la loro stessa natura, sono pensati per essere accessibili.

La chiesa come spazio aperto

Ed è proprio qui che si trova il nodo più difficile.

Una chiesa non è un museo. Non è una banca. Non è un edificio pubblico sottoposto a controlli continui. È, prima di tutto, un luogo che dovrebbe poter accogliere chi entra per pregare, cercare silenzio, trovare riparo o semplicemente sedersi.

Questo vale anche per le persone più fragili e per chi vive ai margini. La presenza di persone senza dimora, migranti o individui con problemi personali e sociali nei pressi delle chiese non è di per sé un problema di sicurezza. Lo diventa quando il degrado si trasforma in aggressione, danneggiamento o profanazione.

La difficoltà sta dunque nel trovare un equilibrio tra apertura e protezione.

Chiudere le chiese può essere la risposta più semplice e, in determinate circostanze, l’unica concretamente praticabile. Ma se diventasse una soluzione generalizzata, finirebbe per modificare la natura stessa di questi luoghi.

La frase di Gambetti — “non possono essere militarizzate” — sintetizza il dilemma: proteggere senza trasformare i luoghi sacri in fortezze.

Per farlo servono certamente tecnologia e sistemi di sicurezza, ma anche presidi umani, collaborazione tra parrocchie e istituzioni, maggiore attenzione al patrimonio culturale e, soprattutto quando sono coinvolti minorenni, una risposta educativa.

Perché dietro ogni porta chiusa c’è una chiesa che non può più svolgere pienamente la sua funzione di luogo aperto alla comunità. E dietro ogni atto vandalico non c’è soltanto un danno materiale: c’è la violazione di uno spazio che, per credenti e non credenti, appartiene spesso alla storia, alla memoria e all’identità dei territori.

(Redazione)

Lascia un commento