Il segretario alla Guerra americano rilancia la pressione sull’Avana durante la visita a Panama: «Tutte le opzioni sono sul tavolo, comprese quelle militari». La minaccia arriva mentre la crisi energetica cubana si aggrava e Washington intensifica la sua politica di isolamento
NEW YORK. – Gli Stati Uniti non escludono un intervento militare contro Cuba. A ribadirlo è stato il segretario alla Guerra americano Pete Hegseth, che durante la sua visita a Panama ha avvertito che Washington mantiene aperte «tutte le opzioni», comprese quelle militari, nei confronti dell’Avana.
Una dichiarazione che segna un nuovo salto di tensione nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba e che arriva dopo mesi di crescente pressione politica, economica e militare esercitata dall’amministrazione di Donald Trump.
«Cuba farebbe bene a prestare attenzione alla volontà del presidente Donald Trump di far valere le prerogative strategiche degli Stati Uniti», ha aggiunto Hegseth, secondo quanto riferito dal Pentagono.
Una pressione che dura da mesi
La nuova minaccia non arriva in un vuoto politico. Washington ha progressivamente intensificato la propria pressione sull’Avana nel corso del 2026.
Il 29 gennaio Trump ha dichiarato un’emergenza nazionale nei confronti di Cuba e ha creato un sistema che consente di imporre dazi aggiuntivi sui prodotti provenienti dai Paesi che forniscono petrolio all’isola. La Casa Bianca ha motivato il provvedimento sostenendo che il governo cubano rappresenta una minaccia per la sicurezza e la politica estera degli Stati Uniti e accusandolo di mantenere rapporti con Paesi e organizzazioni considerati ostili da Washington.
La misura ha colpito soprattutto l’approvvigionamento energetico dell’isola. Cuba, già alle prese con una grave crisi economica, ha visto ridursi drasticamente le forniture di carburante, con conseguenze pesanti sulla produzione, sui trasporti e sulla rete elettrica.
Secondo Reuters, negli ultimi mesi le interruzioni di corrente hanno raggiunto in alcune zone anche le 20 ore al giorno. La crisi energetica si è aggravata dopo l’interruzione delle tradizionali forniture di petrolio dal Venezuela e dal Messico.
Il precedente del Venezuela
Nel nuovo confronto con Cuba pesa anche ciò che è accaduto in Venezuela.
Il 3 gennaio le forze statunitensi hanno condotto un’operazione che ha portato alla cattura e all’estradizione negli Stati Uniti dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. La stessa amministrazione Trump ha presentato l’operazione come una delle più importanti azioni militari americane degli ultimi decenni.
Washington ha successivamente aumentato la pressione sull’Avana, che considera uno dei principali alleati del governo venezuelano e un regime ostile agli interessi americani nella regione.
In un messaggio diffuso a maggio in occasione della Giornata dell’indipendenza cubana, Trump aveva esplicitamente collegato la cattura di Maduro alla situazione di Cuba, affermando che l’operazione aveva mandato «un chiaro messaggio» agli alleati socialisti di L’Avana.
Hegseth aveva già parlato di «tutte le opzioni»
Le parole pronunciate ora a Panama non sono però la prima volta che Hegseth evoca la possibilità di un’azione militare.
Già il 10 giugno, durante una visita alla base navale americana di Guantánamo, il segretario alla Guerra aveva affermato che il Pentagono disponeva di «opzioni a tutti i livelli» quando gli era stato chiesto se gli Stati Uniti stessero valutando anche un’operazione per catturare il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, sul modello di quella condotta contro Maduro.
In quella occasione Hegseth aveva inoltre ammonito l’Avana a non procurarsi armi in grado di colpire la base americana di Guantánamo o il territorio degli Stati Uniti. Un eventuale tentativo, aveva detto, avrebbe potuto provocare una «confrontation» che Cuba non sarebbe stata in grado di sostenere.
La linea appare dunque coerente: Washington vuole far sapere all’Avana che la possibilità di un intervento militare viene considerata dal Pentagono, anche se non è stata annunciata alcuna decisione di attacco.
La crisi di Cuba come fattore di pressione
Nel frattempo la situazione interna dell’isola è diventata sempre più difficile.
La carenza di carburante ha paralizzato una parte dell’economia e aggravato i problemi del sistema elettrico. Reuters riferisce che, parallelamente alla crisi, il governo cubano ha avviato un programma di 176 riforme economiche per cercare di attirare investimenti e dare maggiore spazio all’iniziativa privata.
Anche l’apertura di alcune forniture di carburante dagli Stati Uniti al settore privato cubano ha prodotto effetti limitati. Secondo Reuters, tra febbraio e maggio le aziende americane hanno esportato circa 900.000 barili di carburante verso imprese private dell’isola, ma una parte del prodotto è finita in un mercato nero caratterizzato da prezzi molto elevati.
Per Washington la crisi rappresenta uno strumento di pressione sul governo di Díaz-Canel; per l’Avana, invece, le sanzioni e il blocco delle forniture energetiche costituiscono una forma di aggressione economica contro la popolazione.
Díaz-Canel: «Non abbiamo paura della guerra»
Il governo cubano ha respinto ripetutamente le minacce americane.
Lo scorso luglio Díaz-Canel aveva dichiarato di non volere una guerra con gli Stati Uniti, ma di non averne paura. «Ci stiamo preparando perché non ci colga di sorpresa e perché non siamo sconfitti», aveva detto in un’intervista alla televisione britannica Sky News, definendo la pressione americana una strategia di «guerra psicologica».
Il presidente cubano ha inoltre sostenuto che Cuba non rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti e che l’isola avrebbe il diritto di difendersi in caso di attacco.
Il rischio, dunque, è quello di un progressivo avvitamento della crisi: Washington aumenta la pressione economica e militare, mentre L’Avana risponde rafforzando la propria posizione e preparando il Paese all’eventualità di un confronto.
Guantánamo, il punto più delicato
In questo scenario assume un’importanza particolare la base navale americana di Guantánamo, situata nella parte orientale dell’isola.
La presenza militare statunitense a Guantánamo è da decenni uno dei principali punti di attrito tra i due Paesi. La base offre inoltre agli Stati Uniti una presenza militare permanente direttamente sul territorio cubano e rappresenta, in caso di crisi, un elemento strategico di particolare rilievo.
Proprio da Guantánamo Hegseth aveva lanciato a giugno il suo avvertimento all’Avana. La visita aveva mostrato quanto la questione cubana fosse ormai entrata anche nella pianificazione strategica del Pentagono.
La nuova politica americana nell’emisfero
La minaccia contro Cuba si inserisce in una strategia più ampia dell’amministrazione Trump per rafforzare l’influenza americana nell’emisfero occidentale.
Durante la riunione della Americas Counter-Cartel Coalition a Panama, Hegseth ha sostenuto un ruolo più diretto degli Stati Uniti nelle operazioni contro i gruppi criminali e terroristici dell’America Latina. La Colombia ha annunciato la propria adesione all’iniziativa «Shield of the Americas» e il nuovo governo di Bogotá ha chiesto collaborazione militare americana nella lotta al narcotraffico.
Il segretario alla Guerra ha rilanciato così una visione della sicurezza regionale nella quale Washington intende contrastare non soltanto il narcotraffico, ma anche l’influenza di potenze esterne considerate ostili.
Cuba, in questo quadro, rappresenta un caso particolarmente sensibile per la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti e per i suoi rapporti con Russia, Cina e Iran.
Per ora nessun ordine di attacco
Nonostante il linguaggio sempre più duro, le dichiarazioni di Hegseth non equivalgono a un annuncio di guerra.
Il Pentagono ha effettivamente esaminato negli ultimi mesi diverse ipotesi operative relative a Cuba, ma la preparazione di piani di emergenza non significa necessariamente che il presidente abbia deciso di utilizzarli. Le pianificazioni militari vengono infatti elaborate per diverse eventualità e possono rimanere sulla carta.
La vera novità delle dichiarazioni di Panama è quindi soprattutto politica: per la prima volta l’amministrazione Trump rende ancora più esplicito che l’intervento militare contro Cuba non viene escluso.
L’Avana è avvertita. Washington vuole che il governo cubano sappia che, se la pressione economica e diplomatica non dovesse produrre i risultati sperati, nella strategia americana resta anche l’opzione militare.
E proprio questa prospettiva, in un’area dei Caraibi già segnata dall’intervento americano in Venezuela, rischia ora di trasformare la crisi cubana in uno dei dossier più pericolosi dell’intero emisfero occidentale.
(Redazione)
