Iran, la pena di morte come arma contro il dissenso: scatta la condanna internazionale

Manifestazione di protesta di fonte all'ambasciata di Iran a Roma contro l'impiccagione
Manifestazione di protesta di fronte all'ambasciata di Iran a Roma contro l'impiccagione. (Archivio ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

L’Onu: almeno 56 persone sono state impiccate per reati legati alla sicurezza nazionale dall’inizio delle esecuzioni connesse alle proteste. Oltre cento persone rischiano ora la stessa sorte. Cresce la pressione internazionale su Teheran


MADRID. – L’Unione europea e altri 26 Paesi alzano la voce contro l’Iran e chiedono a Teheran di fermare immediatamente le esecuzioni dei manifestanti e di liberare le persone detenute arbitrariamente. La condanna arriva mentre la Repubblica islamica continua a ricorrere alla pena di morte in procedimenti legati alle proteste antigovernative e mentre le Nazioni Unite lanciano l’allarme sul crescente numero di condanne capitali.

In una dichiarazione congiunta diffusa il 12 agosto, i Paesi firmatari hanno denunciato «con la massima fermezza» le esecuzioni di manifestanti e oppositori. Secondo la dichiarazione, la pena di morte viene utilizzata dalle autorità iraniane come strumento per mettere a tacere il dissenso, intimidire la popolazione e colpire persone che esercitano diritti fondamentali.

L’appello della comunità internazionale

Il messaggio rivolto a Teheran è netto: interrompere immediatamente l’uso della pena capitale, rispettare i diritti umani e procedere alla liberazione delle persone arrestate senza adeguate garanzie. I Paesi firmatari hanno inoltre invitato le autorità iraniane ad ascoltare la popolazione e le richieste di cambiamento provenienti dalle piazze.

Tra i Paesi che hanno aderito all’iniziativa figurano Francia, Regno Unito, Canada e Spagna. La presa di posizione conferma la crescente preoccupazione dei governi occidentali per il ricorso alla pena di morte in Iran, soprattutto nei procedimenti che riguardano manifestanti e oppositori politici.

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha accusato il regime di continuare, mesi dopo la violenta repressione delle proteste, a utilizzare le esecuzioni come strumento di intimidazione. «Questa repressione insopportabile e disumana deve cessare», ha scritto su X.

L’allarme delle Nazioni Unite

A rendere ancora più pesante il quadro sono i dati delle Nazioni Unite. L’Alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk, ha espresso profonda preoccupazione per l’impennata delle esecuzioni.

Secondo i dati citati dall’Onu, almeno 56 persone sono state giustiziate per accuse legate alla sicurezza nazionale dall’inizio delle prime esecuzioni connesse alle proteste. Oltre cento altre persone rischiano di essere condannate a morte per accuse analoghe.

Il problema non riguarda soltanto le esecuzioni già effettuate. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno denunciato anche arresti arbitrari, sparizioni, torture e procedimenti giudiziari nei quali, secondo le informazioni raccolte, non sarebbero state rispettate le garanzie di un processo equo. In una comunicazione del maggio scorso, i relatori speciali dell’Onu hanno riferito di casi nei quali le condanne alla pena capitale sarebbero state basate anche su confessioni ottenute sotto tortura.

Proteste e repressione

La nuova ondata repressiva è legata alle proteste esplose alla fine di dicembre e culminate tra l’8 e il 9 gennaio. Le manifestazioni, inizialmente alimentate dal crescente costo della vita e dal deterioramento delle condizioni economiche, si sono rapidamente trasformate in una contestazione più ampia contro il sistema politico iraniano.

Le autorità di Teheran hanno attribuito le violenze ad azioni terroristiche e a interferenze straniere, in particolare degli Stati Uniti e di Israele, mentre organizzazioni per i diritti umani con sede all’estero hanno denunciato una repressione su vasta scala.

Il clima si è ulteriormente aggravato dopo l’inizio della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele alla fine di febbraio. In questo contesto le autorità iraniane hanno intensificato le misure contro persone accusate di collaborare con potenze straniere, di attività contro la sicurezza nazionale o di partecipazione alle proteste.

Un ricorso alla pena di morte in forte crescita

Il caso iraniano non rappresenta un fenomeno limitato ai manifestanti. La pena capitale viene applicata nel Paese anche per reati legati al traffico di droga, omicidio e altre fattispecie previste dalla legislazione iraniana.

Secondo l’ultimo rapporto di Iran Human Rights e dell’organizzazione francese ECPM, nel 2025 in Iran sono state eseguite almeno 1.639 persone, il numero più alto registrato dal 1989 e il 68% in più rispetto alle 975 esecuzioni documentate nel 2024. Quasi la metà delle esecuzioni del 2025, 795, riguardava reati legati alla droga.

Anche Amnesty International ha documentato un numero estremamente elevato di esecuzioni. La sua rilevazione per il 2025 arriva a 2.159 persone, una cifra superiore a quella delle altre organizzazioni perché basata su criteri e metodologie di raccolta dei dati differenti. L’organizzazione ha definito l’Iran il principale responsabile dell’impennata delle esecuzioni nella regione mediorientale.

Le differenze tra le stime delle organizzazioni dipendono soprattutto dalla difficoltà di ottenere informazioni complete e verificabili in un Paese nel quale le autorità non rendono pubblici tutti i dati sulle esecuzioni. Il dato comune, tuttavia, è quello di una crescita molto forte del ricorso alla pena capitale.

Nel mirino anche i processi per motivi politici

Particolarmente preoccupante per le organizzazioni internazionali è l’utilizzo della pena di morte nei confronti di oppositori, attivisti e manifestanti.

L’Unione europea ha già adottato sanzioni contro giudici iraniani accusati di aver presieduto processi contro oppositori politici, attivisti e appartenenti a minoranze religiose. Secondo il Consiglio dell’Ue, in diversi procedimenti sono state pronunciate condanne alla pena capitale sulla base di accuse legate alla sicurezza nazionale e alla religione, anche nei confronti di persone coinvolte nel movimento «Donna, Vita, Libertà» nato dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022.

Il timore della comunità internazionale è dunque che la pena capitale venga utilizzata non soltanto come sanzione penale, ma come uno strumento per impedire nuove proteste e scoraggiare qualsiasi forma di opposizione.

La richiesta: fermare le impiccagioni

La dichiarazione dell’Ue e dei 26 Paesi arriva quindi in un momento particolarmente delicato. Da una parte Teheran sostiene di dover garantire la sicurezza nazionale in una fase di guerra e di forte pressione esterna; dall’altra, le organizzazioni internazionali per i diritti umani accusano le autorità di utilizzare l’emergenza come giustificazione per reprimere il dissenso.

La richiesta della comunità internazionale è ora quella di fermare le esecuzioni, garantire processi equi e liberare i detenuti arbitrariamente. Una pressione che si aggiunge alle precedenti iniziative dell’Unione europea, che nei mesi scorsi ha imposto nuove sanzioni a funzionari iraniani accusati di gravi violazioni dei diritti umani.

Il rischio, denunciato dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni per i diritti umani, è che il numero delle persone condannate a morte continui ad aumentare. Per questo, dietro la richiesta di fermare le esecuzioni già fissate, c’è un appello più ampio: impedire che la pena capitale diventi definitivamente uno degli strumenti centrali della repressione politica iraniana.

(Redazione)

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