Italiani all’estero, la riforma elettorale rischia di cancellarne la rappresentanza: l’allarme del CGIE

Il Senato in una foto d'archivio.

Ridisegnare la Circoscrizione Estero non è una semplice modifica tecnica. Accorpare territori e comunità profondamente diversi può compromettere la rappresentanza di milioni di cittadini italiani nel mondo. Il CGIE chiede di tutelare le ripartizioni, mantenere le preferenze e rafforzare la sicurezza del voto.


MADRID.- La riforma della legge elettorale approvata dalla Camera e ora all’esame del Senato apre un fronte delicatissimo sul futuro della rappresentanza degli italiani residenti all’estero. Dietro una modifica apparentemente tecnica della geografia elettorale si nasconde infatti una questione politica e democratica di grande rilievo: il rischio che milioni di cittadini italiani che vivono, lavorano e studiano fuori dai confini nazionali vedano ulteriormente ridursi la propria capacità di essere rappresentati nelle istituzioni della Repubblica.

A lanciare l’allarme è il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), organismo di rappresentanza delle comunità italiane nel mondo, che ha trasmesso al Parlamento un articolato documento di raccomandazioni e proposte sulla riforma della Circoscrizione Estero. Il messaggio è netto: qualsiasi modifica della legge elettorale deve rafforzare, e non indebolire, il diritto di voto, la sicurezza delle procedure e soprattutto la rappresentanza effettiva delle diverse comunità italiane nel mondo.

Il punto più controverso riguarda la ridefinizione delle ripartizioni elettorali. L’attuale sistema, nato con la legge Tremaglia del 2001, distingue quattro aree: Europa; America settentrionale e centrale; America meridionale; Africa, Asia, Oceania e Antartide. La riforma approvata dalla Camera prevede invece una drastica semplificazione: per la Camera le ripartizioni diventerebbero due, Europa ed Extra Europa, mentre per il Senato verrebbe istituita un’unica circoscrizione estera mondiale.

Una trasformazione che il CGIE considera estremamente rischiosa. Ridurre realtà geografiche, sociali e politiche profondamente differenti a pochi grandi contenitori elettorali potrebbe infatti rendere molto più difficile il rapporto tra eletti ed elettori e penalizzare soprattutto le comunità numericamente meno consistenti o più lontane dai grandi bacini elettorali.

Il problema non è soltanto quantitativo. Un cittadino italiano che vive a Toronto ha esigenze e rapporti con l’Italia diversi da quelli di un connazionale residente a Buenos Aires, Sydney, Johannesburg o Tokyo. Le comunità italiane all’estero non costituiscono un corpo indistinto: hanno storie migratorie differenti, sistemi associativi diversi, problematiche specifiche e rapporti con i consolati e con le istituzioni italiane che possono variare enormemente da un continente all’altro.

Per questo il CGIE manifesta la propria contrarietà a modifiche o cancellazioni delle ripartizioni che possano compromettere la rappresentanza territoriale, con particolare attenzione alle comunità dell’area anglofona extraeuropea.

Il timore espresso da diversi parlamentari eletti all’estero è ancora più grave: l’accorpamento potrebbe produrre una sorta di “estinzione politica” di alcune comunità. In un collegio mondiale, infatti, la forza numerica dei bacini elettorali più grandi rischierebbe inevitabilmente di prevalere su realtà meno popolose ma non per questo meno importanti.

È questo il paradosso che la riforma rischia di produrre: cittadini italiani formalmente titolari dello stesso diritto di voto, ma concretamente sempre più difficili da rappresentare. Una rappresentanza che potrebbe esistere sulla carta e diventare, nella realtà, sempre più lontana dalle comunità che dovrebbe tutelare.

Il CGIE: prima sicurezza e partecipazione, non riduzione della rappresentanza

Il CGIE chiede innanzitutto che la riforma affronti i problemi reali del voto all’estero. Già dal giugno 2025 il Consiglio ha presentato una serie di proposte per aumentare sicurezza, tracciabilità e affidabilità delle procedure elettorali.

La tutela dell’integrità del voto è naturalmente essenziale. Ma, secondo il CGIE, sicurezza e rappresentanza non devono essere messe in contrapposizione. Rendere più sicuro il voto non significa necessariamente ridurre gli spazi di rappresentanza delle comunità.

Tra le richieste c’è anche quella di mantenere il sistema delle preferenze, considerato uno degli strumenti fondamentali attraverso cui gli elettori possono scegliere direttamente i propri rappresentanti. La preferenza, sottolinea il Consiglio, ha contribuito nel corso degli anni a costruire un rapporto più diretto tra parlamentari e comunità di riferimento e rappresenta ormai un elemento consolidato della Circoscrizione Estero.

Anche su questo punto il confronto politico si è rivelato particolarmente acceso. La questione delle preferenze ha attraversato le tensioni parlamentari che hanno accompagnato l’approvazione della riforma, mentre le opposizioni hanno accusato la maggioranza di non avere affrontato in modo organico le criticità del voto degli italiani all’estero.

Una disparità sulle candidature da correggere

Il CGIE solleva inoltre una questione di coerenza: oggi un cittadino italiano residente all’estero incontra ostacoli nel candidarsi nelle circoscrizioni territoriali nazionali, mentre cittadini residenti in Italia possono candidarsi nella Circoscrizione Estero.

Secondo il Consiglio, questa asimmetria dovrebbe essere superata. La proposta è che le candidature nella Circoscrizione Estero siano riservate ai cittadini residenti fuori dall’Italia e iscritti all’AIRE da un periodo congruo.

L’obiettivo è evidente: fare in modo che chi viene eletto per rappresentare gli italiani nel mondo abbia un rapporto reale e continuativo con le comunità che è chiamato a rappresentare.

Non si tratta di una questione secondaria. Se la Circoscrizione Estero nasce per garantire una rappresentanza specifica a cittadini che vivono fuori dal territorio nazionale, appare quantomeno discutibile che quella rappresentanza possa essere affidata a persone che non condividono direttamente le condizioni di vita delle comunità estere.

Il diritto a essere rappresentati non può dipendere dalla convenienza politica

È questo, in fondo, il nodo politico più profondo della vicenda.

Gli italiani residenti all’estero non sono una categoria residuale. Sono cittadini della Repubblica. Pagano imposte quando previsto dalla legge, mantengono rapporti familiari, culturali ed economici con l’Italia, partecipano alla vita delle comunità italiane nel mondo e, soprattutto, esercitano un diritto costituzionale: quello di partecipare alla vita democratica del Paese.

Per decenni l’emigrazione italiana è stata una delle grandi esperienze della storia nazionale. Milioni di persone sono partite per cercare lavoro e opportunità, costruendo comunità italiane in ogni continente. Quelle comunità hanno mantenuto lingua, cultura, associazionismo e legami con il Paese d’origine.

Oggi molti di quei cittadini rischiano però di diventare politicamente invisibili.

Prima la riduzione del numero dei parlamentari ha diminuito il peso della rappresentanza. Poi sono intervenute nuove restrizioni sulla trasmissione della cittadinanza alle generazioni nate all’estero. Ora la riforma elettorale interviene sulla struttura stessa della Circoscrizione Estero.

Il rischio è che, intervento dopo intervento, il legame istituzionale tra l’Italia e le sue comunità nel mondo venga progressivamente indebolito.

Il parere del CGIE non può essere ignorato

Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero richiama inoltre una questione istituzionale precisa: la necessità di acquisire formalmente il proprio parere sui provvedimenti che riguardano gli italiani nel mondo, come previsto dalla normativa che ne disciplina le funzioni.

La segretaria generale del CGIE, Maria Chiara Prodi, aveva già posto il tema durante l’audizione davanti alla Commissione Affari costituzionali della Camera del 4 maggio scorso.

Il Consiglio chiede quindi che il proprio parere obbligatorio venga acquisito nell’ambito dell’iter parlamentare. E ricorda che, qualora il legislatore decida di discostarsene, le commissioni competenti dovrebbero fornire una motivazione argomentata.

È una richiesta che non dovrebbe essere considerata un ostacolo burocratico. Quando si interviene sui diritti politici di milioni di cittadini, ascoltare l’organismo istituzionalmente incaricato di rappresentare le comunità italiane all’estero dovrebbe essere una condizione minima di correttezza istituzionale.

Non cittadini di serie B

La discussione sulla riforma elettorale non può dunque ridursi a un confronto tra maggioranza e opposizione, né può essere affrontata esclusivamente sulla base dei possibili vantaggi o svantaggi elettorali per i partiti.

La domanda dovrebbe essere molto più semplice: quale tipo di rappresentanza vogliamo garantire agli italiani che vivono fuori dall’Italia?

Se la risposta è una rappresentanza effettiva, allora la strada non può essere quella di diluire comunità differenti in collegi sempre più vasti, rendendo praticamente impossibile un rapporto diretto tra elettori ed eletti.

Il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione dovrebbe valere anche per chi vive a migliaia di chilometri dall’Italia. La distanza geografica non può trasformarsi in distanza democratica.

Il Senato ha ora la possibilità di correggere ciò che la Camera ha approvato, aprendo un confronto reale con il CGIE, con i parlamentari eletti all’estero e con le comunità italiane nel mondo.

Sarebbe un errore gravissimo considerare queste comunità soltanto come un bacino di voti da ridisegnare attraverso formule elettorali. Gli italiani all’estero sono parte integrante della Repubblica. La loro rappresentanza non è un privilegio, ma un diritto.

E proprio per questo sarebbe profondamente preoccupante se una riforma nata per rendere più efficiente il sistema elettorale finisse, nei fatti, per rendere milioni di cittadini italiani meno visibili, meno rappresentati e meno ascoltati.

Sono richieste che non appartengono a una parte politica.

Riguardano un principio molto più semplice: un cittadino italiano non dovrebbe diventare meno cittadino perché vive dall’altra parte del mondo.

Gli italiani all’estero non chiedono privilegi. Chiedono di non essere cancellati, lentamente e silenziosamente, dalla geografia politica della Repubblica.

Il rischio non è soltanto quello di perdere qualche seggio o di modificare una mappa elettorale. È molto più serio: che gli italiani nel mondo continuino ad avere il diritto di votare, ma perdano progressivamente la possibilità di essere davvero rappresentati.

(Redazione)

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