I Pasdaran rivendicano il lancio di missili contro una base americana in Giordania e fermano tre petroliere nello Stretto di Hormuz. Raid congiunti di Stati Uniti e Arabia Saudita in Iraq contro milizie filo-iraniane. Si allontana l’ipotesi di una ripresa del dialogo.
NEW YORK. – Il Medio Oriente torna a vivere ore di forte tensione dopo una serie di eventi che rischiano di trascinare la regione in una nuova fase di confronto diretto tra Iran e Stati Uniti. I Guardiani della Rivoluzione iraniana hanno rivendicato il lancio di missili balistici contro una base americana in Giordania, sostenendo di aver agito in risposta alle “azioni aggressive” delle forze statunitensi. L’attacco è stato però neutralizzato dai sistemi di difesa giordani, che hanno intercettato cinque missili prima che raggiungessero gli obiettivi.
La reazione di Washington non si è fatta attendere. Il presidente Donald Trump, intervenendo a Fox News, ha usato toni durissimi nei confronti di Teheran, promettendo una risposta militare severa e dichiarando che gli Stati Uniti “colpiranno duramente” l’Iran. Secondo il presidente americano, i militari statunitensi avrebbero avuto soltanto pochi minuti per intercettare i missili diretti contro la base in Giordania.
Raid in Iraq e nuove accuse reciproche
Parallelamente agli eventi in Giordania, Stati Uniti e Arabia Saudita hanno condotto un’operazione militare congiunta contro gruppi armati filo-iraniani presenti in Iraq. Secondo il Comando Centrale americano (Centcom), i raid hanno preso di mira milizie accusate di aver lanciato negli ultimi tre giorni decine di attacchi con droni contro basi americane e infrastrutture petrolifere saudite.
Le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), coalizione di milizie sciite sostenute da Teheran, denunciano invece un bilancio di almeno venti morti e oltre trenta feriti, definendo l’operazione un “attacco terroristico”. Il governo iracheno ha condannato l’azione come una “flagrante violazione della sovranità nazionale”, mentre il primo ministro Ali Al-Zaidi ha rinviato una prevista visita ufficiale a Riad.
Washington sostiene che l’offensiva sia stata una risposta necessaria agli attacchi coordinati dalle Guardie della Rivoluzione iraniane, mentre Teheran continua a presentare le proprie azioni come una risposta alle operazioni militari statunitensi nella regione.
Hormuz torna al centro della crisi
Ad aggravare ulteriormente il quadro è la situazione nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo per il trasporto di petrolio.
I Pasdaran hanno annunciato di aver fermato tre petroliere accusandole di navigare lungo una “rotta pericolosa e illegale” e hanno ribadito di voler mantenere il “pieno controllo” dello stretto.
Contemporaneamente, il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha confermato che Teheran ha respinto la proposta dell’Oman per una gestione condivisa della via d’acqua. L’Iran insiste affinché la rotta d’ingresso nello stretto rimanga interamente sotto il proprio controllo, sostenendo che proprio attraverso Hormuz transitino i rifornimenti militari destinati alle forze americane.
Il rifiuto iraniano rischia di compromettere gli sforzi di mediazione avviati dal Sultanato dell’Oman per rilanciare il dialogo tra Washington e Teheran.
Trump: “L’Iran sarà colpito duramente”
Le dichiarazioni del presidente americano rappresentano uno degli elementi più delicati della giornata. Trump ha definito l’attacco alla base americana in Giordania un’azione “a sorpresa” e ha accusato apertamente l’Iran di orchestrare, attraverso le proprie milizie alleate, gli attacchi contro gli interessi statunitensi nella regione.
Il presidente ha inoltre definito i gruppi armati filo-iraniani presenti in Iraq un “cancro nel mondo” e ha annunciato di valutare ulteriori avvertimenti e possibili azioni contro i cosiddetti “proxy” di Teheran.
Parole che contribuiscono ad aumentare la tensione diplomatica in una fase nella quale qualsiasi incidente potrebbe provocare una risposta militare di più ampia portata.
Negoziati sempre più lontani
Le ultime evoluzioni sembrano allontanare ulteriormente la possibilità di una ripresa del dialogo tra Stati Uniti e Iran.
Se da Washington si continua ad affermare che il canale diplomatico resta aperto, da Teheran arriva una netta smentita. Il viceministro degli Esteri Gharibabadi ha dichiarato che l’Iran non ha trasmesso alcuna richiesta di negoziato agli Stati Uniti nelle ultime settimane, respingendo così la ricostruzione fornita dalla Casa Bianca.
La contrapposizione diplomatica si aggiunge così a quella militare, mentre i tentativi di mediazione promossi dall’Oman e sostenuti anche da altri Paesi della regione, tra cui Pakistan e monarchie del Golfo, sembrano attraversare una fase di stallo.
Il rischio di un conflitto regionale
L’intreccio tra gli scontri in Iraq, gli attacchi missilistici contro la Giordania, le tensioni nello Stretto di Hormuz e la crescente ostilità tra Washington e Teheran alimenta il timore di una nuova escalation regionale.
Hormuz rappresenta uno snodo fondamentale per il commercio energetico mondiale e qualsiasi limitazione alla navigazione potrebbe avere conseguenze immediate sui mercati internazionali del petrolio e sulla sicurezza marittima.
Per il momento nessuna delle parti sembra intenzionata a fare un passo indietro. Al contrario, la sequenza di azioni e controazioni delle ultime ore conferma come il fragile equilibrio raggiunto dopo le precedenti tensioni nel Golfo stia rapidamente lasciando spazio a una nuova fase di instabilità, con il rischio che il confronto si estenda ben oltre i confini di Iran, Iraq e Giordania.
(Redazione)
