Morte di Abderrahim Fakir a Bologna, aperta un’inchiesta

Bologna, Piazza Grande
Bologna, Piazza Grance. (Foto di alex1965 da Pixabay)

Sei persone annotate nel nuovo registro 45-bis. La città chiede verità. La vicenda pone interrogativi profondi al Paese: come gestire le persone in stato di crisi psicologica, quali strumenti offrire alle forze dell’ordine, quale formazione garantire agli operatori e come conciliare sicurezza, tutela della vita e diritti umani.


MADRID.- La morte di Abderrahim Fakir, il 42enne di origini marocchine deceduto durante un intervento delle forze dell’ordine nel quartiere Pilastro di Bologna, ha aperto un caso che scuote la città e riaccende il dibattito nazionale sull’uso della forza, sulle tecniche di contenimento e sulla gestione delle persone in stato di forte agitazione psicofisica.

La Procura di Bologna ha avviato un procedimento per chiarire le circostanze del decesso, iscrivendo nel nuovo “registro modello 45-bis” – introdotto recentemente dal Ministero della Giustizia – due agenti del commissariato Bolognina e quattro operatori sanitari presenti sul posto: due volontari della Croce Rossa e due sanitari del 118.

Si tratta di una procedura che consente di svolgere accertamenti preliminari in presenza di possibili cause di giustificazione, evitando l’automatica iscrizione delle persone nel registro degli indagati.

La ricostruzione dei fatti

Secondo le prime informazioni, Fakir si trovava in uno stato di forte alterazione. Le immagini delle bodycam degli agenti e le testimonianze raccolte indicano che l’uomo avrebbe danneggiato alcune serrande di garage, bloccato un’automobile e manifestato comportamenti ritenuti incompatibili con una condizione di normalità.

Proprio per questo, prima dell’intervento fisico degli agenti, era stato richiesto l’intervento del 118 per una persona in presunta crisi psichiatrica.

Successivamente i poliziotti avrebbero effettuato una manovra di contenimento a terra. Poco dopo, il quarantaduenne ha perso conoscenza ed è deceduto.

La Procura, guidata dal procuratore capo Paolo Guido, ha precisato che le indagini terranno conto “dell’intero sviluppo dei fatti”, esaminando non solo i video diffusi sui social ma anche le registrazioni delle bodycam e tutti gli elementi acquisiti dagli investigatori.

L’autopsia e il nodo delle cause della morte

Nei prossimi giorni sarà affidato l’incarico a un pool di medici legali che dovrà stabilire con precisione le cause del decesso e verificare l’eventuale presenza di patologie pregresse o di altri fattori che possano aver contribuito alla morte.

Uno degli aspetti centrali dell’inchiesta riguarda la corretta esecuzione delle tecniche di immobilizzazione e l’eventuale rischio di asfissia posizionale, tema già emerso in altri casi che negli anni hanno segnato il rapporto tra cittadini e forze dell’ordine.

Gli inquirenti dovranno inoltre accertare il ruolo dei sanitari presenti e i tempi dell’intervento medico.

La difesa della Croce Rossa

Dopo le numerose critiche e accuse circolate sui social network, la Croce Rossa Italiana ha preso posizione in difesa dei propri operatori.

“L’attacco che si è scatenato sui social ferisce profondamente i soccorritori, che vengono indicati come persone che non avrebbero fatto il proprio dovere”, hanno dichiarato i responsabili dell’organizzazione.

Secondo la ricostruzione fornita dalla Croce Rossa, i volontari sarebbero rimasti in attesa di poter intervenire, impossibilitati ad agire mentre l’uomo era ancora immobilizzato dalle forze dell’ordine.

“Quando ci è stato consentito, siamo intervenuti immediatamente”, è la posizione espressa dai soccorritori.

Il caso politico e la richiesta di chiarezza

La morte di Fakir ha rapidamente assunto una dimensione politica e istituzionale.

Il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha parlato di una città “sotto choc” e ha chiesto che venga fatta piena luce sui fatti.

“Prima la verità, poi la giustizia”, ha affermato il primo cittadino, sottolineando che Bologna “ha sempre creduto nello Stato e nelle sue istituzioni, nonostante le profonde ferite della propria storia”.

Lepore ha inoltre sollevato una questione più ampia: se le forze di polizia debbano essere lasciate sole nella gestione di situazioni socialmente e psicologicamente complesse.

“Quando la polizia è costretta a interventi di questo tipo, significa che qualcosa ha già fallito”, ha dichiarato.

Di diverso avviso il vicepremier Matteo Salvini, che ha criticato la manifestazione convocata in città, invitando alla prudenza e mettendo in guardia dal rischio di trasformare la vicenda in un processo mediatico contro gli agenti.

Anche il deputato del Partito Democratico Andrea De Maria ha chiesto che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi riferisca in Parlamento su quanto accaduto.

Le polemiche sull’informazione

Il caso ha investito anche il servizio pubblico radiotelevisivo.

Il comitato di redazione del Tgr Emilia-Romagna, insieme ai sindacati dei giornalisti, ha denunciato la mancata messa in onda di un servizio dedicato alla vicenda.

Secondo la denuncia, la direzione avrebbe chiesto modifiche al servizio, tra cui l’eliminazione di alcune immagini e dell’espressione “intervento violento”. Il giornalista autore del servizio avrebbe quindi ritirato la firma, portando alla mancata trasmissione del servizio stesso.

L’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna ha espresso preoccupazione per il rischio che valutazioni discrezionali possano limitare il diritto dei cittadini a essere informati.

Il dolore della comunità e l’appello alla responsabilità

A Bologna cresce intanto il clima di tensione e commozione.

L’arcivescovo Matteo Zuppi ha invitato a evitare odio, strumentalizzazioni e violenza verbale, chiedendo che prevalgano il rispetto, il dialogo e la fiducia nella giustizia.

Particolarmente toccanti sono state anche le parole dell’avvocata di Fakir, che ha ricordato il suo assistito come un lavoratore, un imprenditore preoccupato per il proprio futuro e per la propria posizione giuridica in Italia.

Il suo intervento ha rilanciato interrogativi più ampi: l’adeguatezza della formazione sulle tecniche di contenimento, la necessità di meccanismi indipendenti di controllo sulle condotte delle forze dell’ordine, la raccolta sistematica di dati sulle morti avvenute durante operazioni di polizia e il rapporto tra sicurezza e tutela dei diritti fondamentali.

Una vicenda che interroga il Paese

La morte di Abderrahim Fakir va oltre la cronaca giudiziaria.

La magistratura dovrà stabilire eventuali responsabilità e ricostruire con precisione quanto accaduto nel cortile del Pilastro.

Ma la vicenda pone già interrogativi profondi al Paese: come gestire le persone in stato di crisi psicologica, quali strumenti offrire alle forze dell’ordine, quale formazione garantire agli operatori e come conciliare sicurezza, tutela della vita e diritti umani.

Domande che richiedono risposte rigorose e lontane da ogni strumentalizzazione, nella consapevolezza che soltanto l’accertamento dei fatti potrà restituire verità alla famiglia di Abderrahim Fakir, serenità alla comunità bolognese e fiducia nelle istituzioni.

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