La guerra di Hormuz: gli USA intensificano i raid in Iran, affonda la tregua nel Golfo


Nono giorno consecutivo di attacchi americani dopo l’uccisione di tre soldati. Trump dalla Casa Bianca: “Li abbiamo colpiti durissimo”. Teheran risponde sui mari e minaccia il blocco totale del greggio.


NEW YORK. — La tensione nel Golfo Persico ha raggiunto il punto di non ritorno. Nella notte tra domenica e lunedì, le forze armate degli Stati Uniti hanno sferrato una massiccia e “nuova ondata” di bombardamenti aerei e navali contro molteplici obiettivi strategici sul territorio iraniano. Giunti ormai al nono giorno consecutivo di raid, gli attacchi americani si fanno via via più intensi, spingendo l’intero scacchiere mediorientale sull’orlo di una guerra aperta dalle conseguenze imprevedibili per l’economia e la sicurezza globale.

Trump rivendica i raid: “In onore dei nostri patrioti”

A dare l’annuncio politico della nuova escalation è stato lo stesso presidente Donald Trump. Di rientro a Washington domenica sera dopo aver assistito alla finale dei Mondiali di calcio a New York — vinta dalla Spagna sull’Argentina —, il Tycoon ha rilasciato dure dichiarazioni ai cronisti al suo arrivo alla Casa Bianca: «Li abbiamo colpiti molto duramente di nuovo questa sera, e lo abbiamo fatto in onore dei, probabilmente tre, direi tre grandi patrioti che abbiamo perso».

Il riferimento del presidente è all’uccisione di tre militari statunitensi avvenuta nei giorni scorsi nel corso degli scontri nella regione. Dall’inizio delle recenti ostilità, il bilancio delle perdite umane per Washington si è fatto pesante: secondo i dati ufficiali rilasciati dal Pentagono, si contano già 17 soldati americani uccisi e oltre 420 feriti.

Esplosioni a Tabriz e raid sulle coste: vittime tra i civili

Sul campo, il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha confermato che le incursioni notturne hanno preso di mira infrastrutture militari e siti di lancio iraniani, con l’obiettivo dichiarato di degradare la capacità di Teheran di minacciare le rotte marittime. Tuttavia, le notizie che giungono dall’Iran confermano anche i primi impatti sulla popolazione e sulle infrastrutture civili.

L’agenzia di stampa statale iraniana Irna e la testata Tasnim hanno riferito di forti esplosioni udite in diverse città chiave, tra cui le località costiere di Chabahar, Konarak, Bandar Mahshahr e Bandar Imam Khomeini. Particolarmente drammatica la situazione nel nord-ovest del Paese: Majid Farshi, responsabile della gestione delle emergenze nella provincia dell’Azerbaigian Orientale, ha confermato che un raid americano ha colpito un’area a sud-ovest di Tabriz, provocando la morte di almeno una persona e il ferimento di diversi residenti.

La controoffensiva di Teheran e l’allarme nei Paesi del Golfo

La risposta dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (Pasdaran) non si è fatta attendere. Teheran ha annunciato l’avvio di una controoffensiva condotta con missili balistici e sciami di droni suicidi rivolti contro basi e asset operativi americani nell’intera regione.

Nelle ultime ore, i Pasdaran hanno dichiarato di aver preso di mira velivoli statunitensi di stanza all’aeroporto di Aqaba, in Giordania, oltre a basi militari in Kuwait e al quartier generale per le operazioni speciali situato nella guarnigione siriana di Al-Tanf. L’attacco ha fatto risuonare le sirene d’allarme fino in Bahrain. In Kuwait, le forze armate locali hanno intercettato diversi vettori nemici, ma il governo kuwaitiano ha denunciato con fermezza un secondo attacco consecutivo contro un importante impianto di desalinizzazione dell’acqua, definendolo un gravissimo atto ostile diretto contro un’infrastruttura civile vitale.

Guerra di logoramento a Hormuz: il petrolio mondiale in ostaggio

Il vero cuore nevralgico dello scontro resta lo Stretto di Hormuz, il braccio di mare strategico da cui transita circa un quinto del fabbisogno globale di greggio e gas naturale liquefatto. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha lanciato un accorato appello formale agli alleati internazionali di Washington, chiedendo loro di mobilitarsi inviando mezzi navali o contributi finanziari per garantire la scorta e la difesa della navigazione commerciale.

«L’Iran sta cercando di usare il controllo dello Stretto come leva di ricatto politico nei confronti della comunità internazionale», ha denunciato Rubio. «Gli Stati Uniti continueranno a fare tutto il necessario per proteggere i mercati globali, ma gli altri Paesi devono assumersi la loro parte di responsabilità». Rubio ha comunque precisato che la diplomazia resta un’opzione, a patto che Teheran interrompa le incursioni sui mercantili.

Da parte loro, i Pasdaran sostengono che due petroliere sarebbero già esplose e rimaste immobilizzate nel tentativo di forzare il blocco lungo la rotta meridionale. Sebbene il Centcom smentisca la notizia e manchino conferme indipendenti, l’effetto sul commercio marittimo è stato immediato: i dati navali LSEG mostrano che domenica soltanto quattro navi si sono avventurate nello stretto, dimezzando il già ridotto traffico del giorno precedente. Teheran ha già avvertito che il passaggio non sarà sicuro né per il petrolio né per i prodotti petrolchimici finché gli attacchi americani non cesseranno del tutto.

Fallito il cessate il fuoco: diplomazia al palo

La fiammata bellica di questi giorni arriva dopo il definitivo prosciugamento dei canali negoziali e il completo fallimento della tregua preliminare raggiunta circa un mese fa. Washington e Teheran continuano ad accusarsi reciprocamente di violazioni sistematiche degli accordi, mentre i tavoli di trattativa per un cessate il fuoco permanente sono formalmente naufragati.

Con le truppe americane sul piede di guerra, il Golfo bloccato e i blitz che toccano ormai i centri urbani iraniani, la crisi mediorientale si avvia verso una fase drammaticamente inedita. L’attenzione internazionale è ora rivolta alle prossime mosse delle potenze regionali e alla risposta degli alleati occidentali all’appello di Washington.

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