Processo Ponte Morandi, prime condanne dopo otto anni

Un particolare del Ponte Morandi sospeso nel vuoto.
Un particolare del Ponte Morandi sospeso nel vuoto. (Archivio: ANSA/LUCA ZENNARO)

Il tribunale: il crollo non fu una fatalità, 12 anni a Castellucci ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e della controllante Atlantia


MADRID.- A quasi otto anni dal crollo del Ponte Morandi, il Tribunale di Genova ha pronunciato la sentenza di primo grado in uno dei processi più importanti e complessi della storia giudiziaria italiana recente. Il verdetto segna un passaggio fondamentale nella ricerca della verità sulla tragedia del 14 agosto 2018, quando il cedimento del viadotto Polcevera provocò la morte di 43 persone, decine di feriti e centinaia di sfollati.

La sentenza individua precise responsabilità tra i vertici delle società concessionarie e negli organismi di vigilanza pubblica, pur ridimensionando in parte le richieste formulate dalla Procura.

Dodici anni a Giovanni Castellucci

La condanna più rilevante riguarda Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e della controllante Atlantia, per il quale i giudici hanno disposto una pena di 12 anni di reclusione, a fronte dei 18 anni e sei mesi richiesti dall’accusa.

Castellucci, già detenuto nel carcere di Opera per la condanna definitiva relativa alla strage del viadotto di Monteforte Irpino del 2013, è considerato dalla Procura una delle figure centrali nella gestione della rete autostradale negli anni precedenti al disastro.

Tra gli altri imputati condannati figurano Michele Donferri Mitelli, ex dirigente di Aspi, condannato a 11 anni; Paolo Berti, ex numero due di Autostrade per l’Italia, condannato a 5 anni e sei mesi; Antonino Galatà, ex amministratore delegato di Spea, anch’egli condannato a 5 anni e sei mesi e Mauro Coletta, ex direttore della vigilanza del Ministero delle Infrastrutture, condannato a 5 anni.

Il dispositivo della sentenza rappresenta il primo punto fermo giudiziario in una vicenda che ha profondamente segnato Genova e l’intero Paese.

Le accuse della Procura: manutenzioni rinviate per massimizzare i profitti

Il processo si è sviluppato attorno a due opposte interpretazioni delle cause del crollo.

Secondo la Procura di Genova, i vertici di Autostrade avrebbero perseguito per anni una politica di riduzione degli interventi manutentivi, privilegiando il contenimento dei costi e la massimizzazione dei dividendi a discapito della sicurezza dell’infrastruttura.

Per l’accusa, il cedimento della pila 9 non fu un evento imprevedibile ma la conseguenza di omissioni e ritardi negli interventi di consolidamento. I pubblici ministeri hanno sostenuto che, se i lavori di rinforzo fossero stati eseguiti tempestivamente, la tragedia avrebbe potuto essere evitata.

Contestualmente, è stata evidenziata anche una responsabilità degli organi di vigilanza pubblica, accusati di non aver esercitato controlli adeguati sullo stato del ponte.

La difesa: “Esisteva un difetto costruttivo occulto”

Di diverso avviso le difese degli imputati, che hanno sempre sostenuto la tesi dell’esistenza di un vizio originario e occulto nella struttura, risalente alla fase di costruzione del viadotto negli anni Sessanta.

Secondo il team legale di Castellucci, il crollo sarebbe stato provocato da un difetto costruttivo mai individuato in oltre cinquant’anni di monitoraggi e verifiche, non solo da parte dei concessionari privati, ma anche da progettisti, enti pubblici, università e organismi tecnici.

I difensori hanno inoltre contestato l’impostazione accusatoria, sostenendo che il processo avrebbe finito per attribuire responsabilità penali sulla base del ruolo gerarchico ricoperto dagli imputati, piuttosto che su specifiche condotte personali.

In una nota diffusa dopo la sentenza, il collegio difensivo di Castellucci ha ribadito l’intenzione di impugnare il verdetto, affermando che l’ex amministratore delegato “non può essere chiamato a rispondere di fatti che non dipendono da sue condotte personali”.

La difesa ha inoltre sostenuto che il processo avrebbe escluso l’esistenza di una politica aziendale di risparmio a discapito della sicurezza, evidenziando come gli interventi di rinforzo del ponte fossero già stati deliberati nel 2017.

Dal crollo del 2018 al maxiprocesso

La tragedia del Ponte Morandi si consumò alle 11:36 del 14 agosto 2018. Sotto un violento temporale, circa 250 metri del viadotto Polcevera crollarono improvvisamente, trascinando nel vuoto automobili e mezzi pesanti.

Il bilancio fu drammatico: 43 morti, numerosi feriti e oltre 600 persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.

L’inchiesta della Procura di Genova partì immediatamente, con l’apertura di un procedimento per omicidio colposo plurimo e disastro colposo. Nel 2019 furono demoliti i resti del ponte, mentre la ricostruzione del nuovo viadotto, il Ponte San Giorgio, venne completata in tempi record.

Nel 2022 Aspi e Spea uscirono dal procedimento penale attraverso un patteggiamento e il pagamento di sanzioni per circa 30 milioni di euro, oltre al risarcimento della quasi totalità dei familiari delle vittime. Nello stesso anno prese avvio il maxiprocesso nei confronti dei singoli imputati, conclusosi ora con la sentenza di primo grado.

Le reazioni: “Passo verso la verità”

Numerose le reazioni politiche e istituzionali.

Il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi ha parlato di “un passaggio importante nel percorso di verità e giustizia”, sottolineando però l’eccessiva durata del procedimento giudiziario.

Il presidente della Regione Liguria Marco Bucci ha definito la sentenza “un primo passo importante” per i familiari delle vittime e per il sistema Paese, ribadendo la necessità di investire costantemente nella manutenzione delle infrastrutture.

Anche il mondo politico ha evidenziato come il verdetto rappresenti un monito sulla centralità della sicurezza.

Per Fratelli d’Italia, la sentenza dimostra che “la manutenzione non è un costo”, mentre il Movimento 5 Stelle ha sottolineato che il crollo non fu “una tragica fatalità, ma la conseguenza di omissioni e negligenze”.

Le scuse di Autostrade

Particolarmente significativa la lettera aperta dell’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Arrigo Giana, che ha chiesto pubblicamente scusa ai familiari delle vittime, ai genovesi e a tutti gli italiani.

Giana ha definito “un’incomprensibile ferita” il fatto che tali scuse non fossero arrivate immediatamente dopo il crollo, sottolineando come l’attuale società sia profondamente diversa rispetto a quella del 2018, con una nuova governance e un diverso assetto proprietario.

Pur riconoscendo che nessun gesto potrà cancellare il dolore provocato dalla tragedia, il manager ha affermato che la memoria del Ponte Morandi deve rappresentare un monito permanente affinché simili eventi non si ripetano.

I familiari delle vittime: “Una sentenza forte”

Per i parenti delle vittime, il verdetto costituisce un importante passo avanti.

Egle Possetti, presidente del Comitato in ricordo delle vittime del Ponte Morandi, ha definito la decisione del tribunale “una sentenza forte che individua precise responsabilità”.

Pur riconoscendo che nessuna condanna potrà restituire le persone perdute, Possetti ha invitato a non delegittimare il lavoro della magistratura, ricordando che il rispetto delle decisioni giudiziarie rappresenta uno dei pilastri dello Stato di diritto.

La battaglia giudiziaria, tuttavia, è tutt’altro che conclusa. Dopo il deposito delle motivazioni, il procedimento proseguirà inevitabilmente in appello e successivamente, con ogni probabilità, davanti alla Corte di Cassazione.

Per le famiglie delle 43 vittime e per l’intero Paese, la sentenza di primo grado rappresenta dunque un passaggio fondamentale, ma non ancora definitivo, nel lungo percorso verso l’accertamento completo delle responsabilità di una delle più gravi tragedie infrastrutturali della storia italiana.

(Redazione)

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