Guerra totale sfiorata tra USA e Iran: pioggia di missili sulle basi del Golfo, colpita Teheran

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Scontri diretti e diplomazia sotterranea: mentre le forze aeree statunitensi colpiscono la capitale iraniana e i suoi siti missilistici, Teheran lancia l’“Operazione Fulmine” contro le basi USA nel Golfo. Nel mezzo della crisi, liberata la cooperante americana Dena Karari.


NEW YORK. – La tensione nel Medio Oriente ha raggiunto livelli di allerta massima. Nelle ultime ore, un’impressionante escalation militare ha visto scontrarsi direttamente le forze degli Stati Uniti e quelle della Repubblica Islamica dell’Iran. In un teatro di guerra che rischia di allargarsi a macchia d’olio, si intrecciano bombardamenti strategici, raid di droni e un’inattesa mossa diplomatica: la liberazione di una cittadina statunitense detenuta a Teheran, annunciata direttamente dal presidente USA Donald Trump.

Raid USA su Teheran e Semnan: colpito il cuore del programma missilistico

La notte scorsa, la difesa antiaerea di Teheran è entrata in funzione per contrastare una serie di pesanti bombardamenti condotti dall’aviazione statunitense. Forti esplosioni sono state avvertite nei settori settentrionale e occidentale della capitale iraniana.

I raid americani non si sono limitati all’area metropolitana di Teheran: i caccia di Washington hanno preso di mira e colpito anche la provincia di Semnan, un’area strategica di vitale importanza per la Repubblica Islamica, in quanto ospita i principali centri di sviluppo del programma missilistico balistico e del programma spaziale nazionale. L’offensiva segue la decisione del presidente Trump di ordinare una nuova ondata di attacchi e di imporre un blocco navale e commerciale ai porti iraniani.

La controffensiva di Teheran: scatta l’”Operazione Fulmine”

La risposta militare dell’Iran non si è fatta attendere. Attraverso un comunicato diffuso dai media di Stato, l’esercito di Teheran e il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (i Pasdaran) hanno annunciato l’avvio della decima fase delle loro operazioni di rappresaglia, ribattezzata “Operazione Fulmine” (Operation Lightning).

Teheran ha lanciato una serie coordinata di attacchi missilistici e raid con droni contro le installazioni militari statunitensi dislocate nei Paesi vicini:

In Kuwait: presa di mira la base aerea di Ali Al Salem. Gli attacchi hanno colpito sistemi radar di allerta preventiva C-RAM, batterie di difesa Patriot e depositi di carburante delle forze USA.

In Bahrein: una seconda ondata di droni ha colpito la base di Sheikh Isa, danneggiando i sistemi di comunicazione e i radar di tracciamento Super Hawk.

In Giordania: l’aviazione dei Pasdaran ha colpito con missili e droni la base aerea di Al-Azraq. Le autorità iraniane hanno giustificato l’attacco affermando che le forze statunitensi avrebbero utilizzato proprio le basi in Giordania per colpire l’Iran, lambendo persino un ospedale oncologico pediatrico.

Nel frattempo, anche lo spazio aereo della regione settentrionale del Kurdistan iracheno è stato violato. Il primo ministro dell’Iraq, Ali al Zaidi, ha condannato un duro attacco di droni registrato a Erbil, pur non attribuendone formalmente la paternità per evitare ulteriori escalation diplomatiche.

Il monito dell’esercito: “Pronti ad allargare il fronte, ma non contro i nostri vicini”

La retorica militare iraniana oscilla tra minacce di guerra totale e rassicurazioni diplomatiche ai paesi arabi della regione. Il portavoce dell’esercito di Teheran, Mohammad Akraminia, ha avvertito che una prosecuzione dei bombardamenti americani porterà a conseguenze imprevedibili:

“Se l’aggressione statunitense continuerà, la guerra si allargherà a nuovi fronti. Una parte significativa delle capacità delle nostre forze armate non è stata ancora mostrata. La risposta dell’Iran supererà le aspettative del nemico.”

Allo stesso tempo, conscio del rischio di isolamento politico, Akraminia ha voluto rassicurare le capitali arabe confinanti, precisando che “l’Iran non ha alcuna intenzione di confrontarsi con i Paesi vicini o con le nazioni islamiche della regione”, auspicando anzi una maggiore cooperazione e scaricando la responsabilità del conflitto unicamente sulle forze esterne.

Il canale diplomatico: Trump annuncia la liberazione di Dena Karari

Nonostante i venti di guerra, un canale sotterraneo di trattativa sembra essere rimasto attivo. In contemporanea con le notizie dei bombardamenti, il presidente Donald Trump ha annunciato su Truth Social la liberazione di una cittadina americana detenuta illegalmente in Iran dal dicembre 2024.

“Ora è al sicuro fuori dall’Iran e gode di buona salute. Gli Stati Uniti d’America apprezzano questo gesto di buona volontà da parte dell’Iran!”, ha scritto Trump.

L’avvocato per i diritti umani Jared Genser ha successivamente confermato che si tratta di Dena Karari, cittadina con doppia nazionalità statunitense e iraniana e direttrice della Children of Mehr Foundation, una ONG che si occupa di assistere i bambini svantaggiati in Iran. Karari era stata bloccata nel Paese con l’accusa di spionaggio e collaborazione con Stati ostili. Pur non essendo mai stata rinchiusa in un carcere fisico, ha subito anni di divieti di espatrio e continui interrogatori. La donna è ora in viaggio verso gli Stati Uniti.

Teheran non è nuova all’utilizzo di cittadini occidentali con doppia nazionalità come pedine di scambio geopolitico. Sebbene la liberazione di Dena Karari rappresenti un segnale di allentamento umanitario, il terreno di scontro militare tra Washington e Teheran rimane estremamente instabile e minaccia di far precipitare l’intero Medio Oriente in un conflitto senza via d’uscita.

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