Medio Oriente, cresce il rischio di guerra totale tra Stati Uniti e Iran

Illustrazione simbolica di un bombardamento di una base militare con missili. (Immagine generata da intelligenza artificiale a scopo illustrativo)

Il presidente degli Stati Uniti promette di continuare l’offensiva “finché non sarà abbastanza”. L’Iran rilancia con attacchi contro installazioni Usa nella regione e mantiene chiuso lo Stretto di Hormuz, alimentando i timori per una crisi energetica globale.


L’escalation tra Stati Uniti e Iran entra in una nuova e pericolosa fase. Mentre Washington intensifica i bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, il presidente Donald Trump annuncia che le operazioni continueranno senza una scadenza prestabilita e minaccia di colpire infrastrutture strategiche del Paese, comprese centrali elettriche e ponti. Teheran, dal canto suo, risponde con nuovi attacchi contro basi statunitensi nella regione, mantiene la chiusura dello Stretto di Hormuz e promette ulteriori ritorsioni se gli Stati Uniti non porranno fine alle operazioni militari.

Trump: “Continueremo finché non dirò basta”

In un’intervista rilasciata all’emittente Fox, il presidente americano Donald Trump ha ribadito la linea della massima pressione nei confronti della Repubblica islamica.

“Le operazioni militari continueranno finché non dirò che è abbastanza”, ha dichiarato, paragonando l’Iran a “un grande pugile che sembra sconfitto ma riesce sempre a rialzarsi e a colpire ancora”.

Trump non ha escluso nemmeno l’eventualità di un’operazione terrestre, pur lasciando intendere che potrebbero essere altri alleati regionali a intervenire direttamente sul terreno. Allo stesso tempo ha lanciato un nuovo ultimatum a Teheran: “Concludete un accordo oppure non vi rimarrà più niente”. Secondo il presidente americano, le forze statunitensi starebbero facendo “molta attenzione alla popolazione civile” durante i bombardamenti.

Nel mirino centrali elettriche e ponti

La Casa Bianca alza ulteriormente il livello dello scontro anche sul piano delle minacce. Trump ha annunciato che i prossimi obiettivi potrebbero essere le infrastrutture civili strategiche iraniane.

“La prossima settimana toccherà alle centrali elettriche e ai ponti. Vogliamo distruggerli, a meno che non si siedano al tavolo delle trattative”, ha affermato il presidente, indicando chiaramente come Washington intenda aumentare la pressione economica e logistica sul governo iraniano.

Parole che segnano un ulteriore irrigidimento della posizione americana e riducono, almeno nell’immediato, gli spazi per una soluzione diplomatica.

Nuova ondata di raid americani

Sul terreno, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha confermato di aver concluso un’altra vasta operazione aerea durata circa sette ore.

Secondo Washington sono stati colpiti decine di obiettivi militari, tra cui siti di lancio di missili e droni, sistemi di difesa costiera e capacità navali iraniane, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità dell’Iran di minacciare il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico.

Parallelamente gli Stati Uniti hanno rafforzato il blocco navale nei confronti dell’Iran, misura che rappresenta uno dei principali elementi di tensione di queste ultime ore.

La risposta iraniana: colpite basi Usa nella regione

La reazione di Teheran non si è fatta attendere.

Secondo l’agenzia di stampa iraniana IRNA, droni iraniani hanno colpito la base aerea statunitense di Al-Azraq, in Giordania, dove sarebbero stati danneggiati un hangar, edifici destinati agli alloggi del personale e un’area utilizzata da caccia F-18. Altre fonti internazionali riferiscono inoltre di attacchi iraniani contro installazioni militari americane in Bahrain e Kuwait, in un conflitto che ormai coinvolge buona parte del Golfo Persico.

L’obiettivo dell’Iran appare quello di aumentare il costo strategico della campagna militare americana senza arrivare, almeno per ora, a uno scontro diretto su larga scala.

Hormuz resta chiuso: cresce la preoccupazione per petrolio e gas

Uno degli aspetti più delicati della crisi riguarda lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota rilevante del commercio mondiale di petrolio e gas naturale.

I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato che il passaggio resterà chiuso fino alla cessazione delle “aggressioni americane”. Nel comunicato diffuso dalla televisione di Stato iraniana viene inoltre ribadito che, se l’Iran non potrà esportare energia, nessun altro Paese della regione dovrà poterlo fare.

Una minaccia che ha immediatamente riacceso i timori sui mercati internazionali dell’energia, con il rischio di nuove impennate del prezzo del petrolio e di ripercussioni sull’economia globale.

Vittime e bilancio umanitario

Le autorità iraniane sostengono che gli ultimi bombardamenti americani abbiano provocato oltre trenta vittime civili nelle regioni meridionali del Paese, oltre a centinaia di feriti. Secondo la televisione di Stato iraniana, negli attacchi a Bampur sarebbero morti anche sette militari iraniani.

Le cifre diffuse da Teheran non sono verificabili in modo indipendente, ma confermano il progressivo aggravarsi del costo umano del conflitto.

Diplomazia sempre più lontana

Mentre gli scontri si intensificano, la prospettiva di un ritorno al tavolo negoziale appare sempre più remota.

Washington continua a subordinare qualsiasi apertura diplomatica a un accordo sul programma nucleare iraniano e sulla sicurezza della navigazione nel Golfo. Teheran, invece, considera ormai compromessi gli impegni assunti nei precedenti colloqui e chiede la fine immediata delle operazioni militari e del blocco navale come condizione preliminare per qualsiasi negoziato.

La comunità internazionale guarda con crescente preoccupazione all’evoluzione della crisi, temendo che il conflitto possa estendersi ulteriormente ai Paesi del Golfo e compromettere la stabilità dell’intero Medio Oriente.

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