Servizi segreti e vulnerabilità economica: perché oggi gli 007 tradiscono lo Stato per denaro

(Immagine generata da intelligenza artificiale a scopo illustrativo)

Il recente arresto a Roma di due ex agenti italiani accusati di spionaggio a favore di Mosca riapre il dibattito sulla sicurezza nazionale. Gli esperti avvertono: “Sottopagati e sotto stress, il fattore umano è il vero punto debole”.


MADRID. – Non ci si vende più per ideologia, come accadeva ai tempi della Guerra Fredda o nella fumosa Londra degli anni ’60. Oggi, dietro i clamorosi tradimenti che scuotono la sicurezza nazionale, c’è quasi sempre una motivazione molto più pragmatica e cinica: il denaro.

La recente operazione del ROS dei Carabinieri e della Procura di Roma, che ha portato all’arresto di due ex agenti dell’intelligence italiana in pensione con l’accusa di aver venduto segreti militari e persino le identità di agenti del controspionaggio a funzionari russi del Gru (il servizio segreto militare di Mosca), ha riacceso i riflettori sulle fragilità umane dei nostri apparati di sicurezza. Un’inchiesta che scuote i palazzi del potere e solleva un interrogativo inquietante: i nostri 007 sono adeguatamente protetti dalle lusinghe finanziarie delle potenze straniere?

La trappola del bisogno: se lo stipendio non basta a coprire i debiti

A tracciare un’analisi lucida e fuori dagli schemi di questa complessa vicenda è Matteo Adjimi, Ceo di Argo spa, azienda italiana leader nel settore della cybersicurezza. Secondo Adjimi, gli agenti segreti italiani, storicamente considerati tra i migliori del mondo, si trovano oggi a fare i conti con problematiche umane e materiali che lo Stato dovrebbe prevenire prima che avvenga il danno.

“Immaginiamo un agente che si separa dalla moglie, deve pagare il mutuo di un’abitazione, ha due figli a carico e uno stipendio ordinario, magari da 3.000 euro al mese”, spiega il Ceo di Argo esemplificando le dinamiche più comuni del “fattore umano”. “Chiaramente una persona in forte difficoltà economica, che ritiene di essere sottopagata e ha l’assoluta necessità di ‘arrotondare’, sviluppa un sentimento di frustrazione o di contrasto verso l’istituzione per cui lavora. Diventa così un bersaglio vulnerabile, incline a cedere asset informativi importanti o segreti di Stato in cambio di denaro”.

Oltre lo screening iniziale: serve un controllo psicologico continuo

La selezione iniziale per entrare nel comparto dell’intelligence è notoriamente rigidissima, ma per gli esperti non basta più. Le vulnerabilità possono emergere in qualsiasi momento della carriera, o peggio, subito dopo il pensionamento, quando viene meno il senso di appartenenza quotidiano ma si mantiene l’accesso (o i contatti giusti) a informazioni sensibili.

“Non si può non tirare in ballo la psicologia”, insiste Adjimi. “È fondamentale prevedere test regolari e sottoporre il personale a uno sguardo vigile di esperti in psicologia e criminologia, non solo nella fase di selezione, ma durante l’intera attività lavorativa. Bisogna captare i segnali di frustrazione quotidiana o i messaggi indiretti prima che il peggio accada”. A complicare lo scenario c’è anche una progressiva erosione dei valori etici e morali, che talvolta indebolisce il senso di fedeltà alla Patria a favore del mero profitto personale.

La mappa dei compratori: Cina e Russia guidano l’assalto alle informazioni occidentali

Se da un lato ci sono agenti vulnerabili, dall’altro ci sono servizi segreti stranieri con budget multimilionari pronti a capitalizzare queste debolezze. Lo scacchiere dello spionaggio odierno vede attori estremamente aggressivi.

Al primo posto c’è la Cina, rinomata per un’intelligence pervasiva, tecnologica e fortemente orientata all’acquisizione di segreti industriali, cyber e geopolitici. Segue la Russia, che come dimostrano i recenti arresti a Roma (e la conseguente espulsione di due addetti militari dell’ambasciata russa) utilizza lo spionaggio classico e le “armi ibride” per infiltrarsi negli apparati Nato. Sul versante opposto si collocano gli Stati Uniti, storici alleati che usano i propri immensi mezzi tecnologici e finanziari per monitorare costantemente le mosse dei rivali di sempre.

L’intelligence italiana resta complessivamente solida e fedele alle istituzioni, ma i recenti fatti di cronaca dimostrano che nel teatro della guerra ibrida globale, blindare i server e i computer non basta se non si impara, prima, a proteggere la stabilità economica e psicologica degli uomini che li gestiscono.

(Fonte: Askanews)

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