Caos a Cuba: il “cacerolazo” accende L’Avana dopo l’ennesimo blackout


Il “cacerolazo” scuote L’Avana durante l’ennesima emergenza energetica. Blackout nazionale causato dallo stop alle forniture di carburante. Elettricità ripristinata solo per un terzo della capitale.


CARACAS. – Il suono metallico e ritmico di pentole e padelle che sbattono nel buio pesto delle strade. A Cuba la disperazione e la protesta viaggiano così, attraverso il cacerolazo, la tradizionale forma di dissenso popolare che nei giorni scorsi ha rotto il silenzio di un’Avana completamente sprofondata nell’oscurità. L’isola sta affrontando il terzo blackout totale a livello nazionale nel giro di appena sei mesi: una paralisi energetica che ha stremato una popolazione già provata da una lunghissima crisi economica.

Nelle ultime ore, secondo quanto riferito dalla compagnia elettrica statale, la situazione sta lentamente e parzialmente migliorando. Il servizio è stato ripristinato per circa il 30% della capitale, ma gran parte del Paese resta ancora paralizzato e senza fornitura elettrica, con pesantissimi disagi per la conservazione del cibo, gli ospedali e le attività quotidiane.

La scintilla della protesta: che cos’è il “cacerolazo”

Quando la luce si è spenta per l’ennesima volta, l’esasperazione ha superato la paura del controllo governativo. In diversi quartieri de L’Avana i residenti sono scesi in strada o si sono affacciati ai balconi armati di utensili da cucina. Il rumore delle pentole percuote l’aria per denunciare non solo la mancanza di elettricità, ma il collasso generale dei servizi di base.

Per i cubani, infatti, il blackout non significa solo vivere al buio o senza aria condizionata nel pieno del caldo tropicale; significa l’impossibilità di pompare l’acqua potabile nelle case e il rischio concreto di vedere marcire le già scarse razioni di cibo conservate nei frigoriferi.

Il nodo del carburante e le accuse al blocco USA

Alla base dell’ennesimo collasso della rete elettrica nazionale c’è la cronica mancanza di combustibile per alimentare le centrali termoelettriche dell’isola, molte delle quali sono obsolete e necessitano di continua manutenzione.

Il governo cubano ha puntato il dito direttamente contro le sanzioni internazionali, attribuendo lo stop energetico al blocco economico imposto dagli Stati Uniti. Secondo le autorità de L’Avana, le restrizioni finanziarie e commerciali di Washington impediscono l’arrivo regolare delle navi cisterna cariche di petrolio e carburante, strozzando di fatto l’approvvigionamento energetico della nazione.

Un’isola al collasso idrico ed energetico

Il fatto che si tratti del terzo blackout totale in appena sei mesi dimostra la fragilità strutturale del sistema cubano. Ogni volta che la rete nazionale “cade”, i tecnici impiegano giorni per ricollegare le varie centrali e stabilizzare il flusso.

Mentre la compagnia di Stato assicura che i lavori per riattivare i generatori proseguono senza sosta, la tensione sociale resta altissima. Il parziale ripristino del 30% dell’energia a L’Avana è solo un piccolo cerotto su una ferita profonda: senza riforme strutturali o un allentamento delle tensioni sulle forniture di greggio, lo spettro di una nuova notte al buio – e di nuove proteste – rimane dietro l’angolo.

(Redazione)

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