Terremoto in Venezuela: il dramma del sisma tra l’ancora del PAM e le ombre del controllo politico


Mentre il Programma Alimentare Mondiale lancia un piano d’emergenza per mezzo milione di sfollati, la gestione dei soccorsi riaccende lo scontro istituzionale e i sospetti di militarizzazione.


CARACAS – In un contesto caratterizzato dal totale collasso logistico e abitativo dopo il devastante terremoto, la sicurezza alimentare si è imposta come la priorità geopolitica e umanitaria più stringente. In questo scenario, il Programma Alimentare Mondiale (PAM) delle Nazioni Unite ha assunto una centralità insostituibile, ponendosi come il principale scudo contro il rischio di una carestia su larga scala nelle aree sinistrate.

Venezuela è precipitato in una gravissima emergenza umanitaria a seguito del duplice e devastante evento sismico, con magnitudo registrate di 7.2 e 7.5, che ha colpito il territorio nazionale poco più di una settimana fa. Il bilancio provvisorio delle vittime è drammatico: le autorità contano almeno 2.295 decessi, oltre 11.000 feriti e un numero imprecisato di dispersi. L’epicentro della devastazione si concentra nello Stato costiero di La Guaira, dove il crollo sistematico di infrastrutture ed edifici residenziali ha lasciato migliaia di cittadini senza un rifugio. Sebbene il flusso degli aiuti internazionali sia stato tempestivo e massiccio, la gestione della catastrofe ha lasciato molto desiderare, specialmente nelle ore immediate al sismo, e ha riacceso profonde e storiche lacerazioni politiche all’interno del Paese.

In un contesto, il Programma Alimentare Mondiale ha strutturato un piano d’intervento macroeconomico e d’emergenza volto a garantire la sussistenza minima dei segmenti più vulnerabili della popolazione. Intervenendo direttamente da La Guaira, la direttrice regionale del PAM, Lena Savelli, ha delineato i contorni operativi della missione.

“In questo momento – ha detto -, l’obiettivo del Programma Alimentare Mondiale è fornire assistenza alimentare di emergenza a un massimo di 500 mila persone per un periodo di tre mesi. Queste sono le necessità più immediate delle persone che hanno perso quasi tutto”.

Per massimizzare l’efficacia dei soccorsi, il PAM ha implementato una strategia logistica diversificata, calibrata sulle condizioni strutturali delle varie comunità. In primo luogo, la distribuzione di razioni mensili nei centri urbani e rurali in cui i nuclei familiari dispongono ancora di fonti energetiche o infrastrutture minime per la cottura, l’agenzia distribuisce panieri alimentari bilanciati, atti a garantire l’autosufficienza per trenta giorni. Poi, l’allestimento di mense d’emergenza presso i campi profughi provvisori allestiti sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il PAM assicura la somministrazione diretta di pasti caldi, rispondendo alle necessità di chi ha subito la perdita totale dei propri beni.

La stessa Savelli, ispezionando il centro d’accoglienza istituito nel complesso sportivo Domo José María Vargas, ha sottolineato l’estrema fluidità della situazione:

“Ci sono molti bisogni di cibo, salute e acqua. Qui, nel campo, stiamo offrendo piatti caldi, stiamo anche adattando la nostra assistenza alle condizioni”.

Al fine di garantire la sostenibilità finanziaria di un simile sforzo umanitario, i vertici del PAM hanno formalizzato una richiesta urgente alla comunità dei donatori, promuovendo un “appello da 50 milioni di dollari per coprire i bisogni di questi primi tre mesi” di operazioni straordinarie.

La mobilitazione internazionale ha visto l’invio di oltre 1.200 tonnellate di materiale umanitario da parte di una coalizione di circa trenta Paesi, coordinata in parte da attori chiave come gli Stati Uniti, la Spagna e le cancellerie dell’America Latina. Un dinamismo diplomatico che il vicecancelliere Oliver Blanco ha tentato di capitalizzare in chiave politica, dichiarando che “all’interno della tragedia, questa dimostrazione di coordinamento, cooperazione e unità sia un grande insegnamento e, senza dubbio, segni un prima e un dopo nella storia del Venezuela”.

Tuttavia, l’efficacia della macchina amministrativa interna è stata oggetto di severe contestazioni da parte delle opposizioni e delle comunità locali. Ai ritardi sistematici nei soccorsi e alla carenza di equipaggiamento dei vigili del fuoco, si sono sommate le accuse di una progressiva militarizzazione e politicizzazione della crisi.

Esponenti dei team di soccorso internazionali, tra cui Francisco Lermanda, capo dell’organizzazione cilena “Topos”, hanno denunciato l’imposizione di veti burocratici da parte dell’esecutivo, ufficialmente motivati da preoccupazioni di sicurezza nazionale e controspionaggio. Sul piano del diritto costituzionale, analisti e politologi hanno evidenziato come l’adozione dello “stato di emergenza” da parte del governo ad interim risponda a una logica di accentramento del potere e di controllo ispettivo sulla società civile, limitando l’azione dei volontari e la libertà di cronaca.

In questo quadro di forte instabilità geopolitica, gli Stati Uniti hanno mobilitato risorse superiori a 300 milioni di dollari, dispiegando sul terreno circa 2.000 effettivi del Comando Sud. Il generale Francis L. Donovan ha voluto circoscrivere il mandato della missione militare, riaffermandone la natura puramente umanitaria.

“Ci sono più vite che possiamo salvare – ha assicurato -. E ci sono più rifornimenti di aiuti che possiamo distribuire. Rimarremo in Venezuela finché il lavoro non sarà finito. E quando avremo finito, lasceremo il Venezuela”.

Redazione Caracas

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