Tibet e Xinjiang, la Cina legalizza l’assimilazione forzata: entra in vigore la contestata legge sull’unità nazionale

Uiguri, i mussulmani cinesi dello Xinjiang.
Uiguri, i mussulmani cinesi dello Xinjiang. Archivio.

Il nuovo provvedimento di Pechino mira a cementare una «coscienza comune» nazionale basata sulle linee guida di Xi Jinping. Per le Nazioni Unite e le democrazie occidentali si tratta di uno strumento per legalizzare l’assimilazione forzata, con una pericolosa portata extraterritoriale.


È ufficialmente entrata in vigore in Cina la controversa “Legge sulla promozione dell’unità e del progresso etnico”. Presentata da Pechino come una pietra miliare per rafforzare la coesione sociale e l’armonia nazionale, la normativa ha immediatamente scatenato una dura ondata di condanne internazionali. Governi democratici, organizzazioni per i diritti umani e le Nazioni Unite denunciano il rischio di una definitiva stretta sulle minoranze culturali e, soprattutto, l’inedita pretesa della legge di punire il dissenso anche al di fuori dei confini cinesi.

Il testo, composto da un preambolo e 65 articoli, era stato approvato lo scorso marzo dall’Assemblea nazionale del popolo. Secondo Chen Ruifeng, direttore della Commissione nazionale per gli affari etnici, il provvedimento non fa che codificare le “esperienze di successo” delle politiche governative nella “nuova era” inaugurata dalla leadership del presidente Xi Jinping. L’obiettivo dichiarato è “forgiare una coscienza comune della comunità della nazione cinese”.

Il braccio lungo di Pechino: l’allarme extraterritorialità

A sollevare il livello di massima allerta tra le cancellerie straniere è la natura “globale” della norma. L’articolo 63 stabilisce infatti che individui e organizzazioni operanti all’estero possano essere chiamati a rispondere legalmente in caso di azioni volte a “minare l’unità etnica” o a “creare divisione” in Cina. Un principio di extraterritorialità che, secondo i critici, espone attivisti, accademici e politici stranieri al rischio di ritorsioni o persecuzioni transnazionali.

Inoltre, la legge impone a tutti i cittadini cinesi l’obbligo di tutelare l’unificazione nazionale, respingendo qualsiasi critica o monitoraggio internazionale sulle politiche etniche della Repubblica Popolare, definendoli interferenze straniere compiute con il “pretesto di etnia, religione e diritti umani”.

«Questa legge non ha nulla a che fare con l’unità, e ha tutto a che fare con la punizione di caratteristiche legalmente protette», attacca Shane Yi, ricercatore del Network of Chinese Human Rights Defenders, spiegando come la norma criminalizzi di fatto l’identità culturale delle comunità considerate problematiche dal Partito.

Le reazioni globali: dall’Onu al Parlamento Europeo

Le reazioni della comunità internazionale sono state immediate e trasversali. L’Alto commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk, ha chiesto apertamente a Pechino di abrogare la legge, evidenziando come essa rischi di approfondire le restrizioni alla libertà di lingua, istruzione, religione, espressione e associazione delle minoranze.

Dagli Stati Uniti, John Moolenaar, presidente della commissione speciale della Camera sulla Cina, ha definito il testo una nuova escalation della “crudeltà e paranoia” del Partito Comunista Cinese, volta a intimidire le voci critiche residenti all’estero.

In Europa, la reazione era già stata anticipata ad aprile da una dura risoluzione del Parlamento Europeo. L’Eurocamera, oltre a chiedere l’abrogazione della norma poiché riflette politiche di assimilazione forzata in Tibet, Xinjiang e Mongolia Interna, ha formalmente invitato gli Stati membri dell’Unione Europea a sospendere i trattati di estradizione con la Cina per proteggere i dissidenti e le persone perseguitate.

Scintille tra Tokyo e Pechino

Particolarmente duri sono stati i commenti arrivati dal Giappone, dove i rapporti con Pechino sono già ai minimi storici a causa delle tensioni geopolitiche sullo stretto di Taiwan. Quattro gruppi parlamentari di Tokyo a sostegno di uiguri, tibetani e mongoli hanno emesso una dichiarazione congiunta di condanna.

Il deputato Keiji Furuya, stretto collaboratore della premier Sanae Takaichi, ha definito “intollerabile per un Paese democratico” la pretesa extraterritoriale di Pechino, mentre la senatrice Eriko Yamatani ha espresso profonda preoccupazione per una formulazione talmente ambigua da poter minacciare la stessa libertà di espressione in territorio nipponico.

La difesa della Cina: “Campagna diffamatoria”

Da parte sua, il governo cinese respinge in toto le accuse e tira dritto. Il viceministro della Giustizia, Hu Weilie, ha bollato le preoccupazioni occidentali sull’applicazione della legge all’estero come una “lettura distorta” e il frutto di una “campagna diffamatoria” orchestrata contro la Cina. Secondo Pechino, la normativa è pienamente conforme alle condizioni nazionali, rispetta i principi giuridici interni ed è in linea con le pratiche del diritto internazionale.

(Redazione)

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