Reportage – Il cielo sopra Madrid


I salari sono più bassi, la disoccupazione giovanile più alta e gli affitti sempre meno economici. Eppure, la Spagna sembrerebbe essere il Paese europeo da cui gli italiani rientrano proporzionalmente meno. Tra dati, esperti e testimonianze, il racconto di una generazione che sembra cercare qualcosa che va oltre lo stipendio


 Lorenzo  Barbieri


MADRID – Per decenni l’emigrazione italiana è stata raccontata come una ricerca di salari migliori e opportunità economiche. Oggi, però, i dati e le testimonianze raccolte tra Madrid, Toledo, Roma, Siviglia e Barcellona raccontano una storia più complessa. Nonostante stipendi inferiori rispetto a Svizzera, Germania o Paesi Bassi, la Spagna sembra essere il Paese europeo da cui gli italiani tornano meno. Attraverso statistiche, interviste e il contributo di studiosi delle migrazioni, questo reportage esplora le ragioni di una scelta che sembra mettere in discussione l’idea tradizionale di successo: non più soltanto guadagnare di più, ma vivere meglio.

“Continuavo a parlare del cielo, di quanto fosse azzurro e quanto fosse bello”, così Edoardo Plescia mi racconta il suo ritorno in Italia dopo anni passati nella Svizzera francese. Una frase diventata presto un tormentone. La ripeteva agli amici, ai colleghi, ai familiari. Qualcuno lo prendeva in giro.

Eppure, dietro quell’ossessione per il cielo si nascondeva qualcosa di più profondo.

Edoardo aveva appena lasciato uno dei Paesi più ricchi d’Europa, dove guadagnava di più, aveva un lavoro stabile e prospettive economiche solide. Nonostante questo, non si è mai pentito di tornare.

In Svizzera guadagnavo di più, ma non vivevo meglio”, racconta.

Nei giorni successivi ho iniziato dunque a raccogliere altre testimonianze di italiani partiti all’estero: chi in Svizzera, chi in Spagna, chi tornato in Italia dopo anni fuori, chi rimasto nella penisola iberica abbastanza a lungo da non sapere più se chiamarla parentesi o casa.

In realtà, quella domanda mi aveva già sfiorato qualche settimana prima, mentre lavoravo a un altro reportage sulla comunità italiana a Madrid in occasione del 2 giugno. Le interviste, allora, non erano state pensate per parlare di emigrazione. Dovevano raccontare il rapporto degli italiani all’estero con la Festa della Repubblica, con l’identità nazionale, con l’idea stessa di appartenenza.

Eppure, quasi di lato, tornava spesso la stessa impressione. Molti degli italiani incontrati mi raccontavano di sentirsi fortunati a vivere in Spagna. Non necessariamente ricchi, non necessariamente arrivati, non necessariamente più stabili di quanto lo sarebbero stati in Italia. Ma più leggeri, sì. Più liberi nella gestione del tempo, più soddisfatti della quotidianità, più inclini a pensare che, almeno in quel momento della loro vita, Madrid offrisse qualcosa che in Italia sembrava più difficile trovare.

Non era ancora una tesi. Era una sensazione raccolta sul campo.Poi sono arrivati i dati.

1. Il dato che apre la domanda

La prima pista quantitativa è arrivata dai dati ISTAT sui trasferimenti di residenza dall’estero verso l’Italia. Ho cercato di capire non solo quanti italiani rientrassero, ma da dove rientrassero. Il punto non era stabilire una verità definitiva, ma osservare se quella sensazione raccolta tra le strade di Madrid trovasse qualche riscontro più ampio.

Per farlo ho costruito due indicatori.

Il primo è l’incidenza annua al rientro: il numero di italiani rientrati in Italia da un determinato Paese in un anno, rapportato al totale dei cittadini italiani residenti in quello stesso Paese.

Il secondo è un indice di ritorno cumulato: i rimpatri italiani accumulati tra il 2014 e il 2024 rispetto agli espatri italiani verso quello stesso Paese nello stesso periodo.

Il risultato non va letto come una sentenza, ma come un’anomalia da indagare: la Spagna appare sistematicamente tra i Paesi con minore propensione al rientro. In proporzione, gli italiani sembrano tornare meno dalla Spagna che dalla Svizzera, dalla Germania o dai Paesi Bassi.

Questo è il punto di partenza del reportage.

Non una tesi chiusa, ma una domanda: perché?


 

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2. La Spagna non dovrebbe vincere

Se guardiamo solo agli indicatori economici, la Spagna non sembrerebbe la destinazione più razionale.

Il salario medio lordo annuo è più basso rispetto a Germania, Svizzera, Paesi Bassi e Francia. La disoccupazione giovanile resta elevata. Madrid e Barcellona non sono più città economiche come nell’immaginario di molti italiani: il costo di una stanza o di un monolocale si avvicina sempre più a quello di altre grandi città europee.

Eppure, nonostante questo, la Spagna continua ad attrarre italiani. E soprattutto, sembra trattenerli.

A questo punto il reportage entra nel suo paradosso centrale: se il salario non basta a spiegare la scelta, cosa la spiega?


 

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3. Madrid, la città che non doveva piacere

Filippo Carbotti non aveva scelto Madrid. Ci è arrivato perché l’azienda per cui lavorava lo aveva trasferito lì dopo un’esperienza a Parigi. Non era un sogno personale, non era il piano di una vita, non era una fuga dall’Italia. Era, semplicemente, lavoro.

Eppure, proprio questo rende la sua testimonianza interessante.

A Madrid, racconta, si è sentito molto più integrato che in Francia. Aveva amici spagnoli, usciva, viveva la città, la attraversava a piedi. La descrive come una città “a misura d’uomo”, accessibile, piena di possibilità. Una città in cui, pur non essendo partito con entusiasmo, ha finito per costruire una quotidianità piena.

Madrid è pazzesca è una città a misura d’uomo {…} Mi sentivo integrato

Quando è tornato a Roma, non lo ha fatto perché Madrid avesse fallito. Lo ha fatto perché Roma era casa. È pugliese, ma vive a Roma da molti anni e la considera il luogo in cui si riconosce. La sua è una storia di ritorno, ma non una storia di rifiuto della Spagna.

Ero contento di tornare a Roma, ma non ero contento di lasciare Madrid.” Mi racconta, con tono quasi malinconico.

Questa frase complica il racconto. Perché Filippo dovrebbe essere l’antitesi del reportage: l’italiano che ha lasciato la Spagna. Invece finisce per confermare la domanda centrale. Anche lui, come Edoardo, prende una decisione che non si spiega soltanto con il reddito.

In Spagna guadagnava di più. A Roma guadagna meno, ma vive meglio rispetto a ciò che in questo momento cerca.

4. Il lavoro deve servire alla vita

C’è una frase di Filippo che forse racconta più di molti indicatori statistici.

 “Il lavoro deve essere funzionale alla vita. Quando il lavoro diventa la tua vita hai fallito come professionista.”

Non è una frase detta da qualcuno che rifiuta il lavoro. Filippo lavora nelle risorse umane, conosce il mercato, parla con candidati giovani e giovanissimi. Proprio per questo, la sua osservazione diventa interessante: secondo lui, molti giovani oggi non chiedono più soltanto quanto guadagneranno, ma come vivranno.

Orari, benefit, equilibrio, possibilità di avere tempo fuori dal lavoro.

Questo non significa che il denaro non conti. Conta ancora, eccome. Ma non sembra più bastare da solo a definire il successo.

Secondo Eurostat, tra i Paesi osservati, la Spagna registra uno dei livelli più alti di soddisfazione della vita tra i giovani. Il dato non spiega tutto, ma conferma una sensazione che ritorna nelle interviste: la qualità della vita percepita può pesare quanto, e a volte più, della convenienza economica immediata.


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Questa gerarchia di priorità ritorna anche in altre testimonianze, ma non sempre nello stesso modo. Giulia Solito, che vive a Siviglia e lavora come tutor didattica per un’azienda legata agli scambi internazionali, è tra le più nette. Per lei, in Italia “non si vive bene come si vive in Spagna”. Non ne fa solo una questione di stipendio nominale, ma di equilibrio concreto tra salario, costo della vita e benessere quotidiano.

Quando le chiedo cosa significhi avere successo, non parla di carriera o retribuzione.

Stare bene con me stessa”, risponde, dopo qualche secondo di riflessione.

Raffaele De Crescenzo, arrivato a Barcellona dopo un percorso iniziato con l’Erasmus e stabilitosi lì da gennaio, offre invece un controcanto più pragmatico. Per lui il fattore economico pesa, perché i soldi permettono di costruire un progetto di vita. Ma non basta. Dopo aver fatto colloqui anche in Italia, racconta di aver trovato in Spagna condizioni almeno comparabili, e a quel punto la scelta si è spostata su un altro piano: dove vivere, in quale cultura riconoscersi, quale quotidianità immaginare.

La Germania, dice, la valuterebbe solo davanti a uno scarto salariale importante. Non per poche centinaia di euro in più. È una formula semplice, ma racconta bene il punto: il reddito conta ancora, ma deve essere abbastanza alto da compensare ciò che si perde in qualità della vita.

Insomma, fare il sacrificio sì, ma solo se il gioco vale la candela, altrimenti in che modo un italiano può compensare le mancanze del proprio Paese? Questo discorso, in Spagna, viene leggermente affievolito, perché per quanto possano mancare gli affetti personali; il clima, il cibo ed i costumi di qua non differiscono più di tanto da quelli di villaggi e città italiane.

 5. La Spagna come compromesso

Quando ho chiesto al professor Matteo Sanfilippo, uno storico italiano specializzato in storia delle migrazioni, oggi professore ordinario di Storia Moderna presso l’Università della Tuscia, se avesse ancora senso parlare di emigrazione economica, la risposta è stata più prudente della mia domanda.

Sì, ha ancora senso. Ma in modo diverso.

L’emigrazione italiana del secondo dopoguerra era spesso costruita intorno a un obiettivo preciso: partire, lavorare, risparmiare, mandare soldi alla famiglia, magari tornare per comprare terra, aprire un’attività, costruire una casa. Oggi il meccanismo sembra meno lineare. Ci si muove perché l’Italia offre poche prospettive, perché il lavoro è precario, perché il Paese sembra pensato più per chi è già stabile che per chi deve ancora costruirsi una vita.

Sanfilippo non cancella il fattore economico dall’emigrazione odierna. Lo sposta. Non si parte solo per guadagnare di più, ma anche perché restare significa immaginare un futuro limitato.

E allora la Spagna può diventare un compromesso: non il Paese dove massimizzare il reddito, ma quello dove il costo culturale dell’adattamento sembra più basso.

Italia e Spagna non sono uguali. Sanfilippo lo precisa. Ma sono abbastanza vicine da rendere l’integrazione meno faticosa rispetto ad altri contesti europei. Lingua, clima, abitudini sociali, ritmi urbani, modo di vivere lo spazio pubblico: tutto contribuisce a rendere la Spagna più abitabile per molti italiani.

Inoltre, il professore Sanfilippo, mi dà il suo parere anche sul confronto tra Svizzera e Spagna.

La differenza tra Spagna e Svizzera non si spiega solo con il salario. In Svizzera, sostiene, per molti italiani è più difficile adattarsi davvero al tipo di vita e alle sue regole sociali; in Spagna, pur senza confondere italiani e spagnoli, il costo culturale dell’integrazione sembra più basso. Non perché i due Paesi siano identici, ma perché lingua, abitudini e socialità rendono più facile sentirsi meno stranieri.

6. Restare senza sentirsi completamente a casa

Valérie vive in Spagna da quasi otto anni. È partita per amore, dopo l’università, per raggiungere il ragazzo spagnolo con cui stava già costruendo una vita. A differenza di molti altri, non è arrivata in Spagna per cercare lavoro. Eppure, da quando è lì, non ha mai smesso di lavorare.

Oggi vive a Toledo, lavora nell’amministrazione e in un dipartimento export. Ma la sua storia introduce una sfumatura importante: si può restare a lungo in un Paese senza smettere di desiderare l’Italia.

“Lo dico sempre: io tornerei in Italia domani”.

Valérie non descrive la Spagna come un fallimento. Ha lavorato, si è costruita una vita, parla la lingua. Ma racconta anche la difficoltà di mettere radici in una città dove la comunità italiana è piccola, dove la socialità è più limitata rispetto a Madrid, dove il lavoro si svolge fuori dal centro e rende più difficile costruire legami quotidiani.

A Toledo, come già detto, la vita è diversa da Madrid. La comunità italiana è più piccola, le occasioni di socialità sono meno immediate e costruire relazioni richiede più tempo.

Cerco sempre di relazionarmi con gente del mio Paese”, racconta. “È una mancanza che ho, una necessità.

Per lei, l’integrazione esiste, ma non coincide con il sentirsi completamente a casa.

Sarebbe diverso se vivessi a Madrid”.

La sua testimonianza evita un errore: pensare alla Spagna come un blocco unico. Madrid, Barcellona, Toledo, i Paesi Baschi, la Catalogna non sono lo stesso mondo. La Spagna, come ricordava Sanfilippo, è un Paese di Paesi.

7. Barcellona: l’altro polo della nuova emigrazione italiana

Finora il mio sguardo è partito da Madrid. È qui che vivo, è qui che ho incontrato molti degli italiani intervistati, è qui che la domanda è nata. Ma parlare di emigrazione italiana in Spagna senza Barcellona significherebbe lasciare fuori uno dei centri principali della presenza italiana nel Paese.

Barcellona ha una storia diversa. È una città più vicina geograficamente all’Italia, legata da rotte aeree e marittime, particolarmente attrattiva per alcune comunità regionali. È anche una città in cui l’identità locale, la lingua catalana e la dimensione internazionale creano un contesto diverso da Madrid.

Antonio Varriale è arrivato a Barcellona nel 2017, dopo due anni vissuti a Londra. È napoletano, e forse proprio per questo la città gli è sembrata subito familiare. “Mi sono sentito a casa dal giorno zero”, racconta. Il clima, il cibo, il modo di vivere, la presenza del mare: tutto sembrava più vicino alla sua idea di vita rispetto alla Londra caotica da cui arrivava.

All’inizio pensava che sarebbe stata solo un’esperienza. Voleva imparare una nuova lingua, mettersi alla prova, capire se la Spagna potesse essere una tappa. Poi quella tappa è diventata qualcosa di più.

Se devo pensare a casa, penso a Barcellona”, dice oggi.

È lì che immagina di costruire una famiglia, creare il suo marchio, restare a lungo.

Nel suo caso, la scelta non è nata dalla promessa di uno stipendio più alto. Anzi, il passaggio da Londra a Barcellona è stato anche un rischio. Ma Antonio cercava altro: un equilibrio, un modo di vivere meno compresso, un luogo in cui sentirsi più libero.

Barcellona ti offre la libertà di vivere”, racconta, senza peli sulla lingua.

E aggiunge che, rispetto a Napoli, lì ha trovato “la libertà di esprimersi”, persino di vestirsi come voleva, senza sentirsi giudicato.

Barcellona, però, non è un paradiso economico. Gli affitti sono alti, soprattutto nei quartieri più richiesti. Antonio vive a Gràcia, in una casa vecchia, senza ascensore, dividendo un affitto che si aggira intorno ai 1.200 euro. Anche per lui, la Spagna non è il Paese dove si guadagna di più. È il Paese dove, almeno per ora, riesce a vivere più vicino a sé stesso.

Quando gli chiedo cosa significhi oggi avere successo, Antonio non parla di stipendio, carriera o stabilità. Risponde con una parola: libertà. Libertà di vivere, di esprimersi, di vestirsi come vuole, di far emergere una parte di sé che a Napoli sentiva più compressa.

Nel suo racconto, Barcellona non è soltanto una città più solare o più vicina al modo di vivere mediterraneo. È il luogo in cui ha sentito di poter respirare più liberamente. Per questo, quando dice che lì si è sentito “a casa dal giorno zero”, non parla solo di clima, mare o cibo. Parla della possibilità di abitare una versione più libera di sé stesso.

8. La comunità vista da chi la osserva

A Madrid, Pietro Mariani osserva la comunità italiana da una posizione particolare: è consigliere CGIE e vive in Spagna dalla fine degli anni Ottanta, quando il Paese era ancora molto diverso da quello di oggi. Allora, racconta, gli italiani iscritti ai consolati erano poche migliaia e gran parte della presenza italiana era legata ad aziende, espatriati o percorsi individuali molto limitati.

Il consigliere del CGIE Pietro Mariani

Oggi il quadro è cambiato. Secondo Mariani, la Spagna ha capito che demografia, lavoro e immigrazione non possono essere trattati come dossier separati, ma come parti di una stessa politica pubblica. Il Paese ha bisogno di giovani, di lavoratori e di nuove famiglie, e negli ultimi anni ha costruito strumenti per attrarli e trattenerli.

È qui che la sua lettura si inserisce nel cuore del reportage. Per Mariani, la Spagna non attira gli italiani principalmente perché offre salari più alti. Anzi, spesso accade il contrario.

In Spagna non si viene per i soldi”, dice. “Si viene per la qualità della vita.

La qualità della vita, però, nel suo racconto non coincide soltanto con il clima, il cibo o la socialità. Significa anche diritti, welfare, politiche familiari, parità di genere, possibilità di costruire un percorso personale e professionale in un ambiente percepito come più accogliente. Mariani collega anche l’aumento della presenza femminile italiana in Spagna a questo contesto: molte giovani donne, sostiene, trovano nel Paese più spazio sociale e professionale rispetto all’Italia.

Il confronto con la Svizzera, da questo punto di vista, è netto. In Svizzera un ricercatore, un medico o un ingegnere italiano può guadagnare molto di più. Ma, secondo Mariani, spesso resta la sensazione di essere ospiti: utili finché servono, meno integrati quando il lavoro non basta più a costruire appartenenza. In Spagna, invece, il salario può essere più basso, ma il costo culturale dell’adattamento sembra minore, lo ripete anche lui dopo il Prof. Sanfilippo. Gli spagnoli, dice, sono “cugini lontani” degli italiani: lingua, abitudini, clima e cultura mediterranea rendono più facile immaginarsi una vita.

Il punto, allora, non è che l’economia scompaia. È che, nel lungo periodo, lo stipendio da solo non basta. Può convincere a partire, certo, ma non sempre basta a restare.

9. “Perché tornare?”

Steven Forti, docente alla UAB, mi ha risposto che l’ipotesi è plausibile, pur precisando che molte delle spiegazioni restano impressioni difficili da misurare. Qualità della vita, socialità, modello urbano, work-life balance, prossimità culturale: sono elementi che non sempre entrano bene nelle statistiche, ma che ritornano spesso nei racconti di chi vive in Spagna.

La sua domanda implicita è forse la più semplice:

perché tornare?

Perché tornare se la lingua è vicina, se il clima è familiare, se la vita sociale è accessibile, se il lavoro magari non paga come in Svizzera ma permette comunque di immaginare una vita?

Questa domanda non vale per tutti. Valérie tornerebbe. Filippo è tornato. Edoardo ha lasciato la Svizzera per l’Italia. Ma proprio questa varietà di risposte dimostra che il ritorno non è più un automatismo.

Si parte, si resta, si torna, si riparte.

L’emigrazione non è più una linea retta.

10. Dove vale la pena vivere

Alla fine, la domanda iniziale cambia forma.

Non è più soltanto: perché gli italiani tornano meno dalla Spagna?

Diventa: cosa cercano oggi gli italiani quando partono?

Il reddito resta importante. Nessuno degli intervistati lo nega. Anche Sanfilippo invita a non cancellare la dimensione economica dell’emigrazione. L’Italia resta un Paese dove molti giovani faticano a immaginare un futuro stabile, dove il lavoro è spesso precario, dove il costo della vita nelle città più attrattive pesa sempre di più.

Ma le storie raccolte mostrano anche altro.

Edoardo ha lasciato la Svizzera e uno stipendio più alto per tornare dove il cielo gli sembrava più azzurro. Filippo ha lasciato Madrid non perché non la amasse, ma perché Roma era casa. Valérie vive in Spagna da anni, lavora, parla la lingua, ma continua a sentire l’Italia come il luogo a cui tornerebbe. Altri italiani, a Madrid, Barcellona o Siviglia, sembrano invece trovare nella Spagna il compromesso più vicino a ciò che cercano: lavoro, socialità, clima, prossimità culturale, una vita quotidiana percepita come più leggera.

Forse la nuova emigrazione italiana non ha smesso di essere economica.

Ha solo smesso di essere soltanto economica.

Per decenni partire significava spesso cercare uno stipendio migliore. Oggi, almeno per una parte della nuova generazione mobile, sembra significare qualcosa di più ambiguo e più difficile da misurare: cercare un posto in cui il lavoro non consumi tutto, in cui il tempo libero abbia valore, in cui gli affetti contino quanto la busta paga, in cui sentirsi stranieri costi un po’ meno fatica.

Un posto dove non necessariamente si guadagna di più.

Ma dove, forse, si riesce a vivere meglio.

Forse è questo che i dati sui rientri, da soli, non riescono a spiegare. Non solo quanto si guadagna. Non solo quanto costa una stanza. Ma il momento esatto in cui un luogo smette di essere estero e comincia a somigliare a una possibilità di vita.

Per Edoardo, quella possibilità aveva il colore del cielo italiano dopo anni in Svizzera. Per Antonio, aveva il nome di una parola semplice: libertà.

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