Terremoto in Venezuela, l’incubo degli ospedali al collasso e lo spettro epidemie


Allarme UNICEF per i minori scomparsi e 16mila persone rimaste senza casa. Le agenzie ONU denunciano il rischio di epidemie e l’emergenza sfollati


CARACAS – L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) hanno lanciato un drammatico e congiunto allarme internazionale sulla situazione in Venezuela. I due organismi denunciano il rischio imminente di devastanti epidemie e il rapido deterioramento delle condizioni umanitarie sul terreno. L’annuncio giunge all’indomani del duplice e violento sisma che ha colpito il Paese, assestando un colpo letale a un tessuto sociale e infrastrutturale già profondamente vulnerabile. La doppia catastrofe naturale ha messo a nudo le fragilità del Paese che non riesce a dare un assetto organico e funzionale all’organizzazione delle squadre di riscattasti nazionali, che lavorano con le unghie, e internazionali, equipaggiati con strumenti di alta tecnologia. Ció provoca ritardi e colli di bottiglia nell’opera di salvataggio ed anche difficoltà nella lotta al sciacallaggio di cui, in alcuni casi, sono complici anche agenti dell’ordine e membri delle Forze Armate, stando alle denunce che corrono veloci sui social-media.

Sul piano strettamente sanitario, il bollettino diffuso dalle agenzie internazionali descrive uno scenario da collasso strutturale. I dati provvisori forniti dalle autorità locali, pur suscettibili di costanti aggiornamenti al rialzo, registrano 1.719 decessi accertati e 5.034 feriti, a cui si aggiunge la preoccupante stima dell’ONU di circa 50.000 persone ancora disperse. Il portavoce dell’OMS, Christian Lindmeier, ha riferito che i presidi medici dell’area metropolitana di Caracas e delle province limitrofe operano in condizioni di stress estremo. Un monitoraggio effettuato su ventuno ospedali ha rivelato che tre complessi sono interamente fuori uso, sei presentano gravi lesioni strutturali che ne limitano la funzionalità, mentre i restanti affrontano liste d’attesa insostenibili, carenze nei protocolli di biosicurezza e la saturazione dei servizi mortuari.

A questo quadro si somma il pericolo di una seconda ondata di vittime causata da malattie infettive. Il danneggiamento delle reti idriche e fognarie, unito alla promiscuità degli insediamenti temporanei, rischia di favorire la diffusione di patologie prevenibili da vaccino (quali morbillo, difterite e pertosse) e l’endemicità di arbovirosi trasmesse da vettori o legate all’insalubrità dell’acqua, come dengue, malaria, febbre gialla, Zika e Chikungunya.

Parallelamente, la dimensione umanitaria della crisi evidenzia l’assenza di una rete di protezione civile efficace per gli sfollati. I rilievi sul campo condotti dagli ispettori dell’ACNUR indicano che circa 16.000 persone sono state private del proprio alloggio. La portavoce dell’agenzia, Carlotta Wolf, ha dettagliato la distribuzione della popolazione colpita: se il 50% ha trovato ospitalità presso reti familiari o di vicinato, un critico 39% sopravvive in spazi pubblici o di fortuna (strade, piazze, strutture scolastiche o religiose) privi dei requisiti minimi di igiene e sicurezza. Di particolare gravità è la segnalazione relativa a un 17% di minori non accompagnati o separati dai nuclei familiari, fattore che ha spinto l’ACNUR e l’UNICEF ad attivare un protocollo d’urgenza per il tracciamento e il ricongiungimento dei bambini dispersi.

La gestione dell’emergenza ha assunto nelle ultime ore una forte connotazione politica e istituzionale. Nonostante la cooperazione avviata tra le agenzie ONU e organizzazioni confessionali come la Caritas per la logistica degli aiuti, i funzionari internazionali denunciano un diffuso caos distributivo, causato dalla mancanza di un coordinamento centralizzato. La leadership dell’opposizione venezuelana, per bocca di María Corina Machado, ha accusato l’esecutivo guidato da Delcy Rodríguez di strumentalizzare l’assistenza umanitaria, denunciando la censura nei confronti dei media indipendenti e il blocco deliberato dei team di soccorso internazionali negli scali aeroportivi.

Dal canto suo, l’architettura burocratica di Caracas respinge le accuse di opacità, muovendosi nel solco della dottrina della sovranità statale, pur accettando il supporto tecnico delle Nazioni Unite. A complicare il quadro multilaterale interviene infine il regime sanzionatorio internazionale: le restrizioni allo spazio aereo imposte dalle autorità statunitensi fino al prossimo 2 luglio stanno di fatto paralizzando i flussi di approvvigionamento aereo e l’afflusso di specialisti stranieri, congelando il Venezuela in una condizione di isolamento operativo proprio nel momento di massima necessità.

Redazione Caracas

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