Oltre sette aziende su dieci temono un calo dei ricavi. Le medie imprese costituiscono una componente sempre più rilevante del sistema manifatturiero italiano. È necessario rafforzare gli strumenti di gestione del rischio, investire sulle competenze e accompagnare la trasformazione tecnologica delle imprese.
MADRID.- Le medie imprese industriali italiane continuano a rappresentare uno dei principali motori dell’economia nazionale e guardano al 2026 con aspettative di crescita, ma lo scenario internazionale sempre più instabile alimenta forti preoccupazioni. È il quadro che emerge dal XXV Rapporto sulle medie imprese industriali italiane e dal report “Le medie imprese italiane tra continuità e trasformazione: governance, capitale umano e geopolitica”, realizzati dall’Area Studi di Mediobanca, dal Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e da Unioncamere e presentati a Siena.
Le imprese di media dimensione prevedono infatti per il prossimo anno un incremento del 2,5% del fatturato e del 2,7% delle esportazioni, confermando una sostanziale fiducia nelle proprie capacità competitive. Tuttavia, oltre il 70% delle aziende ritiene che il crescente livello di incertezza internazionale possa tradursi in ricavi inferiori rispetto a quelli che si registrerebbero in un contesto economico più stabile.
Un segmento strategico del Made in Italy
Le medie imprese costituiscono una componente sempre più rilevante del sistema manifatturiero italiano. Attualmente generano il 16% del fatturato dell’industria manifatturiera, producono il 15% del valore aggiunto e rappresentano il 13% dell’occupazione e delle esportazioni complessive del settore.
I dati raccolti nel rapporto evidenziano una crescita costante nell’arco degli ultimi ventinove anni. Il numero delle imprese è passato da 3.377 a 3.491, mentre il giro d’affari complessivo è aumentato del 178,3%. Ancora più marcata la crescita dell’export, salito del 290,7%, mentre l’occupazione è aumentata del 47,2%.
Numeri che confermano il ruolo delle medie imprese come una delle colonne portanti del Made in Italy, grazie alla loro capacità di presidiare le filiere produttive e competere sui mercati internazionali.
Le incognite della geopolitica
Nonostante le prospettive di sviluppo, il clima di fiducia è frenato da fattori esterni che le imprese considerano sempre più difficili da governare.
Tra le principali preoccupazioni figurano l’instabilità geopolitica, la volatilità dei prezzi dell’energia e delle materie prime e l’incertezza dei mercati internazionali, elementi che rischiano di comprimere margini e investimenti nei prossimi mesi.
A queste criticità si aggiunge una difficoltà ormai strutturale nel reperire personale qualificato: il problema interessa circa nove imprese su dieci, confermandosi uno dei principali ostacoli alla crescita.
Unioncamere: “Servono politiche industriali e strumenti di sostegno”
Per il presidente di Unioncamere, Andrea Prete, le medie imprese rappresentano “uno dei pilastri più solidi del nostro sistema produttivo” grazie alla loro competitività e alla forte vocazione internazionale.
Proprio per questo, ha sottolineato, l’aumento dell’incertezza globale non deve essere sottovalutato.
“Occorre accompagnare questi campioni del Made in Italy con politiche industriali, strumenti finanziari e servizi territoriali capaci di rafforzarne la resilienza e sostenere gli investimenti”, ha affermato.
Solo due imprese su dieci si sentono pronte ad affrontare l’incertezza
Dal rapporto emerge un dato particolarmente significativo: appena il 20% delle aziende ritiene di disporre degli strumenti necessari per gestire efficacemente scenari economici sempre più imprevedibili.
Per il direttore dell’Area Studi di Mediobanca, Gabriele Barbaresco, la capacità di affrontare l’incertezza rappresenta oggi uno degli elementi decisivi della competitività aziendale.
Pur riconoscendo i risultati molto positivi ottenuti dalle medie imprese negli ultimi trent’anni, Barbaresco evidenzia gli ampi margini di miglioramento ancora esistenti e propone l’introduzione, sul modello anglosassone, di un Future Readiness Committee, un organismo interno dedicato all’analisi degli scenari futuri e al supporto delle decisioni strategiche del management.
Innovazione e capitale umano restano le sfide decisive
Secondo il presidente del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, Giuseppe Molinari, il futuro della competitività delle medie imprese dipenderà dalla capacità di mantenere la solidità del modello imprenditoriale familiare accompagnandolo con una trasformazione più profonda.
La crescita passerà infatti attraverso investimenti nelle tecnologie più avanzate, nella digitalizzazione, nella formazione continua e nella valorizzazione del capitale umano, elementi sempre più determinanti per sostenere l’innovazione.
Sulla stessa linea il presidente della Camera di commercio di Arezzo-Siena, Massimo Guasconi, che ha sottolineato come il sistema camerale sia pronto ad affiancare le imprese nel percorso di innovazione e trasformazione, favorendo un equilibrio tra continuità aziendale e cambiamento tecnologico.
Il caso della Toscana
Il rapporto dedica anche un focus alla Toscana, dove circa il 9% delle medie imprese è concentrato nell’area di Siena. Queste aziende generano ricavi per 1,1 miliardi di euro, pari a circa il 10% del fatturato complessivo delle imprese di media dimensione della regione.
Un dato che conferma il peso strategico del tessuto produttivo senese all’interno dell’economia toscana.
Crescita sì, ma serve rafforzare la capacità di reagire alle crisi
L’indagine restituisce dunque l’immagine di un comparto solido, dinamico e fortemente orientato ai mercati internazionali, capace di continuare a crescere anche in una fase complessa. Allo stesso tempo evidenzia la necessità di rafforzare gli strumenti di gestione del rischio, investire sulle competenze e accompagnare la trasformazione tecnologica delle imprese.
Perché, se le prospettive di fatturato ed export restano positive, il vero banco di prova sarà la capacità delle medie imprese italiane di affrontare un contesto globale sempre più instabile senza perdere la competitività che negli ultimi trent’anni le ha rese uno dei punti di forza dell’economia nazionale.
(Redazione)
