Terremoto in Venezuela, De Santis (Geologo): “Sapevamo che sarebbe successo, ma non quando”


Il geologo Feliciano De Santis analizza la catena di errori umani, i cedimenti strutturali e la mancanza di preparazione che hanno lasciato il Venezuela soggiogato dal terremoto


Mauro Bafile


Feliciano De Santis

CARACAS – Nonostante i molti progressi tecnologici e le numerose ricerche condotte in merito, nessuno poteva prevedere con precisione il giorno e l’ora. Di una cosa, però, vi era la certezza — poiché così indicavano i modelli basati sulle valutazioni storiche — un evento sismico di grande magnitudo si stava avvicinando. I geologi lo stavano avvertendo da tempo. Tuttavia, nessuno, nei centri decisionali; nessuno di coloro che avevano la responsabilità di rifornire le squadre di soccorso, la Protezione Civile e i Vigili del Fuoco, ha dato loro ascolto.

— I periodi di “ritorno” indicavano la possibilità di un sisma di grande intensità a Caracas — commenta alla Voce Feliciano De Santis, presidente della Società Venezuelana di Geologi —. Mi spiego: il sisma di Caracas ha un periodo di ritorno compreso, più o meno, tra i 50 e i 70 anni. Sono già trascorsi 59 anni. D’altra parte, uno studio condotto nel 2007 indicava che avevamo un “gap sismico” molto forte nella zona di rottura. Un “gap sismico” è una zona di faglia che non ha registrato alcuna attività. Ciò lascia supporre che ci sia un forte accumulo di energia. Non potevamo prevedere l’anno, il mese e tanto meno il giorno, ma sapevamo che l’evento tellurico era imminente poiché, insisto, ci trovavamo nel periodo di ritorno sismico. Vale a dire, con alte probabilità di avere quel forte terremoto.

Feliciano De Santis, italo-venezuelano originario dell’Abruzzo e presidente della Società Venezuelana di Geologi, è stato uno degli esperti che hanno avvertito del pericolo di un imminente evento sismico. E, purtroppo, è stato anche uno degli esperti a cui le autorità competenti hanno voltato le spalle.

— Vi aspettavate un evento tellurico così devastante?

— No, in realtà no — è la sua risposta —. Nel nostro modello sismotettonico avevamo previsto una magnitudo massima di 7. Tutti i sismi passati, sia quello del 1929 a Cumaná, sia quelli del 1967 a Caracas e del 1997 a Cariaco, sono sempre stati vicini a 7. La magnitudo riportata dagli Stati Uniti dovrà essere rivista. Sospetto che, essendo stata calcolata con la rete internazionale, sia un tantino alta. Sono quasi sicuro che sarà rivalutata.

Sostiene che la gravità del sisma risieda nella “doppietta”. Vale a dire, nel succedersi di due distinti eventi tellurici a brevissima distanza l’uno dall’altro.

— Le strutture — spiega — stavano finendo di subire le sollecitazioni del primo sisma quando è sopraggiunto il secondo. Le caratteristiche del suolo, unite alla distanza epicentrale e alla vulnerabilità strutturale, hanno creato una combinazione catastrofica; è stato un cocktail nefasto, soprattutto per La Guaira.

Caracas, per esempio

Le immagini aeree di La Guaira ci mostrano una città, una regione distrutta. Edifici irriconoscibili, residenze trasformate in macerie, appartamenti ormai privi di pareti. Molti edifici sono ridotti a semplici scheletri che mostrano le ferite profonde lasciate dal devastante terremoto e, come sospetta De Santis, dai cedimenti strutturali dovuti alla mancanza di manutenzione; una parola, quest’ultima, che sembra essere stata cancellata dal dizionario dei venezuelani.

— Alcuni edifici — aggiunge — probabilmente erano già indeboliti a causa dalla corrosione salmastra.

Ci dice che la distanza epicentrale, le caratteristiche del suolo e la vulnerabilità strutturale, messe insieme, hanno costituito una combinazione  fatale che ha aggravato la tragedia. Gli chiediamo di essere più chiaro. Subito dopo, come farebbe con i suoi studenti all’università, ci spiega il significato delle sue parole.

— In primo luogo, la distanza epicentrale. Quando un sisma si origina a una distanza superiore ai 100 km, come in questo caso, le onde vengono filtrate a una certa frequenza. Rimangono così dei contenuti frequenziali caratteristici, che possono interagire con il periodo di vibrazione dell’edificio. In questo caso, i più colpiti sono stati gli edifici tra i 9 e i 10 piani. Allo stesso tempo, può crearsi una sincronia con il periodo naturale di vibrazione del terreno. Si produce allora una “tripletta” di effetti: un’amplificazione del segnale sismico da parte del suolo che, filtrata perché proveniente da lontano, interagisce con edifici di una certa altezza. A loro volta, gli elementi vulnerabili dell’edificio in qualche modo cedono di schianto, provocandone il crollo.

Per essere ancora più didattico e chiaro nella sua spiegazione, De Santis prende come esempio la città di Caracas.

— Nel nord della capitale, nei quartieri di Los Palos Grandes, Altamira e San Bernardino, il sisma ha provocato danni di ogni tipo. Tuttavia, attraversando il fiume Guaire e andando verso il sud di Caracas, ci si accorge che non c’è alcun danno… nulla. Ho girato tutti i quartieri. Quelli nella zona sud mostrano solo qualche intonaco caduto o un giunto strutturale che si è attivato. Quegli edifici, nonostante siano vecchi, non presentano danni. Ce ne sono alcuni degli anni ’50 costruiti senza il rispetto di alcuna normativa moderna. Sembra incredibile, ma sono ancora in piedi. Il terremoto non ha causato loro alcun danno.

E passa a dettagliare i casi di Barquisimeto, Valencia e Maracay.

— Barquisimeto è una città importante a 90 km dall’epicentro. È stata costruita su terreni più o meno resistenti, duri. Lì non è successo assolutamente nulla. Il suo comportamento di fronte al sisma è stato lo stesso riscontrato nel sud della capitale. Da ciò si deduce che, più che l’energia sprigionata dal sisma, a influire sulla tragedia sono stati gli effetti locali del sito. Gli edifici sono crollati a causa del tipo di terreno, della sua interazione con le strutture e dei vizi occulti che, quasi certamente, erano presenti in quegli stabili.

Imparare dal passato

Non uno, ma due sismi indipendenti, a breve distanza l’uno dall’altro e dalla forza distruttiva. Non è la norma. O almeno, questo era ciò che credevamo noi. E commettevamo un errore, per lo meno nel caso del Venezuela.

De Santis ricorda il terremoto del 1812. Chi non lo ha studiato nei libri di storia? Era un Giovedì Santo. La terra tremò in tutto il paese. Le città che subirono maggiormente gli effetti distruttivi del terremoto furono quelle repubblicane. Vale a dire Caracas, La Guaira, Mérida, San Felipe, Chacao e Baruta. Al contrario, quelle rimaste fedeli alla corona spagnola — Barquisimeto, La Victoria e Valencia — subirono danni minori. Inoltre, Coro, Carora e Maracaibo ne uscirono quasi indenni. Fu allora che i frati e i sacerdoti del paese iniziarono a predicare che si trattava del castigo di Dio per l’insurrezione dei venezuelani contro Ferdinando VII di Spagna. La leggenda narra che l’allora colonnello Simón Bolívar, in risposta alla posizione della Chiesa, pronunciò la celebre frase: “Se la natura si oppone, lotteremo contro di essa e faremo in modo che ci obbedisca”.

— Nel 1812 — ci dice De Santis —, non esistevano strumenti per misurare l’intensità o la durata dei terremoti. Non c’era nulla. Eppure, è stato possibile effettuare una valutazione dell’evento sismico. I parroci documentavano gli avvenimenti più importanti che accadevano nelle loro parrocchie. Tutti quei manoscritti venivano inviati in Spagna. Non bisogna dimenticare che eravamo una provincia spagnola. Quei documenti sono stati raccolti in quello che oggi è conosciuto come l’Archivio Generale delle Indie. In quei registri, i sacerdoti di ogni parrocchia riportarono i danni causati dal terremoto del 1812. Quando gli storici della sismologia hanno raccolto tutte queste informazioni, si sono resi conto che i danni si estendevano da Mérida fino a Caracas. Fu allora che si ipotizzò per la prima volta che quell’evento tellurico potesse essere stato non una “doppietta sismica”, bensì una “tripletta”. Sono cresciuto affascinato da questa teoria. Ora un sisma è tornato a verificarsi nello stesso identico punto… esattamente nel luogo in cui avvenne la rottura del 1812. Sono trascorsi 214 anni.

Facciamo notare, il nostro più che un commento è una domanda, che non è comune che, nel giro di pochi secondi, si verifichino due terremoti distinti, così vicini e di grande magnitudo.

— Questo accade quando c’è una linea di faglia — spiega —. La faglia di Boconó non supera i 500 km. La dividiamo in segmenti. E per ciascun segmento stabiliamo sia il sisma massimo possibile, che non si verifica mai, sia il sisma massimo probabile, che alla fine è ciò che concretamente si manifesta. Dividiamo la faglia in segmenti in base alle strutture tettoniche e diciamo: “se questo segmento si rompe può generare una determinata magnitudo, e se si rompe quest’altro segmento se ne può verificare un’altra”.

De Santis si recherà sul luogo indicato come epicentro non appena arriverà un suo collega, un professore dell’Università di Saragozza, anch’egli esperto in movimenti tellurici.

— Circa 35 anni fa — confessa —, lo accompagnai proprio nel punto in cui si era verificata la rottura del 1812. Avevamo localizzato il posto grazie alle immagini radar. Nel caso del terremoto di mercoledì scorso, si è attivato un segmento di faglia. È un segmento molto lineare, molto dritto. La sua rottura attiva immediatamente un altro segmento. Da qui i 39 secondi di intervallo tra il primo e il secondo evento tellurico. La storia si ripete. Nulla è così casuale o misterioso come a volte si vuole dipingere. C’era già un antecedente o, quantomeno, prove storiche del fatto che questo fenomeno avrebbe potuto verificarsi.

— Quindi possiamo affermare che il primo sisma ha provocato il secondo?

— Sì. In effetti, questa è la nostra teoria: si verifica un primo sisma che rompe un segmento di faglia. L’energia che si libera, in qualche modo, attiva un secondo segmento. I sismi sono il prodotto della rottura di un piano di faglia. In un’area che può aggirarsi intorno ai 50-60 km di lunghezza per 15 km di profondità, può rompersi un piano di faglia capace di generare un treno d’onde violentissimo. Si sprigiona tantissima energia, moltissima. Più di quella di una bomba atomica. Questo è il concetto di sisma. È la conseguenza di una rottura al limite della placca. A causa del movimento di una placca contro l’altra, l’energia si accumula. Quando avviene la rottura, si scatena il treno d’onde. È ciò che viene definito una rottura postsismica. Prima di ciò, si verificano deformazioni asismiche che non hanno effetti sulla popolazione. Sono 200 anni che si accumula energia. C’era un silenzio sismico che faceva paura.

Ogni sisma è unico

Che cosa rende un sisma diverso da un altro? Non è solo il suo movimento, ondulatorio o sussultorio. È molto di più. De Santis ci spiega che esistono oltre 50 tipi di terremoti e che ognuno ha la sua “impronta digitale”. Vale a dire, “caratteristiche esclusive e un contenuto frequenziale unico”.

— Pensate — precisa —, se il sisma fosse avvenuto di fronte alla costa di Caracas, i danni avrebbero colpito le baraccopoli (i barrios). Era ciò che temevamo. Sarebbe stato un vero disastro. Perché? Perché abbiamo troppi edifici costruiti un pezzo alla volta. Prima il piano terra, poi si aggiunge un piano, poi un altro ancora. Si costruisce e basta. Senza alcun criterio ingegneristico, senza alcuna tecnica, senza un progetto né un’analisi strutturale. Ma nei barrios, fortunatamente, non è successo nulla. Sono in contatto con organizzazioni che operano in quelle zone e non hanno segnalato danni di rilievo.

Assicura che, con il passare dei giorni, “verremo a conoscenza di qualche altro dettaglio”. Tuttavia, insiste, “non c’è stato un cataclisma in quelle zone, altrimenti lo avremmo saputo attraverso i social network”.

Un paese messo a nudo

A mano a mano che i giorni passano, sebbene continuino ad arrivare soccorritori da altri paesi per aiutare nella ricerca dei sopravvissuti, la disperazione cresce. Oggi l’immagine del nostro paese non è solo quella di una nazione disperata, in ginocchio, disorganizzata e immersa nel caos. Purtroppo, è quella di una nazione in cui i soccorritori, il personale della Protezione Civile e i Vigili del Fuoco non hanno gli strumenti per salvare chi si trova ancora sotto le macerie: mancano picconi, pale, martelli pneumatici e macchinari pesanti. Insomma, gli attrezzi con cui sono arrivati i soccorritori dall’estero. Negli ospedali mancano farmaci, lenzuola, barelle e materassi. Medici, infermieri e volontari non riescono a fare fronte a tutto. E la polizia e l’esercito, così efficienti per altre questioni, sono stati travolti dalla tragedia. Nel frattempo, la terra continua a tremare.

— Per quanto tempo ancora stima che continuerà a tremare? Si teme che possano verificarsi scosse di grande intensità, capaci di distruggere gli edifici la cui struttura è stata già irrimediabilmente compromessa.

— Non voglio dare l’impressione di avere il potere di prevedere il futuro — chiarisce subito —. No, non è così. Ma ho 40 anni di esperienza. Ogni volta che si verifica un sisma di questa intensità, sono necessari due, tre e persino quattro mesi di repliche di ogni magnitudo. C’è chi afferma che potrebbero verificarsi scosse di assestamento di magnitudo 6 o anche più forti. Non lo credo. Senza voler fare il veggente o il mago, penso che le repliche si attesteranno intorno ai cinque gradi o poco più, finché la situazione non si sarà calmata.

Per concludere, De Santis non riesce a nascondere la sua preoccupazione per ciò che “accadrà nei prossimi mesi”. Ci dice:

— Vedrai che si discuterà e si approveranno nuove leggi e nuovi regolamenti su come costruire. Va bene. Probabilmente approveremo norme più severe di quelle in vigore in Giappone. Ma nel giro di pochi anni ci dimenticheremo di tutto. E ricominceremo daccapo a commettere errori e ad aggirare le regole finché, tra 30, 40 o 50 anni, non torneremo a subire una tragedia. È un ciclo nefasto. Le norme attuali sono valide, sono ricalcate su quelle statunitensi. Gli ingegneri che conosco sono tutti estremamente rigorosi nel rispetto delle leggi e delle normative. Tuttavia, i costruttori a volte non lo sono. Tutto andrà bene finché qualcosa non ci metterà nuovamente a nudo. Oggi la società venezuelana è molto ferita e vulnerabile. Il paese, nelle prime 48 ore, è rimasto del tutto impotente, totalmente abbattuto e sopraffatto. Non avevamo la minima idea di cosa fare. La tragedia ci aveva travolto. C’è ancora la possibilità di salvare delle persone, di estrarre superstiti dalle macerie e, soprattutto, di imparare dai nostri errori.

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