Feijóo accusa Sánchez di “fabbricare” nuovi elettori attraverso la Ley de Memoria Democrática. Il caso spagnolo riapre una questione che riguarda anche l’Italia: fino a dove può estendersi il legame tra uno Stato e i discendenti della propria emigrazione?
MADRID – La cittadinanza dei discendenti degli emigrati torna al centro dello scontro politico, ma con forme diverse sulle due sponde del Mediterraneo. In Spagna, il Partido Popular accusa il governo di Pedro Sánchez di usare la cosiddetta “ley de nietos” per allargare il censo elettorale all’estero. In Italia, invece, il governo Meloni ha scelto una direzione opposta, restringendo nel 2025 l’accesso alla cittadinanza per discendenza e limitando un sistema che per decenni aveva permesso a molti discendenti degli emigrati italiani di ottenere il passaporto.
Lo scontro si è riacceso nelle ultime ore dopo le parole del leader del PP, Alberto Núñez Feijóo, che ha parlato di “ingegneria elettorale” e ha accusato Sánchez di cercare nuovi votanti attraverso la concessione della nazionalità ai discendenti di spagnoli residenti all’estero. Secondo Feijóo, la legge rischia di produrre un aumento significativo del corpo elettorale fuori dalla Spagna e di alterare gli equilibri politici in vista delle prossime elezioni generali.
Al centro della polemica c’è la Ley de Memoria Democrática, approvata nel 2022, che contiene una disposizione aggiuntiva dedicata all’acquisizione della nazionalità spagnola. La norma consente, tra gli altri casi, ai nati fuori dalla Spagna da padre, madre, nonno o nonna originariamente spagnoli, che abbiano perso o rinunciato alla nazionalità in conseguenza dell’esilio per ragioni politiche, ideologiche, di credo o di orientamento e identità sessuale, di optare per la nazionalità spagnola. È proprio questa possibilità, conosciuta informalmente come “ley de nietos”, ad avere aperto un nuovo fronte politico.
Il governo spagnolo ha sempre presentato la misura come un atto di riparazione storica verso le famiglie colpite dalla Guerra civile, dal franchismo e dall’esilio. Per una parte dell’opposizione, invece, il problema non è soltanto giuridico o memoriale, ma elettorale. Chi ottiene la nazionalità spagnola e completa l’iscrizione come residente all’estero può infatti entrare nel Censo de Españoles Residentes Ausentes, il CERA, e votare alle elezioni generali. Non può invece votare alle municipali se non è iscritto a un comune spagnolo.
È qui che la polemica diventa delicata. Le cifre sono alte, ma vanno maneggiate con precisione. Secondo i dati riportati dalla stampa spagnola, le richieste di nazionalità presentate attraverso la Ley de Memoria Democrática sono arrivate a circa 2,45 milioni. Questo però non significa che esistano già 2,45 milioni di nuovi elettori. Al 31 marzo risultavano avviati più di 1,2 milioni di expedientes, con circa 545.000 approvazioni e 306.500 iscrizioni nel Registro Civil Consular, l’ultimo passaggio necessario per ottenere effettivamente la nazionalità.
La differenza è importante: una domanda presentata non equivale a una cittadinanza riconosciuta, e una cittadinanza riconosciuta non coincide automaticamente con un voto espresso. Tuttavia, l’effetto potenziale sul censo estero è reale ed è sufficiente a trasformare una legge nata come riparazione storica in un tema di conflitto elettorale. Il PP legge questo processo come un possibile vantaggio per il governo; il PSOE lo difende invece come il riconoscimento di un diritto legato alla memoria democratica e alla storia dell’esilio spagnolo.
Il caso spagnolo parla anche all’Italia, pur riguardando una disciplina diversa. La Spagna non sta applicando lo stesso modello italiano dello ius sanguinis, ma una via specifica di opzione alla nazionalità legata alla memoria democratica. L’Italia, al contrario, ha costruito per decenni il rapporto con la propria diaspora soprattutto attraverso la cittadinanza per discendenza. Proprio su questo terreno, però, il governo Meloni è intervenuto nel 2025 con una riforma restrittiva.
Con il decreto-legge 36/2025, poi convertito nella legge 74/2025, l’Italia ha modificato la disciplina della cittadinanza iure sanguinis. La nuova normativa stabilisce che chi è nato all’estero ed è in possesso di un’altra cittadinanza non è automaticamente considerato cittadino italiano in tutti i casi, ma solo al ricorrere di determinate condizioni. Il principio del sangue non viene cancellato, ma viene limitato attraverso il tentativo di rafforzare il legame effettivo con l’Italia.
Il sistema italiano era disciplinato dalla legge n. 91 del 1992, secondo cui è cittadino per nascita il figlio di padre o madre cittadini. Nella prassi amministrativa e giudiziaria, questo principio aveva permesso per anni il riconoscimento della cittadinanza anche a discendenti nati all’estero lungo linee familiari molto estese, purché non vi fossero interruzioni nella trasmissione della cittadinanza. La riforma del 2025 interviene proprio su questo punto, cercando di limitare gli automatismi e le catene genealogiche più lontane.
Per molti discendenti degli emigrati italiani, soprattutto in America Latina, il passaporto italiano ha rappresentato per anni non soltanto un segno di appartenenza familiare, ma anche uno strumento concreto di mobilità, lavoro e accesso all’Unione europea. Argentina, Brasile, Uruguay e Venezuela sono stati tra i paesi in cui la domanda di cittadinanza italiana per discendenza ha assunto dimensioni particolarmente rilevanti. La nuova linea italiana tende invece a distinguere tra memoria familiare e cittadinanza giuridica, chiedendo un rapporto più diretto con il Paese.
Il confronto con la Spagna è quindi utile, ma deve essere fatto con cautela. Madrid e Roma non stanno discutendo della stessa legge. Nel caso spagnolo si parla di una misura collegata alla memoria democratica e all’esilio; nel caso italiano di una riforma dello ius sanguinis e della trasmissione della cittadinanza per discendenza. In entrambi i casi, però, emerge lo stesso nodo politico: quando la cittadinanza dei discendenti si estende oltre i confini nazionali, diventa inevitabilmente anche una questione di corpo elettorale, identità e rapporto con le diaspore.
Da questo punto di vista, la polemica spagnola e la riforma italiana raccontano due modi diversi di affrontare una domanda comune: chi appartiene oggi alla comunità nazionale? Soltanto chi vive nel territorio dello Stato? Anche chi conserva un legame familiare, storico o affettivo con quel Paese? E fino a quante generazioni può arrivare questo legame?
In Spagna, la “ley de nietos” viene difesa come riparazione verso i discendenti dell’esilio e dell’emigrazione. In Italia, la stretta sullo ius sanguinis viene giustificata con la necessità di evitare automatismi troppo ampi e di recuperare un vincolo effettivo con il Paese. Ma in entrambi i casi, dietro il linguaggio giuridico, si intravede una questione profondamente politica: allargare o restringere la cittadinanza significa anche decidere chi può partecipare alla vita democratica di uno Stato.
Per i paesi europei segnati da grandi storie migratorie, il tema è particolarmente sensibile. I discendenti di chi partì non sono solo numeri nei registri consolari. Sono il risultato di storie familiari attraversate da guerre, dittature, crisi economiche, esili e nuove partenze. Ma possono diventare anche cittadini, elettori, soggetti politici.
La polemica sulla “ley de nietos” mostra quindi quanto la cittadinanza non sia più soltanto una questione amministrativa. È un campo di battaglia sulla memoria, sull’identità nazionale e sul peso politico delle comunità all’estero. E il confronto con l’Italia dimostra che la domanda non riguarda solo Madrid o Roma, ma il modo in cui l’Europa decide di guardare ai figli e ai nipoti della propria emigrazione.
Redazione Madrid
