Terremoto in Venezuela, le testimonianze: “Palazzi accartocciati, sembrava non finisse mai”


Le drammatiche testimonianze dei nostri connazionali a Caracas e Maracay tra il caos e i ricordi del 1967. Carlos Villino e Claudio De Mauri: “La rete associazionistica si mobilita”


CARACAS – “È stata un’esperienza terribile. Attimi prima del sisma ho ricevuto un avviso da un’app del mio smartphone. Il messaggio diceva: “Terremoto! Terremoto!”. È stato solo un attimo, poi tutto attorno a me ha cominciato a tremare. In un primo momento ho trovato rifugio sotto l’arco della porta. Quando ho visto le porte del frigorifero e del congelatore aperte e tutto ciò che era dentro cadere a terra, mi sono accovacciata sotto il tavolo di granito della cucina. Ho chiuso gli occhi. Mi è sembrata un’eternità. Quando ha smesso di tremare e ho riaperto gli occhi, a terra c’era di tutto: dal vaso che era sul tavolo agli addobbi. Tutto, tutto…”. Sandra Vitale è una giovane connazionale. Vive in una villetta nel quartiere di “El Marqués”, a est di Caracas.

– Nella zona in cui vivo – ci dice –il terremoto non ha fatto grossi danni. Ma sicuramente ha lasciato i suoi segni: crepe nelle pareti, calcinacci. Bisognerà ripulire le strade da ciò che è caduto dagli edifici, nulla di grave; nulla di paragonabile alla devastazione che ha lasciato in altri quartieri di classe media agiata.

Sandra si riferisce alle palazzine e agli edifici che hanno ceduto a Santa Eduvigis, a Los Palos Grandes o a Altamira: costruzioni moderne con eleganti appartamenti diventati in un attimo un groviglio di cemento armato.

– Là ci sono solo macerie –prosegue –. Interi edifici che si sono accartocciati su sé stessi, senza lasciare via di scampo a chi vi era dentro. Là si scava tra le macerie.

Si sofferma un attimo prima di proseguire con un misto di rabbia e di dolore; di incredulità:

–  Si scava con le mani. Sì, proprio così… con le mani. I soccorritori, i pompieri, la protezione civile non hanno strumenti per scavare. Non hanno un martello pneumatico per rompere le lastre di cemento. Non hanno un cric, manuali o ad aria compressa, per alzare le travi e le piastre di cemento che imprigionano i sopravvissuti. Si cerca di rompere il cemento armato con le mazze che qui chiamiamo “mandarrias”. I volontari, la protezione civile, i vigili del fuoco non hanno guanti come quelli che si usano nell’edilizia. Le loro mani sanguinano, ma continuano a rimuovere le macerie, seguendo l’eco di chi si lamenta o chiede aiuto. È terribile.

Renato Ostilia è un noto imprenditore italo-venezuelano. Vive a Prados del Este, un quartiere di classe media. Anche qui il terremoto, pur lasciando le sue ferite, non è stato devastante come altrove.

– È terribile quanto è accaduto – è la prima cosa che ci dice –. Il terremoto è stato devastante. La Guaira è stata rasa al suolo. Ho visto le immagini riprese da un elicottero. Sono rimaste solo macerie, null’altro. Si lavora per arrivare ai superstiti intrappolati sotto chili di cemento, ma manca di tutto.

Quando la terra ha cominciato a tremare Ostilia era in casa, un appartamento di due piani.

– Ero arrivato da poco. Stavo riposando sul letto, nella mia stanza sul piano superiore. Ho sentito un boato e poi tutto attorno a me ha cominciato a muoversi. Sono riuscito a scendere le scale ma non ad aprire la vetrata che porta alla terrazza. Il rumore dei vetri era assordante. Sarà stata una manciata di secondi, ma mi è sembrata un’eternità.

 

Spiega che non è stato un terremoto ma due, con epicentri diversi, a distanza di pochissimi secondi. La seconda scossa, sottolinea, è stata “devastante”.

– A La Guaira è crollato anche un albergo con tanti turisti. Si scava nelle macerie, ma non si hanno gli strumenti, la tecnologia appropriata. Bisognerà aspettare i soccorsi internazionali. Ci vorrà tempo, e il tempo è proprio ciò che i superstiti  non hanno.

Ci parla delle notizie di saccheggi, di poveri che rubano a poveri ma anche di solidarietà che si esprime attraverso la raccolta di generi alimentari, di acqua, di  indumenti da dare a chi ha perso tutto, compresa la speranza.

A Carlos Villino, presidente del Comites di Caracas, chiediamo se abbiano notizie di connazionali tra i morti e i feriti. Ci risponde che è ancora troppo presto. Per il momento si ha notizia di un solo connazionale vittima del terremoto, ma si teme che il numero crescerà perché gli italiani a Caracas sono tanti.

–A La Guaira si davano per dispersi quattro connazionali – commenta –. Due sono stati trovati, degli altri due non si sa nulla. C’è un problema di comunicazioni. Non avendo elettricità non si possono ricaricare i telefonini. Non si può sapere, quindi, se sono realmente dispersi, feriti, morti. Le zone più colpite, come già saprai, sono Altamira, San Bernardino, Los Palos Grandes. In alcuni quartieri, i palazzi non hanno ceduto, come in altri, ma hanno danni strutturali importanti. Chi vi abitava, non vi può tornare. Ci vorranno giorni per conoscere realmente l’entità della tragedia.

Sottolinea che il terremoto ha trovato il paese impreparato; con carenza di personale qualificato e senza l’attrezzatura adeguata.

– Non eravamo preparati per far fronte ad un evento di tali proporzioni – insiste -. Lo dimostra il fatto che, in questo momento, si sta chiedendo di tutto, anche le cose più basilari: picconi, pale, martelli pneumatici… tutto. Si attende l’arrivo di soccorritori italiani ben attrezzati.

Carlos Villino, prima di essere presidente del Com.It.Es di Caracas, lo è stato del Centro Italiano Venezolano e della Federazione delle Associazioni Italo Venezuelane. Sa bene il ruolo che le nostre associazioni svolgono sia come strumento di integrazione nel tessuto sociale del paese, sia come avamposto dell’italianità. È per questo che il suo pensiero va alle nostre associazioni che, sostiene, “hanno resistito”.

A proposito del ruolo che svolgeranno le nostre associazioni sparse per il Venezuela, abbiamo sentito Claudio De Mauri, Presidente della Federazione delle Associazioni Italo Venezuelane.

– La Faiv – assicura – sta organizzando in ogni nostra associazione un punto di raccolta. Abbiamo inviato una comunicazione a tutti i nostri club, ai tre Com.It.Es, alla rete consolare e all’Ambasciata. I nostri club funzioneranno come centri di raccolta attraverso i quali i soci e i connazionali potranno manifestare in maniera concreta la loro solidarietà a chi ha perso tutto. Si tratta di ricevere acqua, generi alimentari, abiti, pannolini, pannoloni e medicine. Ci occuperemo anche di diffondere notizie sui connazionali dispersi, nella speranza di ritrovarli in vita. Sono tanti gli edifici che hanno ceduto, il bilancio delle vittime del sisma è, per il momento, provvisorio. Si teme che crescerà, soprattutto a La Guaira dove pare siano crollati più di 30 palazzi. Questo che viviamo ora è il caos, è trascorso troppo poco tempo dal terremoto. Nessuno si aspettava una tragedia di queste proporzioni.

Alla nostra domanda su come abbiano reagito i soci della Casa d’Italia che, al momento del terremoto, si godevano una giornata di sole nel sodalizio, De Mauri risponde:

– A quell’ora, la Casa d’Italia è frequentata da tantissimi soci perché i bambini vi svolgono le loro attività sportive e culturali. La paura è stata tanta, soprattutto nell’area della piscina, perché l’acqua ha cominciato a muoversi con violenza come se fosse uno tsunami. Molti soci si sono rifugiati nel campo di calcio, all’aperto. Tanti altri, invece, hanno preferito correre verso l’uscita della Casa d’Italia, verso la piazza. Poi, dopo lo spavento iniziale per la violenza del sisma, a poco a poco, sono andati via. Mi immagino per ricongiungersi con i familiari, per andare a vedere i danni nelle case. Non c’era modo di comunicarsi perché è andata via la luce e sono cadute tutte le linee telefoniche.

Ci dice che ora, a Maracay, si vive una tesa calma. Si lavora per ripulire strade e marciapiedi dai calcinacci caduti.

– Non sono molti gli edifici che hanno ceduto – sottolinea –, ma tanti hanno subito danni strutturali rilevanti e, quindi, sono inabitabili.

Anche Franco De Antonis vive a Maracay. Assieme ad altri abruzzesi doc, tra cui il nostro Direttore, ha dato vita ad “Abruzzo Solidale”, un’associazione dedita ad aiutare gli abruzzesi che, per la loro particolare condizione economica, non hanno accesso alle medicine, in particolare quelle destinate a patologie determinate e, per questa ragione, assai costose. Anche lui ci racconta come ha vissuto la sua drammatica esperienza.

– Lo spavento – ci dice – è stato al limite dell’infarto Chi ha la mia età ha senz’altro vivo il ricordo del terremoto del ’66. Per un momento ho rivissuto quelle stesse sensazioni. Allora avevo 7 anni. Oggi ne ho 65. Ero appena tornato dalla Casa d’Italia, dove avevo assistito ad una riunione per ultimare gli ultimi dettagli di un viaggio in programma per il fine settimana. Dopo il terremoto lo abbiamo dovuto annullare. Come stavo dicendo, ero a casa con mia moglie Anna Maria. Stavo mangiando un boccone quando ha cominciato a tremare tutto. La reazione è stata quella di prendere Anna Maria a metterci al sicuro sotto la trave di una porta. Ho ancora vivida l’immagine dell’edificio che ballava da un lato all’altro, un movimento inverosimile, quasi impossibile, che faceva cadere tutto attorno a noi. La violenza del movimento ha messo sotto pressione la struttura dell’edificio e le pareti dell’appartamento, che hanno cominciato a mostrare delle crepe. Si sentiva lo scricchiolio dell’intera struttura messa sotto estrema pressione, al limite della tolleranza. Sembrava che non finisse mai. Non so se è stato un solo terremoto o se, come dicono gli esperti, due diversi e consecutivi; non so neanche se è durato solo una manciata di secondi… a noi è sembrato un’eternità. Viviamo al quarto piano. Quando è finito siamo scesi in strada.

Quelle raccontate fin qui riflettono la paura, il terrore causato da un fenomeno naturale che ancora oggi è imprevedibile. Il terremoto, con la sua violenza, ha messo in ginocchio un Paese già allo stremo, un Paese in cui la nostra comunità si sente parte integrante e nel quale crede ancora, nonostante tutto.

Redazione Caracas

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