ABRUZZESI NEL MONDO: Francesco De Carolis

Tra l’Abruzzo e il Táchira: la storia sospesa di Francesco De Carolis


Tra i ricordi di un’infanzia a Teramo e la sfida di unire una comunità che resiste al declino, il racconto di una vita vissuta orgogliosamente tra due mondi.


Francesco De Carolis, presidente del Centro Italo Venezolano di San Cristóbal

MADRID – “Mio padre è arrivato in Venezuela il 19 agosto del 1949, il giorno del suo compleanno. Mamma lo raggiunse in un secondo momento. Sono nati a Villa Rupo, in provincia di Teramo, città nella quale si trasferirono prima di decidere di varcare l’oceano. Dopo una breve tappa a Caracas, mio padre si trasferì a Maracaibo e poi, definitivamente, a San Cristóbal, nello Stato del Táchira. Questa è una regione assai simile all’Abruzzo: le montagne, le valli, il clima, la gente. Gli piacque e vi restò. Ed è qui che sono nato, così come mio fratello e le mie sorelle”. Con un filo di inevitabile malinconia, Francesco De Carolis racconta l’epopea di suo padre che, come tanti altri abruzzesi, nell’immediato dopoguerra decise di sfidare la sorte, attraversare l’oceano in cerca della “Merica”. Non fu facile ma, alla fine, la “cocciutaggine” che caratterizza le genti della sua terra ebbe la meglio sulla nostalgia, lo sconforto, le incertezze e le inevitabili frustrazioni. Nostalgia, sconforto, incertezze e frustrazioni che sono compagni di viaggio di coloro che emigrano.

Come ogni figlio di emigrante, Francesco De Carolis, , vive tra due mondi. Ha radici nella terra in cui è nato e in quella dei genitori, di cui conserva gelosamente tradizioni, lingua e cultura. Non è solo venezuelano e non è solo italiano. È qualcosa di più. Appartiene a due realtà che, come d’altronde accade a tutti i figli di emigranti, lo rendono unico. È una “diversità” che, noi più di tutti lo sappiamo, meriterebbe di essere capita e valorizzata in un paese ancora oggi segnato da storie di mobilità e vere e proprie emigrazioni. Proprio come nell’immediato dopoguerra, oggi, in molti casi, la storia si ripete.

Con Francesco De Carolis diamo inizio ad una raccolta di interviste, di profili di coloro che, residenti all’estero mantengono ancora forti legami con la propria terra d’origine o quella dei genitori, dei nonni e dei bisnonni: l’Abruzzo.

Un costruttore rinomato

De Carolis, con giustificato orgoglio, spiega che suo padre trovò nell’edilizia l’ambito in cui esprimere il meglio di sé, ricordando sempre le proprie origini.

A sinistra, Alessandro De Carolis, padre di Francesco, durante l’inaugurazione della sede della Croce Rossa

– Mise su un’impresa edile che, negli anni, è andata crescendo – racconta –.  Mio padre era una persona molto semplice e umile. Era assai noto nella regione. La sua azienda costruì l’Edificio Nº2 della “Policlínica Táchira”, le sedi sia della Croce Rossa sia del “Colegio de Abogados” e scuole private, come la “Giovanni XXIII”. È stato, con altri costruttori, uno dei principali artefici dell’Obelisco degli Italiani, un monumento donato dalla nostra comunità alla città. Allora il Venezuela era protagonista di una crescita economica e sociale che tutti ricordiamo con piacere e nostalgia.

– Da bambino, cosa raccontavano i tuoi genitori dell’Abruzzo, di Teramo? Che ricordi avevano?

– Bei ricordi – è l’immediata risposta –… sempre, sempre bei ricordi nonostante siano emigrati nell’immediato dopoguerra, in un momento in cui l’Italia viveva momenti difficili. In quell’epoca c’erano tanta povertà e un forte bisogno di lavoro. L’emigrazione italiana nel mondo è stata molto importante e ovunque ha lasciato una profonda impronta, il proprio seme.

Afferma che i genitori gli “raccontavano dei sacrifici per  aiutare la famiglia, i fratelli in Italia”, con le loro rimesse. Ci tiene a sottolineare che il Venezuela li accolse “a braccia aperte”.

– D’altronde – prosegue – allora il paese aveva bisogno di persone con una volontà ferrea, che non si spaventassero di fronte al lavoro, che s’impegnassero e fossero capaci di adattarsi. La cordialità della gente dell’occidente del Venezuela ha conquistato il cuore dei miei genitori. Poco a poco, sono riusciti a ritagliarsi uno spazio nell’ambito dell’edilizia. Mio padre, con la sua azienda, ha riscosso successo.

– Andavi spesso in Abruzzo con i tuoi?

– Sì, sì. Sono nato in Venezuela ma, quando ho compiuto i 10 anni, papà ha voluto che sia io sia le mie sorelle e mio fratello vivessimo in Italia. Ho trascorso lì 14 anni, 14 anni bellissimi. Siamo tornati in Venezuela per motivi familiari.

Ricorda con nostalgia la sua adolescenza, “vissuta nel calore di un ambiente familiare molto affettuoso”. Il pensiero torna ai nonni, a “quando si lavorava la terra, alle mucche, alla mietitura del grano, a quando si andava a raccogliere l’uva o si faceva il vino in casa e all’odore del prosciutto genuino, anche questo fatto in casa”.

– Ho ricordi bellissimi – afferma –. Poi, siamo tornati in Venezuela… In realtà non tutti. Infatti, le mie sorelle, sposate, sono rimaste in Italia.

Francesco de Carolis con alcuni membri della Giunta Direttiva di Faiv e Mariano Palazzo della Dante Alighieri

Commenta che “negli anni ’90 il Venezuela aveva ancora tanto da offrire”, anche se “si cominciava ad avere sentore del declino economico e sociale”. Cominciarono le prime proteste, le prime manifestazioni in piazza ma, “tutto sommato, anche così si stava bene”.

– Ho continuato lungo il solco tracciato da mio padre. Mi integrai nella sua azienda. Abbiamo costruito tanto, sia a livello pubblico sia privato. Poi, il Paese è cambiato. Abbiamo smesso di operare con il settore pubblico per mancanza di garanzie. Abbiamo vissuto momenti difficili. Questa regione ha sofferto tanto, tantissimo. C’è stato un lungo periodo negativo, nell’ambito economico e in quello politico. La nostra impresa si è mantenuta attiva soprattutto nel settoreo della manutenzione. Abbiamo tanti progetti e siamo molto ottimisti. Siamo convinti  che il Paese si riprenderà.

L’impegno sociale

Non solo edilizia, non solo mondo degli affari; anche un forte impegno sociale, svolto in seno al Centro Italo–Venezuelano di San Cristóbal, un avamposto di italianità nonostante le difficoltà e la precarietà di un paese in crisi.

– Sono stato fortunato –  commenta –. Quando sono tornato in Venezuela si cominciò la costruzione del Centro Italo–Venezuelano, la cui idea era da tempo in gestazione. Sulla carta nacque  nel  1988, il 4 ottobre, il giorno di San Francesco. Dico sulla carta – precisa – perché poi, la struttura fisica venne inaugurata nel 1997. Insomma, il sogno divenne realtà dopo qualche annetto. Ricordo che papà, sempre assai legato all’Italia, quando il Centro Italo–Venezuelano era ancora un sogno, mi disse: “è vero che non tutti siete qua, ma voglio regalare ad ognuno di voi un’azione del Centro Italo-Venezuelano”. E, in effetti, ne comprò quattro, una per ogni figlio. Ci ripeteva sempre: “cercate di farlo diventare una vostra seconda casa”. Parole, queste, che mi sono rimaste impresse.

Francesco de Carolis, a sinistra, con il presidente di Cavenit, Alvaro Pressutti

De Carolis ha vissuto ogni tappa del Centro Italo–Venezuelano di San Cristóbal: la cerimonia della prima pietra, la costruzione lenta ma continua dell’infrastruttura, la sua inaugurazione e, inevitabilmente, la partecipazione nella sua gestione.

– Sono stato prima supplente della Giunta Direttiva presieduta da un altro abruzzese, Aldo Rassetta – racconta –. Poi, ho assunto altre responsabilità fino ad esserne oggi il presidente. Ricordo le parole di mio padre: “cerca di mantenere forte l’italianità”. Quelle parole, oggi, assumono un significato particolare. Le iniziative dell’esecutivo che presiedo sono orientate proprio in quel senso. Questa regione è sempre stata un po’ complicata; siamo stati quasi gli ultimi a fondare un centro italiano. Molti pionieri sono morti e tanti loro figli sono andati via. Non abbiamo molti soci, però ci manteniamo vivi. Il nostro esecutivo è al 90% di origine italiana. Ci impegniamo a trasmettere questa italianità; cerchiamo di costruire alleanze con le università per conservare la lingua italiana; ci sforziamo per creare corsi d’italiano. Celebriamo sempre il 2 giugno, festa della nostra Repubblica e tutte le ricorrenze. Ci manteniamo uniti attraverso la nostra Federazione, FAIV. Nonostante le difficoltà vissute, e che viviamo ancora oggi, celebriamo l’italianità e siamo orgogliosi delle nostre origini.

– I tuoi genitori, all’età di 10 anni, ti inviarono in Italia, perché?

– Papà pensava ad un rientro in Italia – spiega –. All’epoca, tornare era l’obiettivo di tutti, anche se il Venezuela è sempre stato considerato una seconda patria. È stata questa la ragione. Ho intrapreso gli studi in Italia,  come anche le sorelle e mio fratello, sempre in attesa del ritorno di papà. Poi, la situazione in Venezuela si è complicata e siamo stati noi a tornare lì. L’Italia, comunque, l’abbiamo sempre nel cuore. Gli anni che vi abbiamo vissuto sono sempre presenti.

Sposato, con una bimba di nove anni, viaggia in Italia almeno una volta l’anno. Torna in Abruzzo, dove vivono la madre, le sorelle, le zie, i cugini. Confessa che non ha nostalgie, ma ricorda sempre “gli anni felici trascorsi in Italia”.

– Cosa racconti a tua figlia? Cosa pensa lei dell’Abruzzo e dell’Italia?

– Innanzitutto, in famiglia – assicura – cerchiamo di mantenere sempre viva e forte la nostra  identità. L’Abruzzo ci ha dato tanto, è una regione bellissima. Considero che, per certi aspetti, è ancora troppo sottovalutata. Nell’ambito turistico abbiamo tutto: le montagne, il mare, le valli e una vasta cultura enogastronomica. Ho trascorso parte della mia adolescenza ad Alba Adriatica, dove c’è un mare bellissimo.

Francesco De Carolis con i genitori in una vecchia foto

Commenta che la figlia ha vincoli strettissimi con l’Abruzzo e se ora non parla con lei in italiano con la stessa assiduità di prima è solo perché a scuola glielo hanno sconsigliato

– Tendeva a fare confusione – confessa -. Comunque, la bambina si difende bene. E quando va in Italia non ha problemi a parlare e a comunicare. Certo, deve migliorare. Papà è morto nel 2014, mia madre, però, è ancora viva. La bambina, in Italia parla con la nonna, con gli zii e con i cugini. Ogni qualvolta viaggiamo in Abruzzo, approfittiamo per fare un po’ di turismo. Non solo nel teramano, dove vi sono tante cose belle: il mare, la costa da Pineto a Silvi, da Roseto a Giulianova, a Tortoreto, alla Val Vibrata, a Civitella del Tronto che è un borgo bellissimo. In montagna, ci sono i Prati di Tivo,  Roccaraso, il Gran Sasso d’Italia.

La crisi economica e sociale

Il Venezuela, dall’inizio di questo secolo, vive una grave crisi istituzionale che ha avuto profonde ripercussioni nell’ambito economico. L’erosione del potere d’acquisto ha distrutto la classe media. E così, le differenze sociali sono cresciute sproporzionatamente. Oggi, sono tanti gli italiani che hanno bisogno di solidarietà. È per questo che chiediamo:

– La Comunità italiana di San Cristóbal, in questo momento, di cosa ha bisogno?

– Di unione, soprattutto di unione – è la sua risposta –. Non ci si incontra con la stessa assiduità di una volta.

Riconosce con rammarico che oggi la comunità italiana nello Stato Táchira è diminuita. I pionieri sono sempre meno e i giovani rimasti pochi. Ma l’impegno del Centro Italo-Venezuelano di mantenere unita la comunità e di fungere da centro dell’italianità è sempre lo stesso.

Mauro Bafile

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