L’ex comandante della Nato analizza i punti deboli dell’intesa siglata da Trump. I dubbi sul nucleare, le mine a Hormuz e le incognite di Israele.
MADRID. – Mentre il G7 celebra la svolta diplomatica tra Washington e Teheran, l’ex comandante supremo della Nato, l’ammiraglio americano James Stavridis, esprime forti perplessità. In un’intervista rilasciata al quotidiano Repubblica, l’alto ufficiale ha espresso un giudizio severo sui reali benefici dell’intesa per l’Occidente, definendola un’operazione che, di fatto, «legittima e rinsalda il regime iraniano» a fronte di pesanti costi sostenuti dagli Stati Uniti.
La metafora dell’auto e le mine a Hormuz
Per descrivere la fragilità del patto promosso dal presidente Donald Trump, Stavridis utilizza un’immagine efficace: «È come un’auto che corre sull’autostrada, ma ha la sabbia negli ingranaggi». Il primo grande ostacolo è di natura prettamente tattica e riguarda la sicurezza marittima.
Nello Stretto di Hormuz – un tratto di mare che l’ammiraglio dichiara di aver solcato decine di volte – rimangono ancora le mine depositate durante le ostilità. I marinai commerciali, spiega l’esperto, chiedono risposte chiare e garanzie precise su chi rimuoverà quegli ordigni e su come verranno scortate le navi prima di rimettersi in viaggio. Ad oggi, Teheran conserva intatta la capacità strategica di bloccare lo stretto.
Il triangolo dei proxy e l’incognita nucleare
A rendere precario il quadro geopolitico concorre anche lo scacchiere mediorientale. Il complicato intreccio composto da Israele, Libano ed Hezbollah rappresenta, secondo Stavridis, un «triangolo mortale». Per la leadership israeliana la partita resta una “missione incompiuta”, un fattore di instabilità che da solo potrebbe far crollare l’intera architettura diplomatica.
L’ultimo grande nodo irrisolto è quello atomico. Nonostante l’amministrazione Trump minimizzi la questione, l’Iran possiede quasi 500 chili di uranio altamente arricchito. «Non esiste un modo chiaro per estrarlo dal Paese ed eliminarlo», avverte l’ammiraglio. Il bilancio finale per gli Stati Uniti appare quindi fallimentare: la Casa Bianca si ritrova con la perdita di una dozzina di militari e decine di miliardi di dollari in equipaggiamenti distrutti, senza aver ridotto il potenziale militare della Repubblica Islamica.
(Redazione)
