Dal molo di Arguineguín lo storico monito del Pontefice ai leader mondiali: “La dignità non ha passaporto”. Poi la messa a Gran Canaria davanti a 60mila fedeli con un forte appello all’umiltà
MADRID – Come era nelle previsioni, il molo di Arguineguín, nell’isola di Gran Canaria, si è trasformato nel palcoscenico di un evento dall’alto valore geopolitico e pastorale. Il Sommo Pontefice, Leone XIV, si è recato in questa cruciale frontiera marittima, storicamente interessata dai flussi migratori provenienti dal continente africano. In questo avamposto spagnolo, dove migliaia di persone affrontano le insidie dell’oceano per fuggire da scenari di indigenza, conflitti bellici e instabilità economica, il Capo della Chiesa cattolica ha lanciato un severo richiamo alla comunità internazionale, esigendo che non si ignori il dramma dei richiedenti asilo.
Nel corso della sua allocuzione, il Santo Padre si è rivolto con fermezza ai leader europei e ai rappresentanti della politica globale. Il Pontefice ha contestato l’approccio puramente burocratico dei governi, ribadendo che i flussi migratori non possono essere ridotti a un mero bilancio numerico, bensì rappresentano un’emergenza umanitaria che si consuma quotidianamente sulle rotte oceaniche.
Leone XIV ha espresso una dura critica nei confronti delle istituzioni comunitarie, censurando le carenze strutturali dei dispositivi di soccorso in mare e la tendenza delle nazioni più abbienti a intervenire esclusivamente a tragedia avvenuta.
“Non si può parlare di dignità – ha detto Leone XIV – e lasciare che i mari siano cimiteri”.
Il Vescovo di Roma ha stigmatizzato l’atteggiamento dei governi occidentali, più inclini alla gestione securitaria dei confini che alla salvaguardia della vita umana. Secondo il Papa, la risposta delle cancellerie non può limitarsi alla sorveglianza delle frontiere o a manifestazioni di cordoglio tardive. L’impianto della sua critica si è condensato in questo passaggio:
“Non basta gestire arrivi, distribuire cifre, rinforzare frontiere o lamentare i morti quando sono già avvenuti”.
L’arrivo dei migranti sulle coste europee deve spingere i governi a una profonda revisione delle proprie politiche sociali e delle relazioni internazionali. Per questa ragione, il Pontefice ha affermato che la crisi migratoria “deve diventare un esame di coscienza” collettivo per l’intera comunità globale.
Il Papa ha poi messo in discussione l’efficacia e la legittimità delle attuali normative sul diritto d’asilo, giudicate prive di una reale visione umanitaria. L’inasprimento delle misure di sicurezza e la costruzione di barriere fisiche sono state descritte come risposte insufficienti di fronte al diritto alla sopravvivenza. Leone XIV ha quindi formulato un severo interrogativo ai leader politici:
“Ogni barca che arriva non porta solo migranti – è stato il severo monito del Sommo Pontefice -; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?”.

Il discorso ha toccato i temi della coerenza politica dell’Unione Europea. Il Papa ha ravvisato una forte contraddizione tra i valori democratici solennemente proclamati da Bruxelles e l’indifferenza istituzionale nei confronti dei naufragi che avvengono a ridosso delle acque territoriali comunitarie. Rivolgendosi alle istituzioni europee, ha ricordato che l’Europa “non può proclamar la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi”.
Leone XIV ha riaffermato l’universalità dei diritti umani, sottolineando come la tutela della persona debba prescindere dallo status giuridico, dalla nazionalità o dall’origine etnica. Il messaggio papale ha voluto scardinare le logiche dei confini geopolitici sottolineando che “la dignità umana non ha passaporto né perde valore quando si attraversa una frontiera”.
Sul piano delle soluzioni programmatiche, la massima autorità della Santa Sede ha esortato l’adozione di canali d’accesso legali per contrastare i network criminali che speculano sulla vulnerabilità dei migranti. Il quadro delle riforme auspicate dal Pontefice prevede interventi strutturali precisi.
“La dignità umana – ha detto – esige vie legali, salvataggio e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione efficace delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra”.
Pur riconoscendo il diritto inalienabile di chiedere protezione internazionale dinnanzi a minacce concrete, il Santo Padre ha evidenziato la necessità di garantire ai cittadini il diritto di non dover emigrare, intervenendo sulle cause profonde della povertà e della corruzione che colpiscono i paesi in via di sviluppo.
“Se da un lato esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata – ha affermato -, dall’altro esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini”.
Il Pontefice ha lanciato l’allarme sul rischio di una progressiva anestesia morale dell’opinione pubblica, sempre più assuefatta alla contabilità dei naufragi nei media. Dal molo di Arguineguín, il Papa ha pronunciato una ferma condanna contro il disinteresse collettivo. A tale proposito ha ribadito:
“Non possiamo abituarci a contare i morti”.
La denuncia si è estesa sia alle organizzazioni criminali dedite alla tratta di esseri umani, sia alla passività dei governi che tollerano tali violazioni. Leone XIV ha definito questi soggetti come “mostri che infestano questi mari: mafie che trafficano con la disperazione, trafficanti che schiavizzano donne e bambini e l’indifferenza di molti che permettono che i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio”.
Il monito ha investito anche le istituzioni ecclesiali e l’associazionismo cattolico. Il Papa ha chiarito che l’accoglienza e l’integrazione non possono essere considerate attività accessorie o compiti da delegare esclusivamente al terzo settore e al volontariato.
In merito al dovere della Chiesa di farsi portavoce dei diritti degli emarginati, il Pontefice ha aggiunto che “la Chiesa non può rimanere muta davanti a coloro che vengono abbandonati” nelle acque del mare.
A conclusione del suo intervento, Leone XIV ha affidato alla comunità internazionale una riflessione di carattere etico sul futuro dei valori democratici e umanitari:
“Qui, vicino al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi si saprà se abbiamo saputo custodirla o si abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi”.
La sessione dei discorsi è stata preceduta dalle testimonianze di tre operatori e migranti, le cui deposizioni hanno offerto un riscontro oggettivo sulla complessità dei soccorsi e sui pericoli delle rotte migratorie.
Tito Villarmea, capitano con un’esperienza ventennale nell’organismo di Salvamento Marittimo, ha descritto la complessità tecnica e l’impatto emotivo delle operazioni di ricerca e salvataggio che si svolgono in condizioni meteomarine avverse e in assenza di luce.
“Durante questi anni, insieme alla mia squadra – ha raccontato -, avrò salvato in mare più di 20.000 persone. Una cifra che fa male, che non si dimentica. Tutti conosciamo l’immagine delle Canarie di giorno, ma di notte la realtà è un’altra: mare mosso, oscurità assoluta e imbarcazioni fragili cariche di vite”.
L’operatore ha auspicato un maggiore impegno della società civile e dei governi nell’affrontare la radice del problema per giungere a un sistema internazionale più equo.
Durante la cerimonia è stato letto il resoconto di una cittadina di origine nigeriana, la cui identità è stata secretata a tutela della sua incolumità. La donna ha descritto il ricatto subito dalle organizzazioni criminali durante il viaggio verso l’Europa e il terrore vissuto durante la traversata marittima.
“A 22 anni – ha raccontato – ho preso la decisione più difficile della mia vita. Lasciare la Nigeria, lasciare le mie due figlie. Volevo dare loro un futuro migliore, che non vivessero quello che avevo vissuto io… Quando è arrivato il momento di attraversare il mare, ho visto come le persone che erano partite prima di noi quello stesso giorno sono morte affogate”.
La testimone ha raccontato la sua successiva liberazione dallo sfruttamento grazie all’intervento dei servizi sociali della Chiesa, che le hanno permesso di avviare un percorso di reinserimento sociale.
L’ultima relazione è stata presentata da María Fernanda López, cittadina di origine colombiana giunta nelle isole Canarie nel 1997. La donna ha ripercorso le difficoltà iniziali legate all’accoglienza e alla mancanza di una fissa dimora.
“I primi tempi – ha commentato – sono stati durissimi, notti in cui non avevo un tetto sotto cui dormire, mi è toccato passare il freddo e la paura per strada. Sono stati momenti che hanno messo alla prova la mia resistenza, dignità e speranza…”.
L’inserimento nel mercato del lavoro le ha consentito di stabilizzare la propria posizione fino a fondare un’azienda nel settore edile che oggi impiega sei dipendenti. La cittadina ha espresso gratitudine alla comunità locale, sollecitando al contempo una semplificazione burocratica delle procedure di regolarizzazione per i cittadini stranieri.
Al termine delle audizioni, Papa Leone XIV si è rivolto direttamente ai migranti presenti, ribadendo la centralità della persona umana rispetto alle dinamiche burocratiche degli Stati.
“Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola – ha detto -, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri né fascicoli.
Il Santo Padre ha assicurato la continuità dell’impegno pastorale e assistenziale nelle aree di frontiera, affermando che “la Chiesa non può disinteressarsi di queste acque né di nessun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana”.
La cerimonia si è conclusa con il lancio di una corona di fiori nelle acque del molo da parte delle autorità civili e religiose, volto a commemorare le vittime dei naufragi e a sollecitare una risposta coordinata e solidale da parte delle istituzioni internazionali.
Dopo la cerimonia al molo di Arguineguín, nel corso del quale ha rivolto un chiaro appello alla comunità internazionale, il Sommo Pontefice è stato protagonista, nel pomeriggio, dell’incontro con oltre 60,000 fedeli nello Stadio di Gran Canaria.
Durante l’omelia, il Santo Padre ha incentrato il proprio magistero sulla necessità di un radicale ridimensionamento dell’egoismo sociale. Il Pontefice ha ammonito che “non poche volte la ricchezza ci rende ciechi”, inducendo una pericolosa presunzione di autosufficienza in cui ci si ritrova “storditi dal frastuono di un ‘io’ altisonante”.
Secondo il Papa, questa superba illusione separa gli individui e genera i conflitti odierni. Pertanto, ha ribadito che per fermare le guerre e promuovere la riconciliazione “bisogna scendere dal piedistallo dell’arroganza che ci divide”, esortando l’umanità a riconoscere i propri limiti e a praticare una reale solidarietà con gli ultimi.
La solenne celebrazione eucaristica ha incarnato lo spirito di comunione universale auspicato dal Pontefice, con preghiere dei fedeli pronunciate in spagnolo, inglese, francese e wolof. Tra i momenti più significativi della liturgia, l’offertorio è stato guidato da figure simbolo di riscatto sociale, tra cui Badoo, un giovane senegalese giunto su un’imbarcazione di fortuna nel 2020 e oggi pienamente integrato nel tessuto locale.
La visita pastorale proseguirà questo domani nella vicina isola di Tenerife, dove il Papa visiterà il centro di accoglienza di Las Raíces, rinnovando il suo pressante invito a governanti e cittadini ad agire con spirito di carità e senza superbia.
Redazione Madrid
