Il dolore di Fernanda Herrera dopo la denuncia di aver subito uno stupro di gruppo e l’assoluzione degli imputati – Secondo il gup Grandinetti “il fatto non sussiste”
Ci sono sentenze che chiudono un processo. E poi ci sono sentenze che aprono una ferita collettiva. Non perché la giustizia debba piegarsi all’emotività o rinunciare alle garanzie del diritto, ma perché esistono storie che obbligano una società intera a interrogarsi su quanto sia ancora difficile, per una donna, denunciare una violenza senza essere travolta da un sistema che troppo spesso la lascia sola.
Fernanda Herrera è uscita dall’aula del tribunale di Siena in lacrime. Aveva nascosto il suo volto per tre anni. Poi ha deciso di mostrarsi. Di mettere la sua faccia davanti alle telecamere, con il dolore scoperto, la voce rotta dai singhiozzi e una frase che pesa come un macigno: “Oltre a lottare per le medaglie, voglio lottare anche per la giustizia. Non mi fermerò mai, andrò fino alla fine”.
Il gup Andrea Grandinetti ha assolto i due giovani schermidori italiani accusati di violenza sessuale di gruppo con la formula più ampia: “Perché il fatto non sussiste”. Una formula che giuridicamente cancella il reato contestato, ma che per Fernanda rappresenta un’altra violenza da attraversare. Una violenza istituzionale, silenziosa, che molte donne conoscono bene: quella di sentirsi non credute, ridotte a un equivoco, trasformate in un dubbio.
E allora il punto non è contestare una sentenza. Il punto è guardare in faccia ciò che accade ogni volta che una donna denuncia. Perché troppo spesso il percorso verso la giustizia diventa esso stesso una forma di sofferenza aggiuntiva.
Fernanda aveva 17 anni quando, secondo la sua denuncia, tutto accadde durante un ritiro sportivo a Chianciano Terme. Una ragazza arrivata in Italia per allenarsi, per inseguire il sogno olimpico, per costruire un futuro. “Ero venuta con la sicurezza di poter trovare un futuro in Italia: per sfortuna ho avuto a che fare con le persone peggiori”, ha raccontato.
Per tre anni ha dovuto convivere non solo con il trauma denunciato, ma con l’attesa, le udienze, il peso mediatico, i dubbi, le insinuazioni, gli incontri con gli atleti accusati durante competizioni e ritiri. Un tempo infinito in cui una ragazza giovanissima ha continuato a gareggiare mentre combatteva anche una battaglia psicologica e umana enorme.
Sua madre ha pronunciato parole che dovrebbero scuotere le coscienze: “Sono stati tre anni devastanti per noi. Oggi emerge una realtà molto chiara, di quanto sia difficile per noi donne ottenere giustizia”.
Ed è forse questa la frase più importante di tutta la vicenda. Perché il problema non riguarda soltanto questo caso specifico. Riguarda il modo in cui le donne vengono trattate quando denunciano violenza. Riguarda la paura di non essere credute. Riguarda il sospetto che si abbatte sulle vittime prima ancora che sugli imputati. Riguarda una cultura che ancora oggi chiede alle donne di dimostrare il proprio dolore in modo perfetto, coerente, incontestabile.
Se piangono troppo, vengono giudicate emotive. Se parlano poco, vengono considerate poco credibili. Se denunciano subito, si cerca il dettaglio mancante. Se denunciano tardi, si chiede perché abbiano aspettato.
E intanto il corpo e la vita di chi denuncia diventano terreno di analisi pubblica.
L’avvocato della giovane, Luciano Guidarelli, ha parlato di “prove schiaccianti” e di un consenso negato più volte. La difesa degli imputati ha invece ribadito l’innocenza dei due ragazzi. La giustizia farà il suo corso con il ricorso annunciato dalla parte civile. Ma fuori dalle aule resta una domanda enorme: quante donne rinunciano a denunciare proprio per paura di attraversare tutto questo?
Perché la verità è che molte vittime si sentono abusate due volte. Prima dalla violenza che denunciano. Poi dal peso di un sistema che spesso le costringe a rivivere tutto, a esporsi, a essere giudicate pubblicamente mentre cercano disperatamente di restare in piedi.
Fernanda, però, ha scelto di non sparire. Ha scelto di parlare anche per le altre. “Ci sono tanti casi nel mondo dello sport di chi vuole silenziare le donne vittime di abusi. Per favore, dovete parlare, dovete dire cosa avete subito”.
Sono parole che vanno ascoltate fino in fondo. Perché nessuna sentenza dovrebbe diventare un messaggio implicito di sfiducia verso chi trova il coraggio di denunciare. E perché una società civile si misura anche dalla capacità di proteggere chi rompe il silenzio, senza trasformare la richiesta di giustizia in una prova di sopravvivenza.
Lo sport, che dovrebbe insegnare rispetto, disciplina e dignità, ancora una volta si ritrova davanti a una ferita profonda. E non basta parlare di “problemi comunicativi” tra giovani, come hanno sostenuto alcuni legali. Qui il nodo è molto più grande: è culturale, sociale, educativo.
Finché le donne continueranno a sentirsi sole davanti alla giustizia, finché denunciare significherà esporsi a una seconda devastazione emotiva, continueremo ad abitare una società dove troppe vittime preferiscono il silenzio alla possibilità di non essere credute.
E questo, comunque la si guardi, è un fallimento collettivo.
Mariza Bafile

Brava Marisa
E proprio Vero
Lo sport, che dovrebbe insegnare rispetto, disciplina e dignità, ancora una volta si ritrova davanti a una ferita profonda. E non basta parlare di “problemi comunicativi” tra giovani, come hanno sostenuto alcuni legali. Qui il nodo è molto più grande: è culturale, sociale, educativo.
SI DEVE ANDARE AVANTI