Pensioni più basse del 28,7% e carichi familiari oltre il 70% nel Sud – Le donne svolgono complessivamente il 61,6% del lavoro familiare, ma la quota cresce fino al 70,4% nel Sud e al 68,4% nelle Isole
MADRID.- In Italia le disuguaglianze di genere nel lavoro non rappresentano un fenomeno episodico o circoscritto, ma un processo strutturale che si costruisce lungo tutto l’arco della vita. È questa la fotografia che emerge dalla nuova edizione del Rapporto Italia Generativa, realizzato dal Centre for the Anthropology of Religion and Generative Studies (ARC) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, promosso da Fondazione Poetica e sostenuto da Unioncamere.
Lo studio evidenzia come il divario tra uomini e donne, inizialmente meno marcato all’ingresso nel mercato del lavoro, finisca per ampliarsi progressivamente nel corso della carriera, fino a tradursi in un gap pensionistico del 28,7% a sfavore delle donne. Una disparità che nasce dall’intreccio di fattori culturali, economici e organizzativi e che si alimenta attraverso salari più bassi, carriere discontinue, minore accesso ai ruoli dirigenziali e una distribuzione squilibrata del lavoro di cura.
Il peso del territorio: Nord e Sud sempre più distanti
Le differenze territoriali restano uno degli elementi più evidenti. Nel Mezzogiorno il tasso di mancata partecipazione femminile al lavoro supera il 25% in molte regioni, arrivando al 38,3% in Calabria e al 36,8% in Campania. Nel Nord, invece, i valori scendono sotto il 10%, con il 3,8% nella provincia autonoma di Bolzano, il 6,6% a Trento e il 7,8% in Veneto.
Anche le retribuzioni mostrano un forte squilibrio geografico. A Milano il reddito medio annuo femminile supera i 28 mila euro, mentre in alcune province del Sud, come Vibo Valentia, si ferma poco sopra i 10 mila euro.
Il divario emerge anche nella gestione della vita domestica. Le donne svolgono complessivamente il 61,6% del lavoro familiare, ma la quota cresce fino al 70,4% nel Sud e al 68,4% nelle Isole. Un carico che incide direttamente sulle possibilità di crescita professionale e sull’autonomia economica.
Maternità e cura degli anziani: la “doppia morsa”
Secondo il rapporto, la maternità continua a rappresentare uno snodo critico nelle biografie professionali femminili. In un Paese segnato dal calo demografico — con un tasso di fertilità sceso a 1,14 figli per donna nel 2025 — avere figli si traduce spesso in rallentamenti di carriera, ridimensionamenti professionali o interruzioni lavorative.
Accanto alla maternità pesa sempre di più anche la cura degli anziani. In Italia il 58% delle attività di assistenza riguarda genitori o suoceri, mentre solo l’8% è rivolto ai figli. Una situazione che crea quella che il rapporto definisce una “doppia morsa”, concentrata soprattutto sulle donne nella fase centrale della vita lavorativa.
Le conseguenze sono cumulative: salari inferiori, minore continuità contributiva e maggiore vulnerabilità economica nelle età più avanzate.
Welfare insufficiente e servizi disomogenei
Il sistema di welfare continua a mostrare forti limiti. Nel 2024 i bambini iscritti agli asili nido hanno raggiunto il 39%, in linea con la media europea, ma ancora lontano dai livelli di Francia e Spagna. Anche in questo caso i divari territoriali sono profondi: la copertura sfiora il 50% in Emilia-Romagna, mentre si ferma attorno al 23% in Calabria.
Secondo i ricercatori, la carenza di servizi per l’infanzia e per la non autosufficienza, unita al limitato utilizzo dei congedi parentali da parte degli uomini, contribuisce a mantenere squilibrata la distribuzione dei carichi di cura.
Le disuguaglianze si consolidano anche all’interno delle coppie, attraverso decisioni quotidiane che finiscono per incidere sulle traiettorie professionali femminili: rinunce, riduzioni dell’orario di lavoro, maggiore disponibilità alla cura domestica.
Le proposte: servizi, condivisione e cambiamento culturale
Per affrontare in modo strutturale il problema, il rapporto individua alcune priorità: rafforzare i servizi per l’infanzia e per la non autosufficienza, ridurre i divari territoriali, promuovere modelli organizzativi più flessibili, incentivare una maggiore condivisione dei carichi di cura e intervenire sugli stereotipi culturali che ancora condizionano il rapporto tra donne e lavoro.
“Migliorare la condizione femminile non è solo una questione di equità, ma una leva strategica per il futuro del Paese”, ha sottolineato la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Maria Roccella, rivendicando le misure adottate dal governo su congedi parentali, sostegno alla maternità e certificazione della parità di genere nelle imprese.
Sulla stessa linea il presidente di Unioncamere Andrea Prete, secondo cui l’Italia “non sta valorizzando a sufficienza una risorsa preziosa come quella femminile”. Favorire l’ingresso e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro, ha spiegato, rappresenta “la strada maestra per assicurare sviluppo al Paese”.
Il rapporto, tuttavia, mette in evidenza come gli interventi economici da soli non siano sufficienti. Senza un cambiamento culturale profondo e una redistribuzione concreta dei carichi familiari, il rischio è che il divario continui a riprodursi di generazione in generazione, trasformando le disuguaglianze iniziali in fragilità permanenti.
(Redazione)
