Oggi gli iscritti all’AIRE superano i 6 milioni. È una componente strutturale della popolazione italiana, non un fenomeno marginale
Nel dibattito pubblico italiano si parla spesso di incentivi per gli impatriati, di attrazione dei talenti e di rientro dei giovani. È un tema importante, soprattutto in un Paese che negli ultimi quindici anni ha visto partire oltre un milione di cittadini. Ma c’è un’altra parte della mobilità italiana che resta sistematicamente fuori dall’agenda politica: la condizione sociale degli italiani che vivono stabilmente all’estero, in particolare anziani e persone con disabilità.
Oggi gli iscritti all’AIRE superano i 6 milioni. È una componente strutturale della popolazione italiana, non un fenomeno marginale. Eppure, l’Italia non riconosce alcuna tutela economica minima ai propri cittadini residenti all’estero in stato di necessità.
Il caso Spagna come riferimento europeo
La Spagna ha scelto una strada diversa. La “Prestación por Razón de Necesidad” garantisce fino a 8.803 euro annui agli spagnoli residenti all’estero che abbiano più di 65 anni o un’invalidità e non dispongano di risorse sufficienti. È una misura non contributiva, stabile, finanziata dallo Stato e gestita tramite la rete consolare.
È una scelta politica chiara: la cittadinanza come criterio di tutela, non la residenza.
Il quadro europeo: l’Italia nel gruppo maggioritario, ma con una diaspora unica. La maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale — Francia, Germania, Portogallo — adotta un modello di welfare basato sulla residenza. L’Italia appartiene a questo gruppo. Ma nessun altro Paese europeo ha una diaspora numericamente e storicamente paragonabile alla nostra, né comunità così vaste in aree del mondo dove i sistemi di welfare sono fragili.
Per questo motivo, la mancanza di una tutela minima per gli italiani all’estero rappresenta oggi un vuoto che non può più essere ignorato.
Un’agenda che riguarda il CGIE e i parlamentari eletti all’estero.
Il tema non è solo sociale: è istituzionale. Riguarda il ruolo del CGIE, dei Comites e dei parlamentari eletti all’estero. Riguarda la capacità dello Stato di mantenere un legame con la propria comunità globale. Riguarda la credibilità delle politiche di rientro.
Perché una politica di rientro non può essere efficace se non è accompagnata da:
- una tutela minima per chi resta all’estero,
- una strategia per gli italodiscendenti,
- un coordinamento stabile tra Stato, Regioni, Comites e CGIE,
- una legge quadro sulla cittadinanza all’estero.
Una proposta di lavoro: aprire il cantiere di una tutela minima.
L’idea di istituire un Assegno di Sostegno agli Italiani all’Estero in Condizione di Necessità, modellato sull’esperienza spagnola, non è oggi oggetto di un percorso legislativo. È una proposta programmatica, un’indicazione di lavoro, un richiamo alle istituzioni competenti.
Una misura di questo tipo — sostenibile, verificabile tramite la rete consolare, finanziata dallo Stato e coordinata con le Regioni — rappresenterebbe un primo passo per colmare un vuoto storico.
Un promemoria e un’agenda per le istituzioni.
Questo nostro intervento vuole essere un promemoria e, insieme, una proposta di lavoro. Un invito a riportare al centro dell’agenda politica un tema che riguarda milioni di cittadini. Un richiamo alla responsabilità delle istituzioni che rappresentano gli italiani nel mondo.
La Spagna ha dimostrato che è possibile. L’Italia ha oggi l’opportunità — e il dovere — di aprire questa discussione.
Pietro Mariani,
Consigliere del CGIE e Presidente della VI Commissione
