Il 29 aprile 2026, Mura presenta Cuntzertu pro sonallas – È la prima artista italiana a entrare in questo prestigioso programma – Un debutto che è anche un ritorno, carico di significato, tra rito, memoria e libertà
MADRID.- Nel cuore di Madrid, tra le sale di uno dei musei più prestigiosi d’Europa, prende forma nel 2026 un progetto che unisce arte, impegno e visione. Il Museo Nacional Thyssen-Bornemisza inaugura la quinta edizione di “Visión y presencia”, il ciclo di performance curato da Semíramis González che, anno dopo anno, dà spazio alle artiste contemporanee e alle loro narrazioni.
Tra le dieci protagoniste internazionali invitate, un nome segna un passaggio storico: quello di Monica Mura, prima artista italiana a entrare in questo prestigioso programma. Un debutto che è anche un ritorno, carico di memoria e significato.
Per Monica Mura, artista interdisciplinare nata a Cagliari nel 1979, il Thyssen non è un luogo nuovo. Il suo legame con Madrid affonda le radici nel progetto partecipativo Nos+otras en Red (2015-2017), un’esperienza che ha dato origine a una ricerca profonda sulle genealogie femminili sarde, culminata nell’opera Sas Diosas. Miradas, sa arèntzia mea.
Oggi, a distanza di un decennio, quell’indagine si rinnova e si espande. Il 29 aprile 2026, Mura presenta Cuntzertu pro sonallas, una performance creata appositamente per il museo, che rappresenta l’evoluzione di un percorso artistico coerente e radicale.
Il rito come atto politico
Al centro della performance c’è un elemento semplice e potente: il suono dei campanacci. Anticamente, in Sardegna, si credeva che questi oggetti potessero scacciare gli spiriti maligni. Mura riprende questa tradizione e la trasforma in un linguaggio contemporaneo, capace di attraversare geografie e culture.
In Cuntzertu pro sonallas, i campanacci sardi dialogano con quelli della Penisola Iberica, creando un ponte simbolico tra Mediterraneo e Atlantico. Ma non si tratta solo di un recupero antropologico: è un gesto di rottura.
La corda – la soha – che in passato poteva rappresentare un limite, un vincolo imposto, diventa nelle mani dell’artista uno strumento di potere. Non più simbolo di costrizione, ma di autodeterminazione. Mura indossa i campanacci, ne governa il ritmo, ne dirige il suono. È lei a guidare il rito, ribaltando una tradizione storicamente maschile.
Il risultato è una performance che va oltre la dimensione estetica: è un atto politico, una dichiarazione di presenza. Un modo per infrangere quel “soffitto di cristallo” che ancora oggi limita l’espressione e il riconoscimento delle donne.
Una ricerca tra memoria, identità e genere
L’opera di Monica Mura si muove da sempre lungo traiettorie precise: memoria, identità, genere. Il suo lavoro interroga i sistemi di potere e i meccanismi di controllo sociale, dando voce a ciò che è stato marginalizzato o silenziato.
Le sue performance non offrono risposte univoche, ma aprono domande. Invitano lo spettatore a confrontarsi con le proprie percezioni, a mettere in discussione stereotipi e narrazioni dominanti. In questo senso, il suo approccio si inserisce perfettamente nello spirito di “Visión y presencia”, un progetto che affronta temi cruciali come la invisibilità delle donne, il trauma coloniale, le guerre e la costruzione del pensiero occidentale.

Un’artista internazionale, radicata nella sua terra
Negli anni, Monica Mura ha costruito un percorso internazionale solido, con esposizioni in Europa, America Latina e Medio Oriente, partecipazioni a fiere come ARCOmadrid e JUSTMAD e opere presenti in collezioni pubbliche di rilievo, tra cui il CGAC di Santiago de Compostela.
Eppure, al centro della sua ricerca resta sempre la Sardegna. Le radici, le tradizioni, i rituali diventano materia viva, da rielaborare e trasformare. Non come nostalgia, ma come strumento per leggere il presente e immaginare il futuro.
“Le nostre radici sarde dialogano con il mondo: farle risuonare oggi è un atto di libertà”, ha dichiarato l’artista. Una frase che sintetizza perfettamente il senso del suo lavoro.
“Visión y presencia”: un laboratorio di pensiero contemporaneo
Il ciclo del Thyssen, che si sviluppa da gennaio a dicembre 2026, coinvolge artiste provenienti da diversi Paesi – dalla Spagna al Cile, dal Perù alla Guinea Equatoriale – trasformando il museo in uno spazio vivo, attraversato da pratiche performative che dialogano con la collezione permanente.
Le performance non sono semplici eventi, ma momenti di riflessione collettiva. Interventi che interrogano il pubblico, lo coinvolgono, lo mettono in discussione.
In questo contesto, la presenza di Monica Mura assume un valore simbolico ancora più forte: rappresenta non solo un traguardo personale, ma anche un riconoscimento per l’arte italiana contemporanea e, in particolare, per una voce femminile capace di coniugare ricerca, impegno e innovazione.
Un suono che attraversa confini
Con Cuntzertu pro sonallas, Monica Mura porta al Thyssen non solo una performance, ma un universo. Un sistema di segni, suoni e gesti che racconta una storia antica e insieme attuale: quella di donne che cercano spazio, voce, riconoscimento.
Nel suono dei campanacci – ruvido, ancestrale, potente – si intrecciano passato e presente, identità e trasformazione. E in quel suono, che attraversa il museo e risuona tra le opere, si fa strada una nuova narrazione: quella di una heroína contemporanea che non chiede più il permesso di esistere, ma afferma la propria presenza con forza, consapevolezza e libertà.
(Redazione)
