Accordo last minute mediato dal Pakistan: coinvolti anche Israele e Teheran. Decisiva la riapertura dello stretto di Hormuz, mentre si apre uno spiraglio per un’intesa duratura
Un cessate il fuoco all’ultimo minuto
A poche ore da una possibile escalation militare su larga scala, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato una tregua di due settimane nella guerra con l’Iran. La decisione, comunicata attraverso il social Truth, sospende l’ultimatum che prevedeva attacchi massicci contro infrastrutture iraniane.
L’intesa è arrivata dopo intensi colloqui diplomatici mediati dal Pakistan, in particolare dal primo ministro Shehbaz Sharif e dal capo delle forze armate Asim Munir. Proprio Islamabad ha svolto un ruolo decisivo nel convincere Washington a fermare quella che Trump aveva definito una “forza distruttiva” pronta a colpire nella notte.
Il cessate il fuoco sarà “a doppio senso”, ha precisato il presidente americano, subordinandolo però a una condizione chiave: la riapertura completa, immediata e sicura dello stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico mondiale di petrolio.
Il ruolo del Pakistan e della diplomazia internazionale
La tregua rappresenta il risultato più significativo di una frenetica attività diplomatica nelle ultime ore, che ha visto il Pakistan in prima linea e un intervento anche della Cina, alleata di Teheran, per favorire una de-escalation.
Secondo fonti iraniane citate dal New York Times, la Repubblica islamica ha accettato la proposta di tregua, con il via libera attribuito alla nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei. La decisione sarebbe stata influenzata anche dalle crescenti preoccupazioni per i danni economici provocati dal conflitto alle infrastrutture del Paese.
In parallelo, anche Israele ha aderito alla sospensione delle operazioni militari, confermando la natura multilaterale dell’accordo e la volontà, almeno temporanea, di congelare il conflitto.
La proposta in dieci punti e i margini di negoziazione
Uno degli elementi centrali della tregua è la cosiddetta “proposta in dieci punti” avanzata dall’Iran e accolta da Washington come base negoziale. Trump ha dichiarato che “quasi tutti i punti di contesa del passato” sarebbero già stati concordati, lasciando intendere che il percorso verso un accordo definitivo sia più vicino del previsto.
Tuttavia, emergono divergenze significative nelle interpretazioni. Da Teheran, il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha parlato apertamente di “vittoria”, sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero accettato integralmente le condizioni iraniane, tra cui garanzie di non aggressione, controllo sullo stretto di Hormuz e compensazioni economiche.
Una versione che appare più avanzata rispetto a quella fornita dalla Casa Bianca, dove si sottolinea invece che i punti rappresentano una base di discussione, ancora da finalizzare nei dettagli.
Il nodo strategico dello stretto di Hormuz
Al centro della crisi resta lo stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il commercio energetico globale. La sua riapertura è stata posta come condizione imprescindibile dagli Stati Uniti per sospendere le operazioni militari.
La chiusura o la limitazione del traffico nello stretto nelle ultime settimane aveva provocato forti tensioni sui mercati energetici internazionali. Non a caso, subito dopo l’annuncio della tregua, il prezzo del petrolio ha registrato un calo significativo nelle contrattazioni statunitensi, segnale della fiducia degli investitori in una possibile stabilizzazione.
Cinque settimane di guerra e un bilancio pesante
La tregua arriva dopo oltre un mese di combattimenti intensi, iniziati alla fine di febbraio con un’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani. Il bilancio umano è pesante: secondo fonti indipendenti, oltre 1.600 civili sarebbero morti in Iran, tra cui centinaia di bambini.
A questi si aggiungono decine di vittime nei Paesi del Golfo e in Israele, oltre a perdite tra le forze armate americane. Le immagini provenienti dall’Iran nelle ore precedenti alla tregua, con catene umane attorno a ponti e centrali elettriche, testimoniano il clima di paura e mobilitazione interna.
Pressioni interne e scenari politici negli Stati Uniti
La gestione della crisi ha avuto ripercussioni anche sul piano politico interno americano. Le minacce di attacchi devastanti pronunciate da Trump avevano suscitato critiche sia tra i democratici sia in parte del fronte conservatore, preoccupato per le conseguenze di un conflitto prolungato.
La scelta della tregua può quindi essere letta anche come una mossa strategica per ridurre le tensioni interne, oltre che internazionali, e presentare un possibile successo diplomatico.
Verso un accordo duraturo?
Il cessate il fuoco di due settimane apre ora una finestra negoziale cruciale. Secondo fonti citate da Axios, nuovi colloqui tra Stati Uniti e Iran sono previsti a Islamabad nei prossimi giorni, con l’obiettivo di trasformare la tregua temporanea in un accordo stabile.
Resta tuttavia incerto se le profonde divergenze tra le parti potranno essere superate in tempi così brevi. Molto dipenderà dalla capacità dei mediatori internazionali e dalla volontà politica di Washington e Teheran di capitalizzare questo fragile equilibrio.
Per ora, la guerra si ferma. Ma la pace, come spesso accade in Medio Oriente, resta ancora tutta da costruire.
(Redazione)
