Un Mondiale senza l’Italia è anche una tristezza personale


 

di Giampiero Posa

Oggi scrivo queste righe con una tristezza autentica, non è una malinconia di facciata, né una posa letteraria: è una tristezza concreta, di quelle che arrivano senza preavviso e restano lì, silenziose, per tutta la giornata.

So bene – fin troppo bene – che il mondo è attraversato da guerre, carestie e tragedie infinitamente più gravi di una partita di calcio, eppure, c’è una verità semplice che non riesco a negare: sono profondamente, sinceramente triste per l’eliminazione dell’Italia dal Mondiale del 2026.

Forse è proprio per questo che oggi scrivo così, chi è abituato ai miei testi più analitici, alle riflessioni sulla comunicazione e sulle strategie, noterà subito una differenza: qui non c’è struttura, non c’è tecnica, c’è solo emozione, perché esistono tristezze che non si lasciano spiegare con argomenti.

Somigliano piuttosto a quel momento, quasi iniziatico, in cui da adolescenti si scopre di essere stati lasciati senza una spiegazione, una sensazione sospesa, muta, difficile da razionalizzare, non c’è rabbia, non c’è nemmeno un colpevole chiaro, resta solo un vuoto improvviso.

Eppure, anche dentro questa malinconia, bisogna riconoscere con onestà ciò che è accaduto: la Bosnia ha meritato, ha giocato meglio, con maggiore lucidità e determinazione, ha saputo cogliere le sue occasioni, il calcio, nella sua essenza più pura, richiede anche questo: la capacità di riconoscere il valore dell’altro, non ci sono alibi, solo un risultato da accettare e un’emozione con cui convivere.

Ma dirlo ad alta voce resta difficile: è la terza assenza consecutiva dell’Italia da un Mondiale, una frase che pesa, quasi più del risultato stesso.

Per alcuni potrà sembrare eccessivo provare tanto per un torneo, ma per chi è italiano, o porta dentro di sé una radice italiana, il Mondiale non è mai stato soltanto sport, è memoria condivisa, è infanzia, è identità, è un luogo emotivo in cui si torna, ogni quattro anni, a incontrare una parte di sé.

Il calcio, per molti di noi, assomiglia a quei primi momenti fondativi: andare in bicicletta senza cadere, ricevere un regalo inatteso, innamorarsi per la prima volta da bambini e scoprire che quel sentimento è ricambiato, esperienze piccole, all’apparenza, ma decisive nel costruire ciò che siamo.

Questa emozione diventa ancora più intensa per chi il calcio lo ha vissuto da dentro, fin da piccolo. Per chi ha indossato una maglia, anche solo a livello giovanile o regionale, immaginando – con la naturale ingenuità dei sogni – un futuro da professionista, poi, a un certo punto, arriva la realtà: l’università, le responsabilità, le scelte, e quel sogno si ripone in un angolo discreto della vita adulta, senza mai scomparire davvero.

Ogni Mondiale con l’Italia è anche questo: un ritorno, un dialogo silenzioso con il bambino che siamo stati.

Non parlo da tifoso cieco, sì, sono juventino da prima ancora di nascere – mio padre scelse il nome Giampiero per Giampiero Boniperti – ma amo il calcio, quello vero, ovunque si giochi, posso emozionarmi davanti a una partita del Real Madrid, Manchester City, Bayern Monaco o del Paris Saint-Germain e sostengo senza esitazioni le squadre italiane nelle competizioni europee, posso persino apprezzare una grande prestazione del Deportivo Táchira, pur sapendo cosa rappresenti per chi, come me, ha nel cuore il Caracas Fútbol Club.

Perché il bel calcio merita sempre rispetto. Sempre.

Ed è proprio per questo che questa tristezza non ha nulla a che fare con l’orgoglio o con una presunta superiorità sportiva, non riguarda le quattro Coppe del Mondo, né un passato glorioso che non si è ripetuto, iguarda qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, più profondo: l’illusione.

Sappiamo – davvero – che esistono cose ben più importanti, ma sappiamo anche che il calcio ha una capacità unica: quella di costruire felicità collettive che attraversano le generazioni.

Per molti italiani, e per chi italiano lo è anche solo per eredità emotiva, il Mondiale è uno di quei rari momenti in cui memoria familiare, identità e speranza coincidono nello stesso istante, ecco perché scrivo questo, non perché questa sia la notizia più importante del mondo, ma perché, oggi, sono profondamente triste e forse, scrivere è il modo che conosco per condividere – e alleggerire – questo sentimento con milioni di persone che, in silenzio, stanno provando esattamente la stessa cosa.

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