Il Presidente della VI Commissione CGIE spiega il peso decisivo della componente sudamericana e la distanza culturale tra le diverse generazioni di emigrati nella Penisola Iberica
MADRID – “In Spagna due Italie si guardano senza riconoscersi. Il referendum lo rivela”. A dirlo è Pietro Mariani, profondo conoscitore delle dinamiche della nostra emigrazione. Consigliere del CGIE dal 2022 e presidente della VI Commissione, nonché ex presidente del Comites di Madrid, Mariani rappresenta gli italiani all’estero da oltre vent’anni. Pochi meglio di lui possono analizzare non solo il risultato del referendum sulla giustizia in Spagna, ma la complessa realtà che esso nasconde.
– Il voto degli italiani in Spagna si è chiuso con un NO di misura. Che cosa ci dice davvero?
– Che in Spagna convivono due Italie che ormai parlano linguaggi diversi. Da una parte l’Italia degli expat europei, abituata a istituzioni solide. Dall’altra l’Italia della grande diaspora sudamericana, segnata da memorie politiche più turbolente. Quando queste due esperienze finiscono nella stessa urna, si compensano. Il risultato non racconta la riforma: racconta la distanza tra queste due Italie.

– Gli expat hanno pesato molto?
– Tantissimo. Sono giovani, formati, inseriti in un contesto europeo dove la stabilità istituzionale è un dato di fatto. Per loro il NO è una scelta prudente: se una riforma non è chiarissima, non si tocca. In altri paesi europei, dove questa componente è dominante, il NO ha superato il 60%. In Spagna sarebbe andata allo stesso modo, se avessero votato solo loro.
– E la diaspora sudamericana?
– È l’altra metà della storia. Molti discendenti arrivano da paesi che hanno conosciuto crisi istituzionali profonde: inflazione fuori controllo, conflitti tra poteri dello Stato, tribunali percepiti come politicizzati. Per loro la giustizia non è un tema tecnico, ma un ricordo familiare. E questo li porta a leggere la riforma come una possibile risposta a problemi vissuti sulla propria pelle o tramandati in casa. Da qui il SÌ molto alto.
– Gli italo‑venezuelani hanno davvero inciso così tanto?
– Sì. Sono una minoranza numerica, ma una maggioranza in termini di partecipazione. Votano, si mobilitano, si informano. La loro esperienza recente li rende molto sensibili al tema della giustizia. Questo ha spinto il SÌ di diversi punti.
– E gli italo‑argentini?
R: Sono la componente più numerosa. Meno polarizzati dei venezuelani, ma con una memoria politica simile: anche in Argentina la giustizia è un tema che evoca cicli storici complessi. Il loro voto ha rafforzato ulteriormente il SÌ. Senza questa presenza, il NO avrebbe vinto con margini più ampi.
– Quindi il risultato finale non rappresenta davvero la comunità italiana?
– Rappresenta la sua frammentazione. Non una posizione politica, ma la coesistenza di due mondi. La Spagna è uno dei pochi paesi europei dove expat e diaspora sudamericana hanno un peso quasi equivalente. Il risultato è un equilibrio instabile, che non sintetizza le due visioni ma le mette una accanto all’altra.
– Chi sono oggi gli italiani in Spagna?
– Un arcipelago. Gruppi diversi, con storie diverse e priorità diverse. Gli expat guardano all’Europa. La diaspora sudamericana guarda alle proprie esperienze familiari e nazionali. La Spagna è uno dei luoghi dove queste due Italie si incontrano. E si misurano.
– Che cosa ci dice, in definitiva, questo voto?
R: Che l’Italia all’estero non è più una sola Italia. È molte. E quando queste molte Italie votano insieme, il risultato non è una sintesi, ma un pareggio. Un pareggio che non decide, ma rivela. Rivela quanto sia complessa, plurale e stratificata l’Italia globale di oggi.
Redazione Madrid
