Scontro sempre più duro tra Stati Uniti e Iran: tensioni sullo Stretto di Hormuz, attacchi alle infrastrutture energetiche e accuse incrociate con Israele
Trump: “Operazioni quasi concluse, siamo in anticipo”
La crisi in Iran entra in una fase cruciale, segnata da dichiarazioni sempre più assertive da parte della Casa Bianca. Il presidente Donald Trump ha affermato che le operazioni militari condotte insieme a Israele sono “sostanzialmente in anticipo sui tempi” e potrebbero concludersi “molto presto”.
Secondo il presidente, l’intervento ha già prodotto risultati significativi: il numero di missili e droni lanciati da Teheran sarebbe crollato drasticamente, mentre diverse infrastrutture militari sarebbero state neutralizzate. Trump ha definito l’operazione una “azione necessaria”, ribadendo la convinzione che fosse inevitabile intervenire per contenere la minaccia iraniana.
Parallelamente, Washington ha intensificato anche la pressione economica. Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno monitorando i fondi del regime iraniano trasferiti all’estero, con l’obiettivo di recuperarli e restituirli alla popolazione. Una mossa che, nelle intenzioni americane, potrebbe accelerare il logoramento interno del sistema di potere iraniano.
Il nodo dello Stretto di Hormuz e le critiche agli alleati
Uno dei punti più sensibili del conflitto resta lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale. Trump ha criticato duramente gli alleati europei e la Nato, accusandoli di essersi mossi troppo tardi per garantire la sicurezza della rotta.
“Stanno diventando più gentili, ma è troppo tardi”, ha dichiarato, riferendosi alla disponibilità di Paesi come Regno Unito, Francia e Germania a contribuire alla sicurezza dell’area. In particolare, ha polemizzato con Londra per l’ipotesi di inviare una portaerei solo dopo l’avvio delle operazioni militari.
Il presidente ha inoltre sottolineato come gli Stati Uniti stiano difendendo una rotta utilizzata soprattutto da altri Paesi, citando il caso del Giappone, fortemente dipendente dal petrolio che transita nello Stretto.
Attacchi energetici e tensioni con Israele
La situazione si è ulteriormente complicata dopo l’attacco al gigantesco giacimento di gas di South Pars, nel sud dell’Iran. Trump ha preso le distanze dall’operazione, attribuendola a Israele, ma fonti israeliane sostengono che Washington fosse informata e coinvolta nel coordinamento.
L’attacco ha innescato una dura reazione iraniana, con raid contro infrastrutture energetiche nel Golfo, tra cui impianti in Qatar. Il rischio di un’escalation regionale è ora concreto, soprattutto considerando il coinvolgimento di Paesi chiave per il mercato globale dell’energia.
La risposta iraniana e il ruolo dei pasdaran
Da Teheran arrivano segnali di ulteriore irrigidimento. Il comando militare iraniano e i Pasdaran hanno avvertito che le rappresaglie non sono ancora concluse.
Secondo il portavoce Ebrahim Zolfaghari, gli attacchi contro le infrastrutture energetiche degli avversari potrebbero intensificarsi fino alla “completa distruzione” degli obiettivi, qualora le aggressioni dovessero continuare.
L’Iran sostiene di non aver inizialmente voluto estendere il conflitto al settore energetico, ma accusa Stati Uniti e Israele di aver aperto una nuova fase della guerra colpendo direttamente i suoi impianti strategici.
Uno scenario ancora incerto
Nonostante l’ottimismo espresso da Trump, il quadro resta estremamente instabile. Da un lato, Washington parla di operazioni vicine alla conclusione; dall’altro, Teheran promette una risposta sempre più dura.
Il rischio principale è che il conflitto si allarghi ulteriormente, coinvolgendo altri Paesi della regione e compromettendo la sicurezza delle forniture energetiche globali. In questo contesto, lo Stretto di Hormuz rimane il punto nevralgico di una crisi che continua a tenere con il fiato sospeso la comunità internazionale.
(Redazione)
