Il capo negoziatore Kachka traccia la tabella di marcia: 300 leggi da approvare entro il 2026. “Niente sconti geopolitici, servono riforme vere come in Italia”.
MADRID. – L’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea non è più solo una speranza legata all’emergenza bellica, ma un progetto tecnico con una scadenza precisa. Secondo Taras Kachka, vice primo ministro e capo negoziatore per l’integrazione europea, l’obiettivo di firmare il trattato di adesione entro il 2027 è “realistico”. La strategia di Kiev è chiara: completare l’adeguamento agli standard comunitari entro il 2026 per arrivare alla firma definitiva l’anno successivo.
La sfida delle 300 leggi
Il percorso, tuttavia, resta in salita. Per ottenere il via libera da Bruxelles, l’Ucraina deve adottare un imponente pacchetto legislativo composto da circa 300 nuove norme. Il cuore della riforma riguarda i pilastri della democrazia: il sistema giudiziario, l’efficienza delle forze dell’ordine e, soprattutto, una lotta senza quartiere alla corruzione.
Kachka è stato categorico: l’Ucraina non cerca scorciatoie. “Non avrebbe senso entrare ‘in anticipo’ senza aver soddisfatto i requisiti”, ha spiegato il negoziatore, sottolineando che la solidità dello Stato di diritto è la condizione imprescindibile per una partecipazione piena e credibile alla famiglia europea.
Il parallelismo con l’Italia
In un passaggio significativo dell’intervista rilasciata all’agenzia RBC, Kachka ha accostato le riforme ucraine a quelle in corso nei grandi Paesi membri. “A volte si pensa che da noi si pretenda più che dagli altri, ma non è così”, ha osservato, ponendo un parallelismo con l’Italia, dove il dibattito sulle riforme della giustizia e i meccanismi di selezione dei magistrati è centrale nell’agenda politica.
L’idea di fondo è che lo Stato di diritto non sia un “esame” punitivo, ma un terreno di confronto comune a tutte le democrazie europee, dalla Polonia all’Italia. Per Kiev, le difficili circostanze geopolitiche non devono essere un alibi per eludere i requisiti di merito: la qualità delle istituzioni resta il vero passaporto per Bruxelles.
(Redazione)
