Un impegno politico, non simbolico – Per la Commissione si tratta di una priorità di salute pubblica che espone migliaia di donne a rischi evitabili – Il sostegno dei premier di Spagna, Slovenia, Svezia, Danimarca ed Estonia.
MADRID.- È “una vittoria per le donne in Europa” e “una buona giornata per la democrazia europea”. Con queste parole i promotori dell’iniziativa dei cittadini europei My Voice, My Choice hanno salutato la decisione della Commissione europea di aprire, per la prima volta, alla possibilità di utilizzare fondi Ue per garantire l’accesso all’aborto sicuro e legale, in particolare per le donne in situazioni di vulnerabilità.
Dopo mesi di mobilitazione e 1.124.513 firme raccolte in tutti i 27 Stati membri, la campagna ha ottenuto una risposta formale da Bruxelles. Pur senza creare un nuovo strumento giuridico o un fondo ad hoc, la Commissione ha chiarito che gli Stati membri possono utilizzare le risorse del Fondo sociale europeo Plus (Fse+) per sostenere l’accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza, anche coprendo i costi di viaggio e le spese per chi non può permettersi l’intervento nel proprio Paese.
“Non è un gesto simbolico. È un impegno politico per i diritti delle donne”, ha dichiarato la coordinatrice dell’iniziativa, Nika Kovač, sottolineando come la decisione affermi in modo inequivocabile che l’accesso all’aborto sicuro è una questione di salute pubblica e giustizia sociale. E, soprattutto, che l’Unione europea ha la competenza e la responsabilità di intervenire.
La Commissione ha indicato nel Fse+ – il programma da 142,7 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 – lo strumento più efficace per raggiungere gli obiettivi dell’iniziativa. Il fondo, già destinato a politiche sociali, occupazionali, educative e sanitarie, potrà essere utilizzato su base volontaria dagli Stati membri e in conformità con le legislazioni nazionali.
Un passaggio che non crea un nuovo meccanismo permanente, come richiesto dal Parlamento europeo in una risoluzione non vincolante adottata a dicembre, ma che riconosce formalmente la legittimità delle richieste avanzate dai cittadini e delinea un percorso concreto per attuarle.
Particolarmente significativo è il fatto che le risorse possano coprire non solo le prestazioni mediche, ma anche le spese di viaggio, un aspetto cruciale per le donne che vivono in Paesi con normative restrittive o in aree remote. In caso di situazioni urgenti e potenzialmente pericolose per la vita, la possibilità di finanziare il trasporto e l’assistenza immediata può fare la differenza.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ogni anno in Europa si registrano circa 483.000 aborti non sicuri, con conseguenze che vanno da gravi danni fisici a stress psicologico, fino al rischio di morte nei casi più estremi. Per la Commissione si tratta di una priorità di salute pubblica che espone migliaia di donne a rischi evitabili.
“Quando 1,2 milioni di cittadini alzano la voce, quando il Parlamento europeo invia un chiaro segnale democratico e quando la società civile si mobilita oltre i confini, la Commissione non può distogliere lo sguardo”, ha affermato Kovač dopo l’incontro con la commissaria per l’Uguaglianza Hadja Lahbib, che ha presentato la decisione come un “chiaro sì” alle richieste dell’iniziativa.
La sanità resta una competenza nazionale. Di conseguenza, la partita ora si gioca nelle capitali: spetterà ai governi decidere se modificare i propri programmi Fse+ per includere esplicitamente il sostegno all’accesso all’aborto sicuro.
L’iniziativa aveva ricevuto il sostegno di oltre cento eurodeputati e di diversi leader europei. I premier di Spagna, Slovenia, Svezia, Danimarca ed Estonia, in una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen, avevano definito la proposta “un passo vitale per garantire l’uguaglianza per le donne in tutta l’Ue”.
Al Parlamento europeo, il fronte progressista ha accolto la decisione come un argine alle spinte conservatrici e un passo nella “giusta direzione”, promettendo di continuare a lavorare per un meccanismo più stabile e strutturale. Di parere opposto alcuni esponenti del centrodestra, che hanno interpretato la scelta di non creare un nuovo fondo come una bocciatura dell’iniziativa e ribadito che l’aborto non rientra tra le competenze dell’Unione.
In Italia, l’associazione Luca Coscioni ha parlato di una decisione importante “sul piano pratico e ideale”, auspicando che il governo scelga di utilizzare le risorse disponibili. Critiche invece da parte dell’associazione Pro Vita & Famiglia, che ha invitato l’esecutivo a non destinare fondi europei all’interruzione di gravidanza.
L’accesso all’aborto è legale nella quasi totalità dei Paesi Ue, ma con differenze profonde. Malta mantiene un divieto totale, mentre in Polonia l’interruzione è consentita solo in caso di stupro o pericolo per la salute della donna. In altri Stati, pur in presenza di una legislazione formalmente permissiva, persistono ostacoli pratici: obiezione di coscienza diffusa, carenza di strutture, periodi di attesa obbligatori, disinformazione.
Secondo l’Atlante europeo delle politiche sull’aborto 2025, alcuni Paesi – come la Francia, che ha inserito il diritto all’aborto in Costituzione, o i Paesi Bassi e il Lussemburgo, che hanno eliminato i periodi di attesa obbligatori – hanno rafforzato le tutele. Altri, invece, hanno registrato nuove restrizioni o un aumento delle pressioni contro chi pratica o richiede l’interruzione di gravidanza.
Per il team di My Voice, My Choice, la decisione della Commissione rappresenta l’apertura di una porta. “Gli Stati membri possono ora utilizzare i fondi Ue per garantire l’accesso all’aborto sicuro e legale a chi è ancora privata di questo diritto fondamentale. Devono farlo”, hanno dichiarato.
I promotori chiedono ora un’attuazione rapida: linee guida chiare per gli Stati su come attivare i finanziamenti e la creazione di una piattaforma informativa per le pazienti. Inoltre, insieme a parlamentari europei di diversi gruppi politici, hanno sollecitato lo stanziamento di risorse aggiuntive dedicate, nell’ambito dei prossimi negoziati di bilancio.
“Questa vittoria appartiene a tutte e tutti: ai 1,2 milioni di cittadini che hanno firmato, agli attivisti che hanno organizzato, ai volontari che hanno mobilitato, ai parlamentari che hanno sostenuto la battaglia”, afferma il team.
E la dedica finale è per le donne che hanno sofferto o perso la vita a causa del mancato accesso a cure riproduttive urgenti. “Le loro storie ci ricordano che questa non è una battaglia ideologica. È una questione di salute, di dignità, di uguaglianza e di libertà”.
Oggi, rivendicano i promotori, è stata segnata una tappa storica. Domani la mobilitazione continuerà. Perché, come recita lo slogan della campagna, si tratta della voce e della scelta di milioni di donne. E dell’Europa in cui vogliono vivere: democratica, giusta e orgogliosa dei propri diritti.
