Legge elettorale, sicurezza e Viminale: la guerra silenziosa nella maggioranza

Giorgia Meloni e Matteo Salvini in una foto d'archivio del 2017.
Giorgia Meloni e Matteo Salvini in una foto d'archivio. ANSA/GIUSEPPE LAMI


L’accelerazione impressa da Fratelli d’Italia per introdurre un sistema proporzionale con premio di maggioranza si è infranta contro il muro degli alleati. Salvini e Tajani temono che la cancellazione dei collegi uninominali finisca per favorire il partito della premier


ROMA – “Non è una priorità”. Con questa frase, pronunciata senza troppi giri di parole dalla Lega, si è consumato l’ennesimo strappo all’interno della maggioranza di governo. Il tema è la riforma della legge elettorale, ma la posta in gioco va ben oltre il tecnicismo istituzionale: riguarda gli equilibri di potere, la leadership della coalizione e, in prospettiva, il futuro stesso dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

L’accelerazione impressa da Fratelli d’Italia per introdurre un sistema proporzionale con premio di maggioranza si è infranta contro il muro degli alleati. Salvini e Tajani temono che la cancellazione dei collegi uninominali finisca per favorire il partito della premier, riducendo gli spazi di rappresentanza di Lega e Forza Italia, rispettivamente forti al Nord e al Sud proprio grazie a quel meccanismo. A pesare, inoltre, è il sospetto che una riforma approvata in tempi rapidi possa aprire la strada a elezioni anticipate, capitalizzando l’attuale consenso di FdI.

Non a caso Giovanni Donzelli, numero due del partito della premier, spinge per depositare il testo entro febbraio e chiudere la partita prima dell’estate. Una strategia che ha trovato un freno ancora più brusco di quello delle opposizioni, che pure Meloni si dice disponibile a consultare. Ma è a destra che i nodi restano più difficili da sciogliere.

Stefano Candiani, deputato leghista vicino a Salvini, ha chiarito la linea del Carroccio: “La legge elettorale non è una priorità. Diventerà un tema solo avvicinandosi alla fine della legislatura”. Un messaggio che riecheggia quello di Antonio Tajani, concentrato sulla campagna referendaria per la separazione delle carriere: “Se serve più tempo, prendiamocelo. L’importante è non litigare ora”. Tradotto: niente fughe in avanti che rischino di destabilizzare l’alleanza.

Dietro l’apparente prudenza, però, restano due nodi politicamente esplosivi: l’ipotesi di indicare il nome del candidato premier sulla scheda – che rafforzerebbe ulteriormente Meloni – e la modalità di assegnazione del premio di maggioranza. Se spalmato tra i partiti della coalizione, la soluzione è sgradita a FdI; se concentrato in un listino bloccato, finirebbe per blindare i candidati scelti dalle segreterie, penalizzando gli alleati.

Sul fronte opposto, le opposizioni fiutano la trappola. Giuseppe Conte chiede un confronto parlamentare vero e ironizza sulle consultazioni a Palazzo Chigi. Riccardo Magi parla apertamente di “truffa democratica”, mentre Avs invita la destra a risolvere prima le proprie divisioni interne.

Divisioni che, a ben guardare, non sono più solo tattiche. Dietro l’unità di facciata, la maggioranza è attraversata da una guerra silenziosa, soprattutto tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. I Consigli dei ministri sono sempre più spesso teatro di scontri aperti: politica estera, legge di bilancio, banche, nomine. La premier punta a consolidare la credibilità europea dell’Italia, dialogando con Bruxelles e i mercati. Salvini, al contrario, insiste su una linea anti-UE, critica verso la BCE e orientata a nuove spese in deficit.

Le divergenze diventano ancora più evidenti sul piano internazionale: sostegno convinto all’Ucraina e asse con Washington da una parte; ambiguità filo-russa dall’altra. E poi la sicurezza, terreno simbolico per eccellenza della Lega. Dalla gestione di Strade Sicure al tema dell’ordine pubblico, il Carroccio rivendica visibilità e risultati, arrivando a riaprire il dossier più identitario: il ritorno di Salvini al Viminale.

Non si tratta solo di una poltrona, ma di una battaglia per l’egemonia narrativa sulla “destra della sicurezza”. Meloni, però, ha finora blindato Matteo Piantedosi, consapevole che un rimpasto all’Interno innescherebbe un effetto domino sull’intero equilibrio di governo. Anche Forza Italia teme che aprire quel capitolo significhi spalancarli tutti.

A complicare il quadro è arrivato anche il dossier Mercosur. La premier ha dato il via libera all’accordo commerciale UE-Sud America, puntando su garanzie e salvaguardie. La Lega ha scelto invece una linea di netta opposizione, schierandosi con il mondo agricolo e trasformando il tema in un ulteriore terreno di distinzione politica.

Ucraina, sicurezza, Mercosur: episodi diversi che compongono però un’unica trama. Per la Lega, sono palcoscenici su cui rilanciare il messaggio di difesa degli interessi nazionali contro una gestione giudicata troppo europeista. Per Fratelli d’Italia, sono scelte di governo inevitabili, che richiedono mediazione e responsabilità internazionale.

Intanto, i sondaggi raccontano una fotografia precisa. Fratelli d’Italia resta saldamente primo partito con oltre il 31% dei consensi, mentre Meloni mantiene un alto gradimento personale. Cresce anche il Movimento 5 Stelle di Conte. In lieve calo, invece, proprio Lega e Forza Italia. Un dato che spiega molte delle tensioni attuali.

È in questo contesto che prende corpo l’ipotesi più clamorosa: una possibile “Salvini-exit”. Secondo indiscrezioni, Meloni avrebbe iniziato a sondare Carlo Calenda per un asse riformista ed europeista che rafforzerebbe la sua immagine internazionale e ridurrebbe il peso del sovranismo leghista. Un’ipotesi che da via Bellerio viene respinta con toni bellicosi: Salvini non intende arretrare e prepara una campagna d’autunno per rilanciare il partito, soprattutto al Nord.

La domanda che attraversa i palazzi resta sospesa: la Lega sta negoziando per contare di più dentro il governo o sta preparando una strategia per contare di più fuori, nel Paese, anche a costo di logorare l’alleanza? Se la risposta sarà la prima, prevarranno i compromessi. Se sarà la seconda, il Viminale non sarà più un obiettivo, ma il pretesto perfetto per trasformare le frizioni di governo in una campagna elettorale permanente.

(Redazione)

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