di GAETANO BAFILE
CARACAS (9 maggio 2005). – Dalle opinioni ed esperienze affidate a queste pagine da giovani connazionali, nati in Venezuela o qui sbarcati in tenera età, i quali hanno puntualizzato che l’emigrazione non è stata una loro scelta, abbiamo tratto conclusioni confortanti che stanno a dimostrare come i figli dei pionieri rappresentino, per intelligenza, intraprendenza e formazione professionale, il più bello e prezioso regalo che si potesse fare alla patria eletta per costruirvi l’avvenire.
Se vogliamo, neppure i pionieri hanno scelto di emigrare. Ve li costrinse una patria resa matrigna nei loro confronti dalla miseria: una patria che barattava i propri figli per un sacco di carbone, con un Presidente del Consiglio come il pur eccellente Alcide De Gasperi che non avvertì il rossore della vergogna quando, per sedare le pressioni delle piazze riboccanti di senza lavoro, gli scappò di esortarli a imparare una lingua straniera e battere i sentieri impropriamente detti della speranza, per procurarsi così il pane che veniva loro negato in casa.

Paesi come la Svizzera, e non diversamente altri come la Francia e gli USA, per via di grossolani pregiudizi che non facevano certamente onore a chi ostentava una civiltà tutt’altro che tale, almeno nella concezione degli emigrati sui quali scaricavano le loro brutture.
Benedetta Venezuela!
Se oggi chi non ha scelto di emigrare può esprimersi come l’ha fatto su queste colonne, è il risultato della generosa accoglienza e del dovuto rispetto riservato ai loro nonni e genitori.
Certo, neppure i nostri pionieri mancarono le amarezze; di lagrime ne versarono; lagrime, sudore e sangue versarono, anche se qui non vennero loro lesinate comprensione, né si sbarrarono le strade verso realizzazioni divenute poi leggende nella storia dell’emigrazione italiana in Venezuela.

Se ieri nazioni economicamente avanzate intristirono gli arrivi degli emigranti ghettizzandoli, relegandoli per un certo tempo lontani dalle città affinché non potessero accedervi per procurarsi un impiego dignitoso e in qualche maniera remunerato, il Venezuela invece schiudeva orizzonti a quanti, in tanti e di etnie diverse, ne varcavano le frontiere.
Notte e giorno ininterrottamente, dai porti di La Guaira a quello di Puerto Cabello, era un serrato approdo di bastimenti dai quali si snodavano file fitte di gente d’ogni provenienza, avvicendandosi lungo incerte passerelle poggiate su grossi bidoni galleggianti sul mare, per raggiungere la tanto agognata “terra promessa”.

È allora, quando più intenso si fece l’afflusso dei nostri emigranti, che “La Voce d’Italia” divenne realtà per convertirsi in una cara bandiera che li salutava, sventolata e strillata da chiassose e pittoresche miriadi di venditori.
Già dal primo numero la Voce era, assieme alle cronache di avvenimenti vicini e lontani, prodiga di utili orientamenti, recando nel contempo colonne di offerte di lavoro. Il che spiega la sorprendente circolazione raggiunta tra La Guaira e Piazza Bolívar, trasformata questa per qualche tempo dagli emigrati in “piazza del pianto” e poi dagli stessi riempita di allegria appena, nella retreta dell’imbrunire, cominciavano i concerti diretti dalle bande musicali, che con note festose restituivano alla piazza il sorriso e agli animi la speranza, suggellando così il passaggio dal dolore dell’approdo alla gioia dell’integrazione.

