Se dovesse protrarsi l’attuale insufficienza di divise destinate alle “rimesse”, il paventato esodo diverrebbe una inevitabile realtà – Mortificanti file davanti alle banche
CARACAS (11 – 17 dicembre 1960). – Era opinione diffusa che, dopo i fiumi d’inchiostro e le opportune reazioni delle autorità responsabili, dovesse ritenersi ormai scongiurato il temuto esodo di emigranti. A creare le condizioni per una salutare battuta d’arresto all’emorragia dell’inapprezzabile capitale umano contribuivano “Pro Venezuela”, la “Dirección de Extranjería” e, in maniera determinante, le confortanti assicurazioni del Governo, che lasciavano sperare in una ripresa delle attività economiche.
Nel primo semestre del ’60 si erano avute 11.891 partenze contro 7.263 arrivi, con un saldo negativo di 4.628 unità. Successivamente i rientri in Patria sono andati scemando, come si rileva dalle statistiche che riportiamo:
PARTENZE – ARRIVI
Luglio: 899 – 437
Agosto: 2.063 – 1.227
Settembre: 1.026 – 1.064
Ottobre: 672 – 2.068
Tutto sommato, quindi, questi dieci mesi si sono chiusi con una perdita complessiva di sole 3.852 unità.

Si temeva, è vero, che il perdurare della crisi potesse riproporre in gennaio l’inquietante fenomeno; ma le previsioni, anche quelle improntate al pessimismo, non lasciavano affatto intravedere ciò che invece sta maturando e che è una diretta conseguenza del caos prodotto dal controllo sulle “rimesse”. Dei 75 milioni di dollari stanziati in dicembre dal “Banco Central de Venezuela”, soltanto 1.200.000 pare siano andati agli emigranti e ai venezuelani con congiunti all’estero. Siccome in Venezuela risiedono seicentomila stranieri, la conclusione logica è che la maggior parte sia rimasta inesorabilmente esclusa dal beneficio.
Il che, in effetti, è accaduto. A ciò si aggiunga la coincidenza con il Natale e si avrà la misura dello stato di profondo disagio in cui si dibatte la Collettività. È stato osservato che la particolare crisi esistente nel Paese impone anche agli stranieri una parte di sacrificio. Gli italiani, dal canto loro, non vengono meno a tale dovere: la solidarietà verso chi ci aprì le porte in momenti difficili è schietta e senza riserve. Non si può esigere, però, la rinuncia a quel pugno di bolívares che costituisce l’unico sostegno delle famiglie rimaste in Patria e – retorica a parte – la ragione stessa della presenza qui.

Sono mortificanti gli episodi che registra la cronaca. Dinanzi alle banche si snodano teorie di povera gente esasperata dalle strazianti pressioni dei congiunti lontani, dalle ore di lavoro perdute, dai rifiuti invariabilmente opposti agli sportelli, dove campeggia il laconico “todo agotado”. La disperazione è cattiva consigliera e ad essa si deve attribuire l’orientamento verso un definitivo ritorno che, lo diciamo con consueta franchezza, sta davvero scuotendo le coscienze dei più.
Non ignoriamo la complessità del problema né gli sforzi che le Autorità stanno compiendo per trovarvi adeguate soluzioni. Ma ciò non ci esime dall’obbligo di denunciare ancora una volta, e senza mezzi termini, la reale portata di una situazione che tende a sfociare in un esodo difficile poi da contenere con provvedimenti tardivi.

Torniamo a insistere sulla convenienza di ridurre – almeno finché non si disponga di sufficienti quantitativi di divise – il volume delle rimesse, limitando il massimo di duecento dollari ai casi di riconosciuto bisogno, previamente controllati, se necessario, dalle autorità consolari. Si avrebbe così l’estensione del beneficio a tutti. È pure da suggerire che le banche rendano note, con elenchi esposti al pubblico, le ripartizioni delle rimesse, per evitare sospetti di favoritismi che già serpeggiano e costituiscono altro motivo di agitazione. È stato rilevato infatti che si tengono presenti in primo luogo i fortunati possessori di attivi conti correnti, il che pone ai margini i modesti emigranti, cioè coloro che maggiormente avvertono la necessità della rimessa, non possedendo mezzi per reperire dollari alla “Bolsa de Comercio” e tantomeno al mercato nero.

Si impongono, ripetiamo, provvedimenti di estrema urgenza. Ci risparmiamo, perché ovvie e facilmente intuibili, tutte le altre considerazioni che scaturiscono spontanee dallo stato di cose esposto. “Ojalá” che queste note trovino eco nella sensibilità del Ministro delle Finanze, dr. Tomás Enrique Carrillo Batalla; del Presidente del “Consejo Bancario”, don Rodolfo Rojas; del Presidente del “Banco Central”, dr. Alfonso Espinoza; e, per la parte che loro compete, nelle nostre Autorità diplomatiche e consolari.
