servizio di MARIZA BAFILE
In una Italia stremata dal dopoguerra, la via dell’emigrazione appariva come unica alternativa possibile a migliaia di persone schiacciate da una situazione economica tremendamente precaria. Tali necessità erano, poi, abilmente manipolate da una propaganda governativa che vedeva nell’emigrazione il mezzo più semplice per arginare i gravissimi problemi della disoccupazione, del sottosviluppo e della povertà soprattutto nel Sud.
Seguendo dunque una politica semplicista e di comodo, si spingeva, con ogni mezzo all’espatrio masse di persone che per la maggior parte, una volta all’estero, non ricevevano più alcun aiuto dalla Madrepatria.
Tra tali propagande, sbarrate le frontiere del Nord America, appannatosi il miraggio dell’Argentina, spiccava quella che presentava il Venezuela come il nuovo “Eldorado”, una terra dove si poteva far fortuna facilmente. E una fiumana di gente si riversò in porti e aeroporti di quella “Terra Promessa”.
La voglia di trasformare in realtà il sogno che li aveva spinti a partire, conferisce loro la forza di lasciare da parte tristezza e nostalgie ed immettersi, con immensa capacità di sacrificio, nel mondo del lavoro.

Un giornale per tutti
Giunge insieme a loro un giovanissimo giornalista, Gaetano Bafile, grazie ad un biglietto premio offertogli dal giornale per il quale lavora in Italia: Il Messaggero. Non ha bisogno di molto tempo per percepire la solitudine dei connazionali che cercano di ricostruirsi una vita a migliaia di chilometri dalla loro terra. E allora lui, che considera il giornalismo una missione, decide di restare e creare un giornale per quei connazionali, un mezzo di comunicazione che riesca a placare la loro ansia di notizie italiane, che ne difenda gli interessi e che dia un’immagine autentica dell’Italia scevra dal pessimismo e dalla rabbia sordida del revanscismo nostalgico.
Dopo un primo periodo di progettazione nel quale si inseriva il Padre Don Ernesto Scanagatta, poi Monsignore, un sacerdote che, negli anni bui del fascismo, era stato partigiano, finalmente uscì il primo numero della “Voce d’Italia”. Esso nasceva in una tipografia situata in una delle caratteristiche strade della “Caracas de los techos rojos”, e precisamente nella “Editorial Mercurio” con l’assistenza tecnica del grande proto, Wladimiro Roncalli, un autentico maestro di arte grafica.
L’accoglienza che la Collettività italiana tributò al giornale fin dal suo primo numero fu generosa e commovente, ripagando settimana dopo settimana i grandi sforzi che si compivano per mantenerlo in vita. La Voce d’Italia è stato sempre un organo di informazione coraggioso e di battaglia e non ha mai esitato a schierarsi dalla parte dei connazionali, difendendoli sia quando subivano un torto o un sopruso da parte di persone del luogo, sia quando erano vittime della prepotenza senza scrupoli di altri italiani che speculavano sull’immane bisogno di lavoro degli emigrati e sulla loro precaria situazione.

Giornalismo e libertà
Al poco tempo, un compagno di ideali del Direttore della “Voce” l’avvocato Attilio Maria Cecchini, tra i più brillanti d’Abruzzo, attirato dall’appassionante compito di un giornale all’estero, giungeva ad ingrossarne la famiglia.
La “Editorial Mercurio” si trasformò ben presto in un vero cenacolo al quale partecipavano le più belle intelligenze del momento, tutte persone di riconosciuto talento. Le “tertulias” si svolgevano tra coloro che, pur di diversa tendenza politica, condividevano l’anti-perezjimenismo. Figure come i fratelli William Risquez, brillante principe del Foro, e Franz Risquez, passato alla storia per avere diretto la spedizione che scoprì le foci dell’Orinoco; l’eminente scrittore José Ramón Medina, poi diventato “Fiscal General de la República”; il diplomatico e soprattutto eccelso poeta Vicente Gerbasi; lo scrittore Riccardo Andreotti che per primo portò alla luce la figura di Isnardi; il Professore Edoardo Crema; il noto politico Héctor Mujica e Fabrizio Ojeda, l’inafferrabile “Primula” della Giunta Patriottica che diresse i moti sfociati nell’insurrezione civico-militare del “23 de Enero”; il poeta Ettore Lippolis, il poeta Pedro Sotillo, il maestro di giornalismo Don José Ratto Ciarlo, si incontravano per discutere di poesia, musica, letteratura, politica e mille altri temi che affrontavano con appassionato interesse.
Era un ambiente un po’ goliardico, un po’ “boheme”. In quei momenti si sognava un mondo diverso e la presenza della poesia spesso faceva dimenticare la tragedia che viveva il Venezuela oppresso dalla dittatura di Pérez Jiménez. Le discussioni poi su ogni tema legislativo trovavano nell’eminente giurista ed ex Presidente Rafael Caldera un valido consigliere. Non mancava la spaghettata che di volta in volta si organizzava e che rappresentava una pausa alle varie dissertazioni, proprio come durante una poesia di Trilussa.
A rompere quest’aria densa di intellettualità sopraggiungeva spesso il pittoresco giornalista Tullio Menda direttore della rivista “La Prensa” con spunti di scandalo politico e pornografia che essendo stampata nella “Editorial Mercurio” vi richiamava spesso le tristemente note forze dell’ordine della Seguridad Nacional, costringendo tutti ad allontanarsi per periodi più o meno lunghi dall’improvvisato cenacolo.
E così attraverso gli anni la “Voce” ha seguito la sua collettività nelle varie fasi che l’hanno caratterizzata e di cui è stata protagonista in momenti spesso difficili. Il giornale le è stato vicino sempre, facendosi portavoce delle sue ansie, delle sue necessità: eco fedele di quella fetta di mondo cui, per elezione spontanea, aveva deciso di rivolgersi.
In Venezuela, dopo i primi anni, il flusso immigratorio italiano andò spegnendosi. Restava quella grande porzione che a mano che passava il tempo subiva una trasformazione silenziosa e difficile da avvertire: si “acriollaba”, mescolava il suo essere italiano con gli usi e le tradizioni del Venezuela. Il matrimonio con gente del luogo favoriva questa evoluzione che spesso si percepiva solo al ritorno in Italia.

Nel cuore della collettività
Col trascorrere del tempo, senza che si spegnesse mai l’interesse per le notizie italiane, ne subentrava un’altra, soddisfare la quale è stato sempre il vero leitmotiv de La Voce d’Italia, quella di notizie riguardanti la comunità che nel frattempo era diventata una grande regione del Venezuela, con una vita propria, proprie istituzioni, proprie storie, proprie necessità. Il giornale si è inserito in questo processo d’integrazione stimolandolo e aiutandolo.
Non a caso ogni Presidente o Candidato Presidenziale del Venezuela durante molti anni ha scelto le sue colonne per parlare con gli italo-venezuelani. In 71 anni di storia la vita del giornale è intessuta di tanti casi che fecero parlare a lungo. Ha lottato con coraggio affinché non esistessero altri Sacco e Vanzetti, tributi di sangue che sempre ha pagato l’emigrazione nel suo lento processo evolutivo.
Basta ricordare il “Giallo-Zagame”, che ruota intorno ad un connazionale che il 2 settembre del ’53 incontrò assassinato il costruttore Oscar Laret in una vecchia “quinta”. Essendovi implicati “boss” della costruzione tra cui alti funzionari del governo perezjimenista, niente di meglio per la “Seguridad Nacional” che far ricadere ogni colpa su un indifeso emigrante che neanche riusciva bene a farsi capire nella nuova lingua. Si inserì in ciò La Voce d’Italia che con un lento lavoro riusciva a riaprire il caso attorno al quale ben presto si schierava tutta una larga fetta di opinione pubblica tanto che la polizia dovette scagionare il comodo “capro espiatorio”.

Le campagne memorabili
E ancora il caso che vide due ignari emigrati italiani coinvolti nella sommossa di alcuni dimostranti e che dopo un susseguirsi di allucinanti vicende furono condannati ai lavori forzati in Guayana. Mentre Antonio Bellusci di 21 anni proveniente da un paese nei pressi di Potenza e Pasquale Zaffarano di 28 anni anch’egli della provincia di Potenza si apprestavano con terrore stupito a subire l’orrenda condanna, il direttore de La Voce d’Italia aprì un’inchiesta che andò espandendosi a macchia d’olio, giunse anche in Italia e finalmente il 21 febbraio del 1961 l’allora Presidente Don Rómulo Betancourt mise fine all’ingiusto confino.
Il fatto più grosso lo rappresentò indubbiamente l’inchiesta che durante due anni e più Gaetano Bafile, sfidando ogni ostacolo, condusse per strappare alla dittatura le vite di sette siciliani: inchiesta che ispirò al Premio Nobel Gabriel Garcia Márquez, le pagine che figurano nel suo libro “Cuando era feliz e indocumentado” (“Un giornalista felice e sconosciuto” nell’edizione italiana).
C’è poi la ben nota intervista al traumatologo Alessandro Beltramini, accusato di essere un agente del comunismo internazionale. Bafile riuscì a superare ogni barriera e a parlare con il Beltramini che apparve sotto un’aria molto diversa da quella di mostro che si era voluta costruire. L’eccezionale reportage che diventerà poi materia di studio nelle Università venezuelane, fece il giro del mondo, scatenò un’ondata di proteste e dopo appena un mese il medico comasco poté riacquistare la sua libertà.
Potremmo ancora dilungarci, ci sono: il “caso Mossucca”, “La truffa dell’Esperanza”, “La ragazza del tamarindo”, “ La fidanzata di Regina Coeli”, e tanti altri reportage, tesi sempre ed innanzitutto da un lato a far sentire ai nostri connazionali che esisteva un organo d’informazione pronto a combattere con coraggio per i loro interessi, da un altro a far capire al Venezuela l’importanza di una collettività ormai profondamente radicata nel paese.
Altro proposito fondamentale del giornale è stato e continua ad essere quello di mantenere vivo l’italiano, coscienti come siamo del fatto che la lingua è la base su cui poggia ogni cultura. Quella degli emigranti tende a diluirsi nel nuovo contesto e si arricchisce di vocaboli estrapolati dall’idioma locale. Con il passar del tempo, diventa sempre più difficile parlare un italiano corretto e per questo è importante proporre testi di lettura, insegnarlo nelle scuole, organizzare corsi e manifestazioni culturali.
In occasione del settantunesimo anniversario de La Voce d’Italia, queste colonne hanno voluto essere una rapida carrellata che spulciasse qua e là tra le pagine della sua storia. Ma soprattutto, rivolgendo uno sguardo al passato, volevano spiegare perché è importante portare avanti un giornale di comunità. È grazie al bagaglio di esperienze che ci ha tramandato il direttore e fondatore Gaetano Bafile, che proseguiamo con entusiasmo questo lavoro, superando ostacoli e dedicando ad esso gran parte della nostra vita.
È la magia di un giornale che si rinnova e ti obbliga a ripensarti, che ha visto un passaggio di generazione, che emoziona, appassiona e motiva, oggi come ieri.
