di PRIMO CASALE
CARACAS (19-25 aprile 1959). – Nel quotidiano «El Nacional» dei giorni 2 e 3 aprile scorsi, il celebre scrittore e critico musicale Alejo Carpentier dava notizia di una vivace discussione sorta fra un gruppo di italiani e un gruppo di spagnoli, impegnati a dimostrare, gli uni, la superiorità del genio italico, gli altri, quella dell’ispanico. Invitato a dirimere la contesa, Carpentier assumeva il ruolo di arbitro.
Le osservazioni del critico cubano, sempre acute e talvolta esatte, rivelano grande competenza e cultura. Tuttavia, le sue “sentenze arbitrali” non appaiono sempre imparziali: egli giunge a conclusioni che, se da un lato mirano a stemperare il confronto, dall’altro finiscono per tradire una certa tendenziosità, particolarmente quando si tratta di valutare la musica italiana.
Carpentier osserva che i confronti fra i geni sono oziosi, e che l’arte non può ridursi a una gara di primati nazionali. Fin qui, nulla da eccepire. Ma quando l’arbitro giunge a paragonare De Falla a Verdi, o Spontini a Weber, la serenità del giudizio sembra vacillare.

È giusto riconoscere al maestro spagnolo la sua statura di sinfonista e l’impronta novecentesca della sua opera; ma non si può ignorare che Verdi, pur figlio dell’Ottocento e uomo di teatro per eccellenza, rappresenta una delle sintesi più alte e universali della musica moderna. Ridurre il suo valore a quello d’un “romantico dell’opera” è, a nostro avviso, ingiusto.
Lo stesso dicasi per Spontini: non un semplice nome legato a un successo momentaneo, ma un anello necessario nell’evoluzione dell’opera europea.
Con tutto il rispetto per il dotto Carpentier, ci pare che, in questa tenzone, l’arbitro abbia lasciato parlare più il gusto personale che la rigorosa equità del giudizio critico.
A sostegno della tesi ispanica, Carpentier pone l’accento sull’originalità ritmica e sul colore della musica spagnola, contrapponendoli, quasi per istinto, alla presunta uniformità del melodramma italiano.

Ma anche qui la questione si presta a maggiori sfumature. Se la Spagna, attraverso il folklore e le sue danze regionali, offre un tesoro di ritmi vivi e popolari, l’Italia non è da meno quanto a spontaneità melodica e purezza di linea. Anzi, proprio in questa semplicità luminosa risiede il segreto della sua forza: la capacità di parlare al cuore dell’uomo, al di là di scuole e di frontiere.
Non si tratta, come talvolta si vuol far credere, di una tradizione ripetitiva o monotona.
La melodia italiana ha saputo attraversare i secoli, trasformandosi con essi, dalla grazia rinascimentale di Palestrina fino all’impeto drammatico di Verdi e al raffinato intimismo di Puccini. È questa continuità vitale — e non una sterile imitazione — che ne fa un linguaggio universale.
Quanto alla presunta “decadenza” della musica italiana dopo il Romanticismo, sarebbe ingiusto ignorare la fioritura sinfonica e cameristica che, sebbene meno appariscente, continuò a nutrire il tessuto musicale europeo. Non soltanto Martucci e Respighi, ma intere generazioni di compositori hanno saputo conciliare la tradizione con la ricerca, restando fedeli a una sensibilità nazionale che non teme il confronto.

Concludendo, dirò che il paragone fra Italia e Spagna non dovrebbe risolversi in una sterile gara di primati, ma nella reciproca ammirazione di due culture sorelle, entrambe generose di luce e di canto.
Se qualcosa distingue l’una dall’altra, è forse la diversa maniera di esprimere l’anima mediterranea: più solare e cantabile quella italiana, più segreta e ardente quella spagnola.
Due fiamme di una stessa luce — che, invece di contendersi il cielo, dovrebbero insieme rischiararlo.
Nel suo appassionato confronto, Carpentier afferma che la musica spagnola, per la sua ricchezza di timbri e di inflessioni, ha saputo mantenere più saldo il legame con le origini popolari, mentre l’italiana si sarebbe perduta nelle finezze teatrali del bel canto.

È un giudizio che non si può accettare senza riserve.
L’Italia non ha mai rinnegato le sue radici popolari: le ha sublimate nel canto, ne ha fatto la sostanza stessa del suo linguaggio. Dalle villanelle napoletane alle laudi umbre, dai cori toscani alle melodie alpine, il popolo italiano ha sempre cantato la propria vita, e da quel canto è nata la grande scuola del melodramma.
Se Verdi e Puccini hanno conquistato il mondo, non è stato per un caso fortuito o per la benevolenza del pubblico, ma perché la loro arte si è nutrita di quella stessa linfa che muoveva Monteverdi e Pergolesi: una fede nella melodia come espressione diretta dell’animo umano.
Né si dimentichi che l’opera italiana, pur figlia del teatro, ha avuto un influsso decisivo anche sulla musica strumentale europea, come ben sapevano Beethoven e Chopin, che guardavano con ammirazione alla chiarezza e alla spontaneità del canto italiano.
Lungi dall’essere un’arte di pura esteriorità, la nostra musica ha saputo parlare al mondo con una voce sincera e universale.
Non è dunque questione di “superiorità” o di “primati nazionali”, ma di riconoscere che ogni popolo esprime, nel suono e nel ritmo, la propria anima.
E se l’anima della Spagna vibra di orgoglio e di mistero, quella dell’Italia si effonde in luce e in armonia.
Due voci diverse — ma entrambe necessarie — nel grande coro della civiltà latina.
E forse, più che dividerle, bisognerebbe ascoltarle insieme, come due accordi dello stesso universo spirituale.
