1957: ogni 84 ore muore un italiano


 

CARACAS (12 Gennaio 1958). – Siamo di nuovo di fronte ad un anno denso di avvenimenti.  Gli italiani, indirizzati verso  ogni attività, fanno parlare di sé tanto nell’ambito economico, che culturale, che agonistico.

I morti, i tanti, troppi morti, ci ricordano però ancora una volta quanto sia stato alto il tributo di sangue pagato  dai nostri emigranti. Ma questo flusso impazzito che dall’Italia portava a sciamare verso altri continenti non soltanto lasciava dietro di sé famiglie disgregate per la morte del loro uomo, bensì altre, moltissime, che tanti emigranti cancellarono dalla propria  memoria non appena varcarono altri suoli. Anche queste donne che per anni attesero invano una lettera, una notizia, che piansero morto il proprio marito, che andavano con ansie e speranze a chiedere notizie ad altre famiglie, i cui padre, mariti, figli erano espatriati verso lo stesso paese ove si era diretto il proprio compagno, sono parte della nostra emigrazione. Non possiamo dimenticarle; anche loro hanno percorso, forse in modo diverso ma non meno doloroso, il difficile cammino dell’emigrazione.

 

 

Se il 1956 fu salutato come “l’anno d’oro” della Collettività italiana in Venezuela, l’anno in cui ci fu consentito raccogliere i copiosi frutti risultati da una organizzazione costante ed intelligente opera di vasta semina iniziata dall’Ambasciatore Renato Bova Scoppa, il 1957 che pur s’annunciava sotto i migliori auspici si è poi rivelato tra i meno positivi di quanti, dal termine della guerra ad oggi, hanno composto i capitoli della nostra giovane emigrazione in questa terra ricca e generosa.

In taluni settori, per ovvie ragioni considerati tra i gangli vitali del prestigio italiano in Venezuela, quando non si è brillati per carenza di iniziative si è fatta della normale amministrazione. Alcuni programmi sono rimasti nelle intenzioni delle autorità che li avevano enunciati.

Ancora una volta invece, per quanto concerne le attività economiche che s’accompagnano alla nostra presenza in questa Repubblica, l’Ufficio Commerciale ha dato un volto all’anno da poco uscito dal calendario. Attorno a tale Ufficio che con il recente allontanamento del dott. Franco Carbonetti h a perduto un coordinatore di indiscussi meriti, si sono andate avvicendando varie cospicue realizzazioni: ampliamento del contratto siderurgico; affermazione del Progetto Morandi per il ponte sul Lago di Maracaibo; ultimazione del Bacino di Carenaggio e centrale elettrica di Puerto Cabello, completamento della fornitura dei sei cacciatorpediniere; fornitura delle automotrici Fiat, degli “aliscafi” che allacceranno La Guaira all’Isola Margarita, degli automezzi civili e militari  leggeri e pesanti e delle munizioni, collaborazione nel settore petrolchimico.

 

 

Il volume delle nostre esportazioni ha raggiunto i cinquanta milioni di dollari allineando l’Italia al quarto posto tra i Paesi fornitori del Venezuela, dopo gli Stati Uniti, la Germania e l’Inghilterra. Le commesse hanno superato i 250 milioni di dollari. Le statistiche dicono che la corrente immigratoria è stata la più bassa dell’ultimo decennio eccettuando il 1946 ed il 1947 che furono periodi di assaggio. Abbiamo registrato un saldo netto, tra arrivi e rimpatri, di appena tremila unità. La ridotta immigrazione e la fuga degli scontenti hanno reso agevole la soluzione del problema della disoccupazione. La borsa del lavoro ha registrato salari migliori e la richiesta di manodopera è stata altissima a Caracas e nell’interno.

Gli eroi del mare

La confortante impressione che si ricava scorrendo questi dati è subito adombrata dalla tragica contropartita pagata in vite umane. Sull’altro piatto della bilancia, infatti, stanno i cento connazionali morti quasi tutti sul lavoro. Una cifra così elevata non s’era mai avuta nel passato. E’ questo, purtroppo, il triste primato che gli italiani in Venezuela si lasciano alle spalle. Due caduti  alla settimana ben dovrebbero costituire un severo monito per quei pochi che ancora s’ostinano a guardarci dietro le lenti deformanti di una insulsa e sterile xenofobia.

 

 

Assieme agli umili che hanno avuto stroncate con la morte le loro spesso terribili esperienze di immigranti, la Collettività ha lamentato la scomparsa dell’ing. Raffaele Staccioli. L’indimenticato pioniere si spegneva a Roma mentre a Caracas, con la posa della prima pietra, diveniva realtà quella “Fondazione Molinari” che egli volle promuovere per accogliervi i lavoratori meno favoriti dalla sorte.

Albeggia sul 1957 quando a Porlamar, prostrato dalla nostalgia e dalla indigenza, il disoccupato Sante Di Rosa pone fine alle sue sofferenze impiccandosi. A Caracas intanto l’Ambasciatore Justo Giusti del Giardino annuncia vasti programmi assistenziali per l’anno nuovo e sul “Marco Polo” in viaggio per l’Italia l’emigrante Giuseppe Labella, infortunatosi in un cantiere, riottiene la vista dando motivo ai giornali di gridare al miracolo. Una “gandola” salta in aria a San Juan de Los Morros, uccidendo Eliseo D’Alfarra. E’ il primo caduto sul lavoro.

 

 

Sulla banchina di Puerto Cabello una selva di connazionali saluta i “francescani del mare”: Vincenzo Jacopucci e Franco Rocchi, conclusa la loro breve permanenza in Venezuela, issano il tricolore e sciolgono al vento le vele del “Marta”, il minuscolo “cutter” col quale condurranno felicemente a termine l’ardita e romantica circumnavigazione atlantica.

La Giuria dei Premi Nazionali di Musica onora il Maestro Primo Casale, conferendogli il Premio Ufficiale di Composizione Strumentale.

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