di GAETANO BAFILE
MERIDA (14 Febbario 1951).- La sensazionale impresa coronata dai tre ardimentosi alpinisti italiani Vinci, Middleton e De Renzi sui ghiacciai del Picco Bolívar, non poteva passare sotto silenzio.. Era inevitabile che s’accendessero attorno alle dichiarazioni dei protagonisti discussioni e polemiche. La sfida lanciata dal Presidente del “Centro Escursionista de Mérida” non ha sorpreso nessuno, e tanto meno i nostri alpinisti.
Recentemente il Presidente dell’associazione alpina meridegna riuniva i corrispondenti della capitale, ai quali faceva le seguenti dichiarazioni: “Il 2 dicembre apparve un reportage sulla stampa col quale si annunciava che i tre italiani Vinci, Middleton e Renzi erano in viaggio per Mérida dove, per conto del Ministero dell’Educazione Nazionale, avrebbero intrapreso la scalata del Picco Bolívar dal lato nord, ossia dal lato che mai nessuno ha osato affrontare, dato i rischi che presenta.
Effettivamente gli italiani giunsero a Mérida dove organizzarono una spedizione. Per undici giorni poi nessuno seppe più notizie sul loro conto. Però il 10 gennaio comparve un sensazionale servizio su un giornale di Mérida. In esso si assicurava che gli italiani avevano scalato con successo il Picco Bolívar, e si pubblicavano delle foto niente affatto dimostrative sull’escursione. Nel reportage venivano anche riportate alcune dichiarazioni fatte dai protagonisti, nelle quali si affermava che il Picco Bolívar poteva essere raggiunto in sei ore e con facilità.

Le foto che documentano il reportage sono state prese nelle regioni adiacenti ai ghiacciai del Bolívar e, per essere più esatti, mostrano le “nevadas” del Picco Bolívar il quale, secondo le dichiarazioni della guida Domingo Peña che da venti anni accompagna i turisti sul colosso andino, non può essere scalato dal lato nord. Un italiano, secondo le dichiarazioni rese dallo stesso signor Peña, partì dal lato sud dove esistono rotte già note, e raggiunse la cima rifacendo la via tracciata da Bourgoin.
Ritenendo poco verosimili i dettagli apparsi nei servizi pubblicati da diversi giornali e riviste sull’impresa dei tre italiani, il dr. Enrique Bourgoin, che per primo toccò il vertice del picco Bolívar, pubblicò un reportage su una rivista intitolandolo “Sangue sui ghiacciai del Bolívar”, affermando in sostanza che gli italiani non avevano potuto raggiungere le nevi eterne del Picco lungo il lato nord. Vinci rispondeva con maniera poco cortese al dr. Bourgoin, sfidandolo a seguirlo nell’impresa che avrebbe ripetuto per soddisfarlo.
Stando così le cose – ha concluso il Presidente del “Centro Escursionista de Mérida” – noi accettiamo la sfida in nome del dr. Bourgoin, giacché questi non può raccoglierla, data la sua età e la lesione cardiaca da cui è affetto. Il Centro attende che gli italiani vengano qui, a Mérida, e che, seguiti da una commissione speciale, ripetano l’impresa che dicono di aver compiuto con successo. E ci auguriamo che l’italiano Vinci raccolga la sfida e non si limiti a fare lo spavaldo sui giornali”.

La risposta dei nostri alpini non si è fatta attendere. Appena al corrente delle accuse e della sfida loro rivolte, essi in una lettera riportata dai più importanti giornali hanno riconfermato in maniera categorica di essere riusciti a scalare il Picco Bolívar dal lato nord. Vinci, Middleton e De Renzi hanno raccolto il guanto di sfida lanciato dal Presidente del centro Meridegno. Vinci è già partito per Mérida. De Renzi e Middleton non l’hanno seguito per mancanza di mezzi. Circa poi le accuse di “groseros” del Dr. Bourgoin i tre, nella lettera ai giornali, hanno affermato che “non c’era altro modo per rispondere a chi ci aveva qualificati “falsari”.
I tre alpinisti italiani hanno pure smentito che fu il Ministero dell’Educazione Nazionale a favorire e appoggiare la loro iniziativa. Solo la loro pellicola ha interessato il “MEN”. A proposito della pellicola, gli interessati attendono con ansia che siano ultimati i lavori di sviluppo, perché il documentario costituirà una prova irrefutabile del successo ottenuto sui paurosi ghiacciai del Picco Bolívar.
Anche la nostra comunità vive con palpitante interesse l’emozionante vicenda che ha per protagonista un audace e provetto allievo della gloriosa scuola alpinista italiana. L’episodio che ha per teatro le candide solitudini andine verrà anch`esso, al di fuori e al di sopra di ogni sterile polemica, a rafforzare i legami di fratellanza tra l’Italia e il Venezuela. E ancora una volta nel nome dello sport.

L’inebriante trionfo sui ghiacciai andini
Alfonso Vinci ha trionfato ancora, sui paurosi ghiacciai del colosso andino. La sua luminosa vittoria ha fatto giustizia dei dubbi clamorosamente sollevati dal Centro Escursionistico di Mérida sull’autenticità della precedente escursione, che ebbe per protagonisti anche De Renzi e Middleton. L’ardimentoso scalatore italiano, appena raccolta la sfida lanciatagli pubblicamente e attraverso tutti i giornali della Repubblica, partiva senza esitazione per Mérida dove s’incontrava, sabato 3 u.s., con gli esponenti del club alpino di quella città.
Presi gli ultimi accordi, alle prime ore del lunedì Vinci, che aveva scelto la compagnia del dr. Kiener, un alpinista svizzero di consumata esperienza, e gli osservatori, che erano stati opportunamente selezionati tra i veterani delle Ande, si mettevano in marcia. Le tappe della prima giornata furono la “Casita Blanca”, “La Aguada”, “El Valle” e “La Cañada de las Nieves”. A 4.100 metri il freddo delle grandi altitudini penetrava già le ossa.

Ma la gloriosa avventura doveva avere inizio all’alba di martedì, allorché Vinci e Kiener, dopo una ultima messa a punto dei ramponi, i chiodi e le corde, affrontavano la cresta ghiacciata a nord del Picco Bolívar. La lotta titanica e ricca di vicende alterne si concludeva dopo quattro estenuanti ore. Alle 12,30 Alfonso Vinci toccava quota 5.007. Aveva vinto per la seconda volta!. I “merideños”, non inferiori per coraggio e sprezzo del rischio, dovevano arrendersi, causa la spessa nebbia, in prossimità della vertiginosa vetta. Vinci e Kiener, a ricordo della emozionante ascensione, deponevano alcuni documenti autografici, scattavano diverse fotografie e s’impossessavano della bandiera issata dagli studenti dell’Andrés Bello di Caracas in una precedente escursione realizzata dal sud, per provare, se anche ve ne fosse stato ancora bisogno, che l’impresa era stata coronata dal successo.
Al ritorno a Mérida l’alpinista italiano è stato accolto con commoventi manifestazioni di simpatia. Il Centro Escursionistico ha voluto premiarlo battezzando col suo nome la rotta tracciata sul fianco nord del Picco Bolívar. Al nostro scalatore è stato inoltre concesso un Diploma per “meriti alpinistici”. AI giornalisti che l’hanno avvicinato Alfonso Vinci ha dichiarato: “Sono commosso. Ho accettato la sfida soltanto per spirito sportivo. Merito del successo non è soltanto mio. Con me ha diviso i rischi anche il dr. Kiener. Mi ha sinceramente sorpreso l’ardimento dei colleghi andini. Sono lieto di aver potuto dimostrare che le mie non erano né spacconate, né menzogne”.
SI è chiusa così brillantemente, la bella pagina aperta dall’italiano sulle cime vertiginose del Bolívar. Continuano intanto a pervenire agli uffici della “Voce”, che ha spontaneamente patrocinato l’impresa e sostenuto lo scalatore interpretando l’unanime sentimento della Collettività, telefonate, lettere e richieste di notizie su Vinci e sul corso dell’avventura. Numerosissimi italiani hanno chiesto di esprimere pubblicamente sulle nostre colonne il loro compiacimiento ad Alfonso Vinci. E fra questi, primo, Giovanni Vergani, il quale ci ha fatto una graditissima visita in redazione, fornendoci preziosi elementi.
Giovanni Vergani, da Montebelluna, socio del C.A.I., da due anni in Venezuela, è stato il primo italiano che ha scalato il Picco Bolívar seguendo il versante sud. Egli ha al suo attivo numerose e superbe acensioni al Monte Rosa, Cervino, Civetta, Castore, Polluce, e nell’intera zona delle Dolomiti. La giovane età gli impedì nel ’31 di seguire sulle Ande argentine la spedizione capeggiata dal conte Bounacossa. E’ amico dei più celebri alpinisti italiani, come Cappelletti, DI Mai, Camici e Pirovano, il grande scalatore che la Metro ingaggiò per un film da girarsi sull’Everest, sull’Himalaja.
Vergani, che nel ’49 a Mérida fece parte del Comitato che ricostituì il Centro Escursionistico, ci ha dichiarato: Il Picco Bolívar può essere paragonato al nostro Cervino, alle nostre Tofane, alle Dolomiti. La roccia della montagna è solida, non friabile, e quindi offre appigli robusti ai chiodi. Io ho sempre creduto che la scalata al nord del macigno andino era possibile, anche se irta di difficoltà. Mi sorprende quindi il cancan sollevato contro Vinci. Lo sport è soprattutto lealtà.
E se una impresa è stata condotta a termine, il meno che si possa fare è di inchinarsi dinanzi al trionfatore. Anche io ho tentato il 24 giugno del ’49 l’avventura a nord del Picco. Mi aggirai durante tre giorni e mezzo sui ghiacciai. Ma il successo non mi arrise. Però non mi sono mai arreso. Difatti, è da tempo che ho in animo di ritentare l’impresa. E la prossima Settimana Santa partirò ancora per Mérida.
Un altro italiano, il signor Franco Anzil, che gestisce attualmente un hotel al Passo dell’Aquila (4.180 m) ha affrontato la scalata al fianco nord del Bolívar. Ma anche lui senza fortuna. “Mi congratulo con lo sportivo Alfonso Vinci per la sua meravigliosa vittoria, anche perché essa viene a confermare la tesi da me sostenuta che, cioè, il Picco Bolìvar, dal suo fianco nord, non era irraggiungibile”, ha detto Anzil.
