Editoriale – La banalità dello stupro digitale


La violenza digitale è sistemica, organizzata, ripetitiva. È una forma di dominio patriarcale mediato dalla tecnologia.


Giorno dopo giorno assistiamo alla lenta ma costante volontà di una parte della società decisa a erodere i diritti per i quali tanto hanno lottato le donne nel secolo scorso. Traguardi che credevamo consolidati si sgretolano con la facilità di castelli di sabbia calpestati da governi che hanno bisogno di riportare le donne a posizioni di debolezza per amplificare un potere che si basa sulla violenza, sul sopruso, sulla guerra. Vogliono il nostro silenzio, vogliono mortificare la nostra capacità di critica e di lotta.

Azioni e discorsi misogini puntano ad avvicinare i tanti uomini che mal sopportano un rapporto equilibrato e paritario con l’altro sesso, uomini immaturi, spaventati, che non sanno gestire la rabbia per la perdita di privilegi sui quali per generazioni hanno basato un loro predominio. E allora, come in ogni guerra, cercano di spezzare l’anima della donna violandone il corpo.

Lo fanno a distanza, usando la drammatica banalità dello stupro digitale.

Immagini rubate, corpi inventati, identità violate. Dopo Phica.eu e Mia moglie un altro sito di pornografia non consensuale è emerso dai meandri del web: si chiama SocialMediaGirls.com e, dietro una facciata da innocuo portale per adulti, nasconde una delle derive più allarmanti dell’era digitale La novità, stavolta, è che non serve più una macchina fotografica nascosta. Basta l’intelligenza artificiale. Bastano pochi clic.

Su “SocialMediaGirls.com”, donne molto o poco note appaiono completamente nude, svestite dall’IA. Sotto le foto, una cascata di commenti vomitevoli, fantasie pedofile e richieste di “altro materiale”. E il forum, nascosto e accessibile solo a chi lo conosce, è frequentato da centinaia di migliaia di utenti, molti dei quali uomini comuni: padri, colleghi, studenti. Non mostri da film, ma persone “normali”.

Il sito, denunciano le associazioni, non si limita a ospitare immagini. Offre una app a pagamento, “AI Undress Porn”, che promette di “spogliare chiunque”. Basta caricare una foto qualsiasi: una collega, un’amica, una sconosciuta. In pochi secondi, l’algoritmo restituisce un corpo nudo che non esiste. E qui la violenza si fa doppia: la prima è l’invasione dell’immagine, la seconda è l’impunità di chi la compie.

Dietro questa economia del degrado si muove un sistema preciso: le piattaforme monetizzano la misoginia, lucrano sull’odio, trasformano la violenza in traffico, il traffico in pubblicità. Come ha ricordato la sociologa Silvia Semenzin, “i grandi gestori non si autoregoleranno mai: la violenza di genere online è per loro una miniera d’oro. Quando si tratta di terrorismo o di minori intervengono subito; quando si tratta di donne, attendono giorni”.

Questi siti non nascono nel vuoto. Sono il prodotto di un ambiente digitale dominato da una nuova cultura della virilità tossica, la cosiddetta machoesfera: forum, canali Telegram, podcast e community che predicano l’odio verso le donne travestendolo da libertà maschile. Secondo le Nazioni Unite, queste reti sono diventate incubatrici di misoginia e radicalizzazione, dove l’uomo si costruisce come “vittima del femminismo” e dove la forza si misura in termini di dominio, ricchezza e controllo.

I giovani che frequentano questi ambienti — come mostra la ricerca della Fondazione Movember — tendono a svalutare la salute mentale, a esaltare la violenza come forma di identità, a vivere la sessualità come esercizio di potere È un linguaggio che normalizza l’abuso e lo legittima. E, inevitabilmente, lo riproduce.

La violenza digitale è sistemica, organizzata, ripetitiva. È una forma di dominio patriarcale mediato dalla tecnologia. Le donne non vengono solo filmate o esposte: vengono create. Private della loro realtà, ricostruite secondo il desiderio altrui.

E mentre la tecnologia evolve, il diritto resta indietro. Come denunciato in Italia dall’Autorità garante per l’infanzia Marina Terragni, “non è immaginabile che i perpetratori di queste violenze si spostino impuniti da una piattaforma all’altra”.
Servono accordi internazionali vincolanti, leggi che impongano rimozioni immediate, ma soprattutto una educazione digitale e affettiva capace di scardinare la radice culturale della violenza: il possesso.

Dietro ogni clic, dietro ogni condivisione, c’è una scelta morale.
Ogni volta che una foto viene vista, commentata, scaricata, un pezzo di quella donna viene espropriato. E se oggi è lei, domani potrebbe essere chiunque: noi, una figlia, una sorella, un’amica.

La rete non è altro che il nostro specchio, e oggi ci sta mostrando il peggio di una società che considera il corpo femminile un bene comune da manipolare, condividere, profanare Finché l’Intelligenza Artificiale sarà usata per spogliare le donne invece che per proteggerle, non potremo dirci parte di un mondo tecnologicamente avanzato.  Solo di un mondo che ha digitalizzato la misoginia e ha reso virale il peggio delle nostre società.

Mariza Bafile

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