Il presidente americano attacca ancora i network televisivi dopo la sospensione del programma di Jimmy Kimmel. Esperti e costituzionalisti denunciano un grave rischio per la libertà di stampa e per il Primo Emendamento.
NEW YORK – La sospensione del programma televisivo “Jimmy Kimmel Live!” da parte dell’Abc ha innescato una nuova e infuocata polemica negli Stati Uniti. All’indomani della decisione dell’emittente, Donald Trump ha alzato ulteriormente i toni, sostenendo che le reti televisive che gli riservano una copertura negativa dovrebbero perdere la licenza di trasmissione.
Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, il presidente ha dichiarato che la Federal Communications Commission (Fcc) dovrebbe valutare il ritiro delle concessioni federali: “Voglio dire, ottengono una licenza. Forse la loro licenza dovrebbe essere revocata. Spetterà a Brendan Carr”, ha detto, riferendosi al presidente della Commissione. “Carr è un patriota, ama il nostro Paese ed è un duro, quindi vedremo”.
Secondo Trump, i programmi serali di intrattenimento non sarebbero altro che un’estensione del Partito Democratico. “Non fanno altro che colpire Trump”, ha affermato. “Non è permesso. Sono un braccio del Partito Democratico”.
Il caso Kimmel
La miccia della nuova offensiva è stata la sospensione a tempo indeterminato di Jimmy Kimmel, conduttore noto per la sua satira pungente. L’Abc ha deciso di interrompere la messa in onda del suo show dopo che il comico aveva commentato in diretta l’omicidio dell’attivista conservatore Charlie Kirk.
Trump ha immediatamente elogiato la scelta della rete: “Congratulazioni all’Abc per aver finalmente trovato il coraggio di fare ciò che andava fatto”, ha scritto sul suo social Truth. In seguito, non ha risparmiato attacchi personali al conduttore, definendolo “senza talento” e accusandolo di scarsi ascolti.
La decisione dell’Abc, tuttavia, ha scatenato reazioni di segno opposto. A Los Angeles centinaia di persone si sono radunate davanti agli studi televisivi per protestare contro quella che ritengono una censura ingiustificata. Sui cartelli esposti dai manifestanti si leggevano slogan come “Vergogna Abc” e “Combatti per la libertà d’espressione”.
La retorica del “97% contro di me”
Nel suo discorso, Trump ha ribadito che i grandi network sarebbero schierati contro di lui: “Il 97% dei commenti sui media era negativo, eppure ho vinto facilmente. Ho ottenuto il voto popolare in tutti e sette gli stati chiave”. Una narrativa che il presidente utilizza da tempo per denunciare presunti complotti mediatici e consolidare il consenso tra i suoi sostenitori.
Trump ha esteso le critiche anche ad altri conduttori televisivi, citando Stephen Colbert, volto del “Late Show” della Cbs, che terminerà nel 2026. “Si sono sbarazzati di Colbert, ed è una buona cosa”, ha detto.
L’allarme degli esperti
Le dichiarazioni del presidente hanno suscitato forti preoccupazioni tra costituzionalisti e difensori della libertà di stampa. David Super, esperto di diritto costituzionale a Washington, ha parlato di un “attacco molto ampio al Primo Emendamento”, il pilastro della Costituzione che garantisce la libertà di espressione e di stampa.
“Non esiste alcuna base legale per revocare la licenza a un’emittente solo perché critica il presidente”, ha spiegato. “Se fosse così, anche le amministrazioni Obama o Biden avrebbero potuto chiudere Fox News. Una simile decisione verrebbe immediatamente contestata in tribunale e annullata”.
Secondo Super, l’attuale amministrazione sta tentando di punire forme di espressione sempre più ampie, non solo quelle radicali. “Alcune delle persone perseguitate non hanno fatto altro che riportare citazioni accurate. È un precedente pericoloso che ricorda momenti bui della storia americana, dagli anni ’20 all’era Nixon”.
Il nodo politico e costituzionale
Le parole di Trump si inseriscono in un contesto già polarizzato, dove i media sono spesso bersaglio delle campagne presidenziali. Tuttavia, l’idea che la Fcc possa ritirare licenze in base a valutazioni politiche appare priva di fondamento giuridico.
Nonostante ciò, la minaccia solleva interrogativi sulla direzione intrapresa dal governo nei confronti dei mezzi di comunicazione. La libertà di stampa, garantita dalla Costituzione, rischia di essere compressa in nome di una lotta personale contro i critici del presidente.
La vicenda Kimmel diventa così il simbolo di un conflitto più ampio: non solo tra un leader e i media, ma tra la politica e i principi democratici su cui si fondano gli Stati Uniti.
(Redazione)
